Srebrenica: vent’anni dopo il genocidio

Srebrenica. Un nome che fa paura, un nome che fa “tremar le vene e i polsi”. Una città tristemente entrata nella storia vent’anni fa e a cui oggi non si vuole riconoscere nulla, nemmeno il genocidio che la popolazione locale, insieme ai rifugiati della guerra in Bosnia, fu costretta a subire. La Russia ha posto il suo veto in seduta ONU, bloccando di fatto la bozza di una risoluzione che andasse a riconoscere il massacro di quel luglio del 1995 che vide la vita di migliaia di musulmani stroncata, neanche fossero chissà quali abominevoli bestie da abbattere a tutti i costi. Uomini, dai 15 ai 65 anni, vennero giustiziati o assassinati in vigliacche imboscate, mentre donne, bambini e anziani vennero caricate su grossi camion diretti a Tuzla.

All’orrore non c’è mai fine: il massacro di Ratko Madlić

Srebrenica
Ratko Madlić

8372. A tanto ammonta ad oggi il numero dei musulmani di Srebrenica trucidati dalle truppe del generale Madlić, vittime innocenti che soltanto negli ultimi anni hanno potuto godere di una degna sepoltura. Già, perché per non essere scoperti i militari un mese dopo l’assassinio riesumarono la maggior parte dei cadaveri seppellendoli poi in altri luoghi, in altre tombe difficili da trovare. Diffile sì ma non impossibile, perché dopo vent’anni sono state aperte 93 fosse comuni e identificate 6930 vittime e chissà quante ancora si nascondono tra la fitta e verdeggiante vegetazione della Bosnia. Ma chi è Ratko Madlić?

Generale serbo nato a Kalinovik nel 1943, Madlić – dopo una latitanza durata 16 anni – è attualmente sotto processo presso il tribunale dell’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità. Accuse non di certo leggere, testimoniate dalla crudeltà inflitta ai bosniaci musulmani che cercavano la salvezza da un conflitto non voluto da loro. Anche le truppe dell’ONU, i caschi blu, si videro in difficoltà di fronte le milizie di Madlić e addirittura i soldati olandesi collaborarono nella separazione degli uomini dalle donne, dai bambini e dagli anziani per tentare di mantenere la situazione quanto più sotto controllo possibile. Fu tutto inutile.

La responsabilità dell’Olanda

Srebrenica
Una piccola bara tra le salme di alcune vittime innocenti ritrovate nelle fosse comuni. La crudeltà dei soldati non ha risparmiato nemmeno i bambini

Sembra assurdo ma anche l’Olanda è stata, a suo discapito, una dei protagonisti del genocidio di Srebrenica. Le truppe olandesi facenti parte dei caschi blu vennero accusate di non essere intervenute a difesa dei civili che da Srebrenica avevano cercato rifugio nella base di Potocari, costringendoli poi a lasciarla il 12 luglio a causa – molto probabilimente – delle minacce ricevute dai soldati di Madlić di un imminente attacco. Questo provocò una reazione negativa da parte dell’opinione pubblica mondiale e i media accusarono pesantemente i militari olandesi una volta non appena tornati in patria. Molti di loro soffrirono di stress post-traumatico a causa degli orrori vissuti in Bosnia, altri cercarono di difendersi come meglio poterono. Soltanto negli ultimi anni, tramite un’inchiesta cominciata nel 1996, si è potuta accertare una responsabilità dell’Olanda – condannata poi a versare un risarcimento alle famiglie delle vittime dall’Aja – nella morte di 300 bosniaci che avevano chiesto rifugio nella base di Potocari, ricevendo però un diniego da parte dei soldati. Ironia della sorte, nel 2006 i militari che avevano partecipato alla missione vennero insigniti, tramite anche il consenso della Commissione Europea, della medaglia d’onore per “il coraggio dimostrato e ricompensa per le accusa cui vennero sottoposti“.

Srebrenica: c’è chi dice no

Dopo vent’anni è giunta l’ora di riconoscere il genocidio attuato ai danni della popolazione civile di Srebrenica. Un atto dovuto, un atto a cui però qualcuno dice no.
L’ONU era pronta, lo era davvero con una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza per riconoscere le atrocità commesse nel 1995 ma la Russia – membro permanente – ha posto il suo veto trovando la bozza “aggressiva, non costruttiva e non politicamente motivata“.

Insomma, forse per un senso di riscatto, forse nel tentativo di voler fare la cosa giusta, l’ONU ha tentato di dare a Srebrenica il riconoscimento che le spetta e la decisione della Russia ha fatto insorgere non poche lamentele, soprattutto in Europa.

Eventi tragici che segnano la storia di un continente non possono essere strumentalizzati a fini politici. Abbiamo l’imperativo morale di non dimenticare e tutti devono assumersene la responsabilità facendo in modo che sia fatta giustizia.

Queste le parole di Günther Oettinger, Commissario UE per l’economia e la società digitali, rammaricato non poco per il veto posto in seno al Consiglio.

Buone nuove dall’Unione Europa

Abbiamo l’imperativo morale di non dimenticare e tutti devono assumersene la responsabilità facendo in modo che sia fatta giustizia. I paesi della regione hanno una chiara prospettiva europea e siamo impegnati per sostenerli in questo percorso verso un futuro migliore. L’adesione all’Unione europea è l’unico modo per superare, senza mai dimenticare, le tragedie del passato.

Srebrenica
Günther Oettinger

Così ha concluto il suo discorso Oettinger. Già, perché non dobbiamo dimenticare che l’UE in questi anni ha fatto molto, si è sobbarcata il compito di ripristinare pace e ordine in una zona ormai dilaniata e riconoscere alle donne brutalmente stuprate dai soldati serbi un risarcimento in denaro oltre alla condanna dei loro carnefici.

Un piccolo riscatto per un popolo martoriato, vittima innocente di una guerra non loro. Nessuno dovrebbe mai vivere attimi del genere, nessuno dovrebbe provare sulla propria pelle cosa vuol dire essere i bersagli della malvagità umana. Ma a vent’anni di distanza a Srebrenica c’è la speranza. La speranza non solo di poter ritrovare i corpi di tutti i malcapitati ma di avere una giustizia a 360° e forse riuscire anche un po’ a dimenticare le pene patite, l’incertezza di poter sopravvivere a quell’inferno di bombe, soldati spietati e carri armati. C’è la speranza e la pace a Srebrenica ma nessuno deve dimenticare. Solo col ricordo di eventi dalla portata così tragica si può fare in modo di non ripeterli più.

Maria Stella Rossi

Fonti

Sitografia I, IIIII

Fonti immagini media I, II, III

Fonte immagine in evidenza