Home Musica del Novecento Storia del Rock Krautrock: quando i Faust si riappropriano del caos

Krautrock: quando i Faust si riappropriano del caos

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Siamo sul finire degli anni ’60, praticamente ad un crepuscolo generazionale, durante il quale vecchie culture ed ideologie stanno tramontando, per far posto a nuovi archetipi e modelli. La Germania, in questo snodo artistico e di costume, diventa il palcoscenico perfetto per l’affermazione di una nuova corrente musicale, e in un certo qual modo filosofica: il krautrock.

La Terra Teutonica, falcidiata economicamente e demograficamente dal Secondo Conflitto Mondiale, conosce in questo momento storico un vero e proprio boom. La nuova riaffermazione dello Stato e della Società si rispecchia nell’affermazione di nuove correnti artistiche e musicali. Il krautrock, parente musicale del progressive inglese, ma riletto in chiave tedesca, e della psichedelia cosmica, diventa stigma della voglia di libertà e di sperimentazione.

Capostipiti e probabilmente maggiori esponenti del genere sono i Faust.

Krautrock: Faust, i maestri del caos

Dopo il ’68 iniziò l’epopea del rock tedesco: gruppi come Neu!, Can, Kluster e Tangerine Dream sono accomunati, seppure con marcate differenze nello stile e nel risultato, dallo stesso approccio – quello dello sperimentalismo totale – e dalla stessa esigenza espressiva di totale libertà. Il krautrock nasce come corrente capace di far convergere lo sperimentalismo per rappresentare l’idea di libertà di pensiero. È la musica cosmica che rappresenta l’universo come spazio sconfinato, dove il pensiero non ha vincoli e può muoversi in ogni direzione, sperimentando sé stesso in tutte le sue forme infinite. In questo modo l’artista rivaluta il caos, perché non lo teme più.

La missione artistica dei Faust è proprio quella di riappropriarsi del temuto caos primordiale, che l’arte ha troppe volte cercato di imbrigliare in schemi, tentando di dargli un ordine forzato, limitandone la potenza e la capacità espressiva. La loro arte visionaria fonde elementi rock, jazz, progressive, elettronica e musica concreta, facendoli deragliare in spazi destrutturati e disordinati.

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I Faust

Formatasi ad Amburgo nel 1969, la band si compone di sei musicisti: Rudolf Sossna (chitarra e tastiere), Arnulf Meifert (batteria, che sarà poi sostituito, a partire dal secondo disco, da Werner “Zappi” Diermaier), Jean-Hervè Peron (basso), Hans-Joachim Irmler (organo) e Gunther Wusthoff (sintetizzatore e sassofono). La loro vocazione artistica li spinge fin da subito a cercare di ampliare le loro possibilità espressive in ogni modo. Ottenuto un contratto discografico, impiegano due anni a costruire strumenti, campionare suoni, scrivere liriche astratte visionarie e costruire suite anarchiche e sconnesse, preparando il loro album di esordio, datato 1971.

Faust I: il manifesto del krautrock

Il primo disco dei Faust è più un manifesto di genere, nel quale i sei chiariscono le proprie intenzioni e la filosofia che è sottesa nel progetto stesso, che un album di musica rock. Qualunque mezzo ed espediente viene sfruttato per dar sfogo alla propria creatività, creando un ambiente eterogeneo ed in costante mutamento, coerente con sé stesso, eppure anarchico, caotico e disordinato, che si sublima nelle tre tracce. Parlare di canzoni risulta in questo caso impossibile: le lunghe suite che compongono la tracklist sono infatti collage di momenti sovrapposti, di idee e suggestioni che talvolta si amalgamano, altre volte si respingono nella loro diversità.

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Faust (I)

In Why don’t you eat carrots si respira prepotente tutta l’influenza che Frank Zappa ed il movimento freak hanno avuto sulla musica. Teatro dell’Assurdo, parodia sociale e musicale, motteggi alla “pop muzik” ,beatlesiana e non, gag strumentali e vocali, liriche ed atmosfere nonsense abbracciano musica rock, digressioni free jazz e concretismo musicale di stampo francese, in totale continuità e fluidità, compiendo quella riappropriazione del caos che rappresenta per i Faust ed il movimento krautrock una vocazione.

Meadow meal è musica cosmica senza compromessi: un tappeto di suoni elettronici preludia l’arrivo delle voci, che discutono, cantano e si sovrappongono, vaticinando rivelazioni attraverso un linguaggio astratto e fortemente simbolico, salvo poi esplodere in un crescendo blues che sa molto di space-rock. Le atmosfere spaziali lasciano infine spazio ai sintetizzatori e agli organi, languidi ed immanenti.

Il disco si chiude con Miss Fortune, una lunga jam registrata live, folle e spericolata. Spetta ad un congresso di suoni tribali e distorti il compito di aprire la strada a tutte le sperimentazioni alle quali si abbandona il sestetto durante i sedici minuti della traccia. Dopo sfoghi free-jazz, silenzio surreale. Poi una voce di tenore volutamente assurda e cacofonica fa ripiombare nella baraonda di suoni concreti, chitarre distorte e pianoforti strimpellati in maniera claudicante. Un’apologia al caos.

Il disco termina con un dialogo recitato, che sa sia di Teatro dell’Assurdo che di Tragedia Greca, che lascia l’ascoltato spaesato e pieno di dubbi irrisolti interrogativi. Ma una cosa la sappiamo: questo disco è un capolavoro immortale.

Lorenzo Di Meglio

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