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Carmelina: sogno a ritmo di Tarantella

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Nella Capri del Novecento, una donna sfavillante e sensuale conquistò i nobili visitatori provenienti da tutto il mondo: fu Carmelina, la seducente danzatrice, protagonista di uno dei miti più famosi dell’Isola.

Nel golfo di Napoli, tra l’odore del mare e l’essenza dei limoni, sorge l’isola di Capri, un piccolo angolo di paradiso, con le sue tipiche abitazioni a “volta” e le numerose grotte e cale, che puntellano la costa frastagliata. Il paesaggio scenografico, la vegetazione mediterranea, i colori vivaci della gente e del luogo, trasformarono Capri in una delle mete più sognate. La sua fama turistica crebbe nell’Ottocento, grazie all’interesse romantico per i viaggi, portando sull’Isola arte e otium, alimentati dalle tradizioni offerte dal luogo. Scrive Fucini, alla vista di Capri dal mare:

[…] bevvi a sorso a sorso il fascino di quell’isola agognata, che mi rivelò ad uno ad uno i misteri de’ suoi picchi severi, correndomi incontro su le acque, ed ingrandendo ai miei occhi ad ogni passo la sua mole tranquilla.

Dalla cima di quest’isola fatata, “dove non è lecito muovere un passo o guardarsi d’intorno, senza incontrar sempre nuove cause d’entusiasmo e di stupore”, storia e leggenda si sono mescolate nel tempo, al ritmo dell’antica danza di un tarantella.

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Vista dal Monte Solaro

Il mito di Carmelina: radici, nostalgia e tarantella

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La bella Carmela presso le rovine del monte Tiberio

A partire dai primi anni del Novecento approdarono a Capri numerosi intellettuali, i quali trovavano, spesso, ristoro presso una piccola osteria sul monte Tiberio, in prossimità del famoso Salto, dal quale, si dice, l’imperatore facesse precipitare chiunque non gli andava a genio. La proprietaria è Carmela Corrotta, la Bella Carmelina, come la conoscevano tutti gli abitanti del luogo. Una donnicciola sensuale, dalla bellezza provocante e saracena, famosa per essere la più abile danzatrice di Tarantella, ma nota anche per le sue storie, che provenivano dai meandri lontani della sua immaginazione, carichi di antichità e nostalgia. Carmelina ansimava, mentre mesceva il vino agli avventori, dopo la frenetica danza al suon di tamburello, e confidava di vedere il fantasma dell’imperatore Tiberio ogni sera, dopo il tramonto. Lo descriveva come un uomo triste, che si aggirava tra le rovine del suo palazzo, un tempo sede di gloria e potere; quell’infelice spirito risorgeva dal passato, carico di rimpianti, e confidava alla sua ancella ogni suo tormento. A mezzanotte Carmelina danza a piedi nudi, nell’incanto di un’isola incorrotta dal tempo, alla luce fluorescente e soprannaturale della luna riflessa nel mare. Anche Fucini ricorda il suono di questa danza, mentre sale il monte:

Presso la rupe, dove il voluttuoso assassino precipitava in mare le sue vittime, è ora una bianca casetta, e presso a questa casetta un fresco pergolato, all’ombra del quale vidi due brune e spensierate figlie dell’isola ballare al suono di cembalo e nacchere la tarantella.

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Maiuri presso gli scavi di Villa Jovis

Carmelina era una figlia dell’isola, ma anche la schiava di Tiberio, come ella stessa si definiva. L’ancella di Tiberio racconta e danza, come una baccante pervasa da furore divino, e grazie a lei, l’eco del passavo rivive tra la polvere delle rovine. Tuttavia, l’incantesimo svanisce quando nel 1932 il famoso archeologo Amedeo Maiuri giunge a Capri. Reduce di importanti scoperte, tra cui l’antro della Sibilla a Cuma, e di molte altre imprese a Pompei, Ercolano e in Grecia, lo studioso è il cattivo della storia nella vita immaginaria di Carmelina. Maiuri fu incaricato di dirigere i nuovi scavi a Villa Jovis, l’antica dimora di Tiberio Giulio Cesare Augusto. Rimosse le macerie e rivalorizzò la Villa, acclamato dalla gente del luogo, tanto che la strada che porta alle rovine ha il suo nome. Maiuri, dopo un lungo anno di “polvere, cigolìo di ferri, sassi che rotolano per il balzo pauroso della rupe”, riportò alla luce l’intera ala ovest della villa. La bella danzatrice non apprezzò come gli altri isolani il lavoro dell’archeologo. Si racconta che nei suoi occhi non brillava più quella fiamma arcana di un tempo; la sua osteria non profumava più di vino e racconti, ma divenne il covo degli operai sporchi di polvere e sudore, che lavoravano agli scavi. Carmelina si sentì deturpata della sua casa, come un albero sradicato violentemente. Maiuri sembrò accorgersi del malessere di questa donna, che, senza volerlo, è entrata a far parte del mito. Egli stesso scrive nel suo Elogio di Carmelina:

Per lunghi mesi, lo so, sei rimasta accorata nella tua cella, in attesa che quel frastuono e quella bufera passasse. […] Io vedevo e rispettavo il tuo dolore di veder scomparire quella che era stata per te la fisionomia familiare dei luoghi, di veder svelato crudelmente il mistero che la tua fantasia aveva animato.

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Carmela la bella danzatrice

Quei luoghi hanno perso il fascino dell’arcano agli occhi di una donna, fortemente legata alle sue radici. Quello per Tiberio era un amore senza tempo, un legame d’identità con la propria terra d’origine. La figlia dell’isola è ora orfana. Anche il suo aspetto mutò: da bella, sensuale, seducente e vivace donna, divenne presto grigia, stanca, provata dalla frenesia di un mondo che cambia troppo velocemente. Carmelina assomiglia ai personaggi verghiani, i vinti travolti dalla fiumana del progresso, quel processo di trasformazione della realtà economica e sociale che colpì l’Italia postunitaria. L’uomo è spinto dai suoi bisogni materialistici a dimenticare ciò che è stato: le radici vengono spazzate via dall’uragano del progresso e l’antico è una rovina da dimenticare. Il mondo è cambiato, e così anche Carmelina. Maiuri la incontra per l’ultima volta sulla salita che conduce a Villa Jovis, alla fine della guerra, e nel suo Breviario di Capri descrive così la regina del regno perduto:

Ha una veste bigia, una sporta nella mano, un povero cane spelacchiato tenuto con una cordicella al guinzaglio.

È questa l’ultima immagine dell’ancella di Tiberio. Poco dopo, Carmelina distrusse a forbiciate i suoi vestiti da danzatrice e poi si gettò nel vuoto dal suo piccolo balcone. Nessun lieto fine. Ma il tempo ha il potere di restituire le memorie attraverso il mito. Così, Carmelina vive nel suono di quella danza che l’aveva resa celebre, sia tra i vivi, sia tra gli spiriti.

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Lapide in onore di Carmelina

Giovannina Molaro

Bibliografia:

I. Emerson, L’Isola incantata, Leggende di Capri, Napoli, Stamperia del Valentino

F. Sallusto, Itinerari epistolari del primo Novecento: lettere e testi inediti dell’archivio di Alberto Cappelletti, Pellegrini Editore, 2006

A. Palumbo – M. Ponticello, Misteri, segreti e storie insolite di Napoli, Newton Editori, 2015

R. Fucini, Napoli a occhio nudo, Osanna Edizioni, 2013

Sitografia:

http://www.lisolaweb.com/larcheologo-e-la-ballerina/

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