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Procne, Medea, Fedra: la donna nella tragedia greca

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La donna sin dall’antichità riveste un ruolo di inferiorità rispetto alle figure maschili e le figuri femminili quali Procne, Medea, Fedra riflettono sulla condizione misera della loro esistenza.

Lo status sociale della donna nell’antichità

Lo status sociale della donna ha ampi echeggi sin dall’antichità. La donna, affascinante creatura per la sua bellezza, è oggetto di desiderio degli uomini. Diviene colei che darà vita alla futura generazione e legata al mondo della casa e della famiglia.

La donna,  sin dall’origine, riveste un ruolo inferiore nella scala gerarchica della società. Un ruolo marginale che spesso la esclude anche dalle dinamiche culturali, privata talvolta dell’ istruzione. La donna incarna la seduzione,  l’eros, la bella giovinezza che segna il suo volto.

Quando un uomo se ne innamora, deve scontrarsi con l’autorità del padre che deve approvare le nozze e lasciare la figlia a un’altra autorità maschile. Questo costume è già noto a Omero, dove nell’Odissea , Odisseo chiede la mano di Penelope che acconsente e il padre la lascia andar via.

Dopo le nozze vi era usanza di imbandire un banchetto e si dava inizio ai festeggiamenti. La donna concepirà dei figli e si dedicherà al marito e alla sua attenzione. Se il marito sarà fedele, la donna godrà di una condizione invidiabile, ma se subisce un ripudio diviene una creatura spietata, meditando la vendetta.

Nella tragedia classica, la vendetta per il ripudio diviene un leitmotiv ed è colei che riesce a capovolgere le regole della società. Il ripudio diventa un’offesa per la sua dignità e le dà il diritto di mettere in atto la vendetta.

Procne, Medea e Fedra

Nella tradizione tragica, la riflessione sull’amara condizione della donna in età classica diviene un topos letterario.  Tra le protagoniste principali che mette in luce il suo crudele destino è senz’altro Procne, nel Tereo di Sofocle .

Procne si vendica di Tereo che ha abusato della sorella Filomela, che è mutila e riesce a informarla della seduzione subita, inviando alla sorella un tessuto sul quale aveva ricamato. Procne insieme alla sorella decide di vendicarsi di Tereo.

La figlia di Pandione riflette sulla condizione brutale della natura delle donne e tale condizione accomuna Procne con i personaggi euripidei: Medea e Fedra. Dalle parole di Procne al monologo della Medea  fino a quello di Fedra, si evince la virtus inquieta che anima i personaggi femminili, ripercorrendo il loro status sociale .

Ciò che accomuna la figlia di Pandione a Medea è la comune condizione di emarginata in terra straniera. Procne manifesta l’essere nulla, anche a prescindere dal matrimonio. Nel fiore degli anni, la bellezza colpisce gli uomini, che se ne invaghiscono e le conducono a nozze. All’uomo è data la possibilità di soddisfare fuori di casa i suoi piaceri, cosa che alla donna non è lecita.

Epperò spesso considero la natura delle donne, che nulla noi siamo.  Quando siamo giovani, io penso, viviamo nel modo più piacevole la vita umana […] Ma quando liete giungiamo a giovinezza,veniamo messe fuori di casa e siamo vendute , lontane dagli dei patri e dai genitori . E alcune vanno presso stranieri,altri presso barbari; chi in case lugubri, chi in dimore rovinose. ” 

La condizione di una donna esule

Medea, tradita dal marito Giasone, senza patria, dèi, famiglia, agli occhi degli abitanti di Corinto è vista come una straniera. Il che furor si evince dai versi rimarca l’inevitabile destino delle donne.

Donne che sono utili soltanto alla procreazione e che preferirebbero dedicarsi alla guerra, alle armi La vendetta di Procnepiuttosto che occuparsi della famiglia e della cura dei figli:

“Una donna, per natura, è piena di paura e imbelle di fronte alla forza e alla vista di un’arma; ma quando le accade di subire un’ingiustizia da parte dello sposo, il suo animo è più sanguinario di un eroe in battaglia.”

Una donna offesa diviene una pedina capace di sovvertire le regole del gioco, capace di sterminare l’intera stirpe concepita e si placa soltanto quando vede realizzata il suo progetto di distruzione

“[…] Noi donne siamo la specie più svenutrata; per prima cosa dobbiamo comprarci uno sposo e prenderci un padrone del nostro corpo; questo è un male ancor più doloroso dell’altro. Per noi donne la separazione è un disonore, né si può ripudiare lo sposo. […] Giacchè preferirei stare tre volte presso lo scudo piuttosto che partorire una volta sola. “  

L’amore empio di Fedra

Un’ulteriore riflessione si evince dalle parole di Fedra nell’Ippolito di Euripide.

La donna, che nutre un amore incestuoso nei confronti di Ippolito, si ritiene la più disgraziata delle creature. Fedele al marito Teseo, si invaghisce del figliastro. Fedra è consapevole che una donna non può tradire, ripudiare il marito per congiungersi a un altro uomo. Ippolito la respinge e la matrigna è devastata dal suo rifiuto. D’altronde non può reprimere la sua passione amorosa e per questo decide lamore incestuoso. Si definisce disgraziata, in quanto non è lecito dedicarsi ad altro, se non per la cura dello sposo e dei figli.

“ Misera, e sventurata sorte delle donne![…]. O terra, o luce dove mai sfuggirò al mio destino? Come celerò il mio male, o care? Qual dio soccorrevole, quale mortale mai vorrebbe, aiutandomi, apparire complice della mia colpa? Questa sventura mia non può essere valicata dalla mia vita: io sono la più disgraziata delle donne!”

Nelle riflessioni crudeli che accomunano questi personaggi femminili si può dedurre come in una società in cui l’uomo primeggia, la donna riveste un ruolo di inferiorità nella scala sociale. Deve apprendere gli usi e i costumi del suo compagno e adeguarsi al suo modo di vita. La sposa gode di una condizione misera  e se fuoriesce dagli schemi della società, facendosi dominare dal suo animo, l’unico destino che la attende è la morte.

Michele Merolla

 

Bibliografia

V. Benedetto, Euripide. Medea, Torino 1971

D. Milo, Il Tereo di Sofocle, Napoli 2008

D. Del Corno, Euripide. Medea-Ippolito, 1993

 

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