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Tra le righe di Paola Grizi

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Emersione, disvelamento, epifanie. Questi sono gli aggettivi più usati dai critici d’arte per descrivere le delicate opere di Paola Grizi, artista romana che si approccia alla disciplina della scultura con eleganza e discrezione, ma allo stesso tempo con tratti decisi e densi di consistenti significati, caratteristiche che contraddistinguono anche la sua persona.
Solo dal 2007 la Grizi si è dedicata pienamente alla sua carriera di artista considerandola la sua unica attività lavorativa, ma iniziando da subito a conquistare non solo l’Italia e l’Europa, ma il mondo. I premi si sono susseguiti uno dopo l’altro: prima vincitrice del Premio speciale della critica a Firenze per il concorso La Pergola Arte nel 2009, poi il 1° premio al 3° Concorso Biennale Internazionale di ceramica artistica di Ascoli Piceno nel 2014, fino ad essere scelta al Third China Changchun International Ceramics Symposium, dove la Grizi rappresenta la scultura italiana in Cina con le tre opere: Futuro ancestrale, The secret e Improv-viso.

Il materiale prediletto dalla Grizi è la terracotta, la tematica predominante della sua opera invece il volto umano. Le sue prime opere vedono questi visi affacciarsi da cilindri tramati che spesso richiamano alla mente forme naturali come quelle di tronchi o foglie fino a ricondurre in maniera inconscia alla simbologia del parto.
In una seconda fase del suo percorso invece l’artista ha iniziato a modellare i suoi lavori facendo scorgere dei profili che a volte sono meno definiti e sporgenti, figure quasi sfuggenti che spiano la realtà senza avere il tempo di poterla afferrare. In altri casi quelli che plasma sono veri e propri volti che si affacciano dirompenti dalla loro materia, ma i loro sguardi fissi si stagliano oltre, si soffermano su qualcosa che è al di là del mondo concreto.

Quella che inseguono è una presa di coscienza, il loro sguardo è perso nella ricerca del raggiungimento di una consapevolezza di se stessi e di ciò che li circonda: l’inespressività dei loro volti indica proprio quel sentimento di smarrimento che è tipico di chi rincorre risposte fra le righe del tempo.

I volti sono l’anima, dice la Grizi parlando delle sue opere, i nostri pensieri, che lottano e combattono per trovare una via, una sorta di verità nel turbine apparentemente confuso delle nostre esperienze di vita. Quei pensieri confusi e contrastanti l’artista li incide in una lingua compresa solo dall’inconscio. Li scava indelebili e indecifrabili sui volti che ha modellato, o in pagine che pur essendo di terracotta sembrano così leggere da essere soffiate via dal vento. In questo ultimo caso i volti li fa perdere proprio in quelle stesse pagine, come se stessero inseguendo la verità sperando di trovarle in quelle parole, oppure né fuoriescono non soddisfatte.


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Questa fuoriuscita dalla materia viene considerata dalla Grizi come un’emersione, un riconoscimento di qualcosa che prima era nascosto o sconosciuto e che si osserva con lo stupore di chi ha difficoltà a comprendere con immediatezza, cioè la stessa confusione emozionante di chi conosce qualcosa per la prima volta.
Spesso la rappresentazione del viso è suddivisa su due differenti pagine aperte, gli occhi sono quasi sempre separati spesso ripetuti e frequentemente sono direzionati verso prospettive diverse come se cercassero di non perdere nessuna angolazione di ciò che li circonda.

Attualmente Paola Grizi espone permanentemente a Venezia presso la Galleria Giudecca 795 e tiene corsi di scultura nel suo laboratorio di Roma.

Michela Sellitto

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