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Chimera, il mostro favoloso della mitologia greca

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Chimera

La Chimera (dal greco, Chimaira; dal latino, Chimaera) nella mitologia greca è un mostro favoloso, rappresentato con corpo e testa di leone, una seconda testa di capra sporgente dal dorso e un serpente al posto della coda. Tra le rappresentazioni, in araldica, invece, il mostro favoloso è rappresentato con la testa di donna o di leone, corpo di capra o d’aquila e coda di serpente e dedicato a Tinia, il Giove etrusco.

…Era il mostro di origine divina,

leone la testa, il petto capra, e drago

la coda; e dalla bocca orrende vampe

vomitava di foco: e nondimeno,

col favor degli Dei, l’eroe la spense…”

(Iliade, Canto VI, vv. 223-225 – Traduzione a cura di Vincenzo Monti)

Chimera: il mostro leggendario

Il padre di Chimera, fu Tifone, dio minore del vento arrabbiato, e il mostro favoloso, racconta la leggenda, aveva cento tasche di drago e giaceva imprigionato sotto una delle più belle isole vulcaniche del nostro paese (per alcuni la Sicilia, per altri la più piccola Ischia), relegato e tenuto nascosto poiché la sua rabbia, un giorno lo portò a sfidare gli dei dell’Olimpo, aggredendoli e riuscendo a ferire il potente Zeus.

La madre, Echidna, era la leggendaria vipera, per metà donna di una bellezza intramontabile e per metà l’orrendo serpente dalla pelle maculata. Per il suo aspetto e per l’alone di terrificante mistero che aleggiava intorno alla sua vicenda, viveva in una grotta segreta nella lontana terra di Lidia, aggredendo i viaggiatori, che si avventuravano nel suo antro.

Altri mostruosi esseri generati da Tifone ed Echidna sono Cerbero, il leggendario cane dalla tre teste a guardia della porta dell’Inferno, Idra, la cui uccisione è legata alla storia di a Eracle, e Ortro, il feroce cane a due teste a guardia delle mandrie del gigante Gerione.

chimera

Tra le diverse raffigurazioni leggendarie e iconografiche, nella Teogonia di Esiodo, la Chimera è la personificazione dell’elemento della Tempesta e la sua voce è il rombo del tuono, il cui ruggito si diffonde nell’aria attraverso un “tifone nel vento, echeggia con il tuono e viene silenziato dalla tempesta invernale”.

Il mito: Bellerofonte e la Chimera

Il mostro leggendario, nato dall’unine tra Echidna e Tifone, crebbe sotto la protezione e la tutela del re Amissodore, seminando il panico e distruggendo i villaggi tra la Macedonia e l’antica terra degli Achei. Causa o origine di terrore, fu Bellerofonte a fronteggiare Chimera, tentando di mettere fine al terrore delle sue razzie.

L’eroe, considerato figlio del dio del mare, chiese aiuto a Pegaso e riuscì a sconfiggere il mostro a tre teste, servendosi del potere della stessa bestia: dopo aver immerso la sua spada nelle fauci del mostro, l’eroe umano vide che il fuoco di Chimera usci dalla sua bocca, sciogliendo il piombo e il ferro con cui era stata forgiata l’arma, e uccidendo la figura leggendaria. 

L’astuto stratagemma usato da Bellerofonte valse l’uccisione di Chimera, frantumando il mito dell’animale semi-divino, che correva nel vento e terrorizzava il mondo.

Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la Melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera

(La Chimera – Dino Campana)

Valentina Labattaglia

Sitografia:

Bibliografia:

  • F. FABBRONI, La Chimera, Arezzo, 1998, p.8

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