Simone Weil: la Resistenza vista dagli umili

Il 25 aprile abbiamo celebrato i 70 anni dalla liberazione del nostro Paese, tuttavia un’altra data non istituzionalizzata potrebbe entrare nel novero delle feste nazionali dei nostri cugini d’oltralpe. Si tratta del 20 agosto 1944, ovvero il giorno della caduta del regime collaborazionista di Vichy del maresciallo Pétain, a cui seguirà la liberazione di Parigi dalle forze nazifasciste il 25 dello stesso mese, fino alla completa liberazione dell’ hexagone entro l’anno seguente. Negli anni dell’ Occupation si schierarono diverse fazioni in una lotta di ideologie che spesso vide scrittori e filosofi agire in prima linea, talvolta dandosi battaglia senza esclusioni di colpi, come nel caso di Pierre Drieu La Rochelle, esponente della destra e sostenitore del regime di Pétain, e di Louis Aragon, al contrario membro del Partito Comunista francese, fautore della Resistenza e appartenente al Comité National des Écrivains.

Simone Weil
La Liberazione di Parigi

Una filosofa nella Francia del sud

Tuttavia dal 1941, al riparo dal clima reso pesante dalla repressione e della censura, a Saint-Marcel-d’Ardèche, piccolo paese nel sud della Francia, Simone Weil scontava la durezza delle leggi razziali e il conseguente esonero dall’insegnamento della filosofia, che aveva esercitato prima dell’Occupazione. Donna inserita nell’ambiente

Simone Weil
Una giovane Simone Weil

intellettuale del suo tempo, attivista politica e filantropa, all’epoca appena trentenne, si trovava ospite nella fattoria di famiglia di Gustave Thibon, passato alla storia come “il filosofo contadino” e al quale affiderà parte dei suoi manoscritti. Ma la convivenza con il suo anfitrione è tutt’altro che convenzionale: sebbene Thibon coltivasse un redditizio vigneto e fosse dunque un agiato proprietario terriero, Simone Weil decide di levare la sua voce attraverso l’intima condivisione delle fatiche e delle condizioni di vita dei braccianti, secondo il metodo sociologico dell’ osservazione partecipante, conciliando inoltre così quella “passione per l’assoluto” che i contemporanei le attribuivano.

Cagionevole di salute, comincia la sua attività di contadina privandosi volontariamente di ogni comodità, ad esempio rifiutando spesso i generosi pasti dalla mensa del suo ospite, ricercando un’autonoma sussistenza che ricorda per certi versi l’iniziativa di quasi un secolo prima del filosofo americano Henry David Thoreau, isolatosi per due anni nei boschi del Massachusetts. Anche Simone Weil trascorre due anni nella fattoria di Thibon: in seguito all’inasprirsi del clima di lotta partigiana tra territori liberi ed occupati, richiede di unirsi alle forze rivoluzionarie di De Gaulle, ricevendo però un secco rifiuto per “ragioni tattiche”; secondo il generale, infatti, le origine ebraiche della filosofa l’avrebbero resa un facile bersaglio per i servizi segreti nazifascisti.

Profondamente prostrata, vedrà peggiorare la sua tubercolosi e ne morirà quello stesso anno, il 24 agosto 1943, in un sanatorio ad Ashford, Inghilterra. Secondo il referto medico, la morte sopraggiunse anche a causa dello stato di astensione dal cibo solido che durava oramai da troppo tempo, in ossequio alla perenne ricerca di quella “purificazione” e dell’ “essenzialità” del sapere e della vita.

 

L’immagine di Simone Weil presso i contemporanei

Simone Weil ha scritto svariate opere che sono state spesso pubblicate dagli intellettuali che la conobbero: Albert Camus ad esempio curò la pubblicazione di Oppression et liberté e soprattutto L’Enracinement, il risultato delle sue osservazioni sul morale del popolo francese durante la guerra. Il grande filosofo la descrisse nel 1949 come una

Albert Camus, grande sostenitore di Simone Weil
Albert Camus, grande sostenitore di Simone Weil

donna del tutto libera da frivolezze e pregiudizi, priva di ogni malizia se non verso il male stesso, desiderosa di condividere le sorti degli umili per contrastare la menzogna di cui reputava permeata la società dei privilegiati, alla ricerca spasmodica della vita vera. Donna intelligente e orgogliosa secondo Emil Cioran, per Debidour personalità impetuosa e nel contempo lucida, Simone Weil ha posato il suo sguardo suoi deboli, gli umili, i dimenticati, condividendo la fame, la sete, la precarietà dell’esistenza. Ha fatto la Storia di coloro che al contrario non vi partecipano quasi mai, se non come soldati senza nome nelle sanguinose battaglie dei potenti, di costoro che invece sono il pane quotidiano degli storici. Ha suscitato in questo modo l’affetto incondizionato degli intellettuali della sua epoca, offrendo una chiave di lettura per la travagliata età dei totalitarismi e indicando una strada sempre valida della ricerca antropologica.

Daniele Laino

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