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Il senso di vergogna per Thomas Mann

Il senso di vergogna per Thomas Mann

Soffocata la giustizia, e la verità pure; la menzogna, sola ad avere il diritto di parola; la libertà calpestata; il carattere e ogni decoro annientati e una corruzione dilagante a ogni livello che spinge il suo fetore fino al cielo; gli uomini addestrati fin da bambini a una blasfema illusione di superiorità della razza, predestinazione e diritto alla violenza, educati a nient’altro che all’avidità, alla rapina e al saccheggio. Questo era il nazionalsocialismo, e questo dovrebbe essere tedesco, dovrebbe essere l’unico sistema adatto alla natura tedesca.

Thomas Mann

Thomas Mann con Albert Einstein.

Tra il 1940 e il 1945, lo scrittore originario di Lubecca Thomas Mann, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1929, registrò per la BBC una serie di discorsi in tedesco indirizzati agli ascoltatori radiofonici in Germania e trasmessi poi a Londra. Uno dei discorsi più celebri di Mann, dal titolo “I campi di concentramento tedeschi” (Die deutschen KZ), venne trasmesso nel maggio del 1945, poco dopo la liberazione in aprile del campo di concentramento di Buchenwald. La scelta di Mann di trattare un tema tanto delicato non è casuale: dopo l’invito del generale Patton ai cittadini di Weimar di sfilare davanti ai forni crematori per poter comprendere realmente l’orrore dei campi di sterminio, improvvisamente il mondo intero realizzò la portata della catastrofe della Shoà. Probabilmente, a colpire la sensibilità dello scrittore tedesco furono anche le foto che cominciarono a circolare in quell’occasione.

Il sollievo e la vergogna secondo Thomas Mann

Il discorso di Thomas Mann si basa essenzialmente sui concetti di umanità e vergogna. La liberazione, infatti, dei pochi sopravvissuti dei campi di concentramento «li ha restituiti alle leggi dell’umanità». Il sentimento di solidarietà però per «questi miserevoli resti di masse di esseri umani innocenti» non deve oscurare quello che è il senso di vergogna per il genocidio: i campi di concentramento hanno rappresentato un rovesciamento dell’umanità sopra citata e per questo motivo nessun «sentimento di sollievo» può essere tollerato. Con la fine della guerra e del regime hitleriano, dunque, la vergogna per i campi di concentramento e l’Olocausto «è ora sotto gli occhi del mondo» e sembra annunciare «in patria che quanto è accaduto supera in atrocità tutto ciò che un essere umano può immaginare».

Chi sono i colpevoli?

Thomas Mann

Il campo di concentramento nazista di Dachau.

In una parte consistente del suo discorso, Mann si rivolge ai colpevoli della Shoà. Tali figure però non sono da rintracciare solo nei «membri dell’élite tedesca, uomini, giovani e donne disumanizzate che sotto l’influsso di folli maestri hanno commesso questi misfatti mossi da un piacere malato», ma anche in tutti quei tedeschi che hanno finto di non capire e vedere cosa accadesse nei campi di concentramento, «che come voi perseguivano i propri affari con apparente onestà e cercavano di non sapere nulla, benché da quei luoghi il vento gli portasse al naso il tanfo di carne umana bruciata».Tutta la Germania, dunque, è colpevole di complicità e l’intera umanità inorridisce di fronte a tanta vergona ed è sconvolta «dalla profondità dell’abisso in cui, sempre a causa della dittatura nazista, è potuto precipitare un popolo buono per natura, amante della giustizia e della libertà».

Il nazismo e la Germania

Il nazionalsocialismo, l’unico sistema adatto al popolo tedesco secondo Fritzsche, giornalista molto amato e dal 1942 alla guida del settore radiofonico del ministero della Propaganda, ha dunque rovinato la Germania, considerata ora «la feccia dell’umanità e il simbolo del Male». L’unica via di fuga e di salvezza poteva provenire solo dall’esterno, dai liberatori che vengono «da fuori». Come Hannah Arendt, anche Thomas Mann ripropone qui il tema dello “straniero” considerato “nemico”. In realtà, osserva lo scrittore di Lubecca, i liberatori hanno permesso ai tedeschi, dopo dodici anni di regime hitleriano, di «tornare a essere degli esseri umani». Dunque, non si tratta più di dimostrare il proprio potere al mondo intero, anche perché la grandezza tedesca non si misura in potenza, bensì consiste in «un contributo di umanità allo spirito libero».

Pia C. Lombardi

Bibliografia

T. Mann, Fratello Hitler e altri scritti sulla questione ebraica, Milano, Oscar Mondadori, 2005.

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