Home Letteratura straniera contemporanea (1800-1900) Letteratura del primo Ottocento Manfred: la scienza e il dolore di Lord Byron

Manfred: la scienza e il dolore di Lord Byron

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Manfred

La mente ha suono di viola e di tromba, essa produce sia il giocoso allegro che il furente requiem. E in questa zona sacra del corpo vanno a risiedere la scienza e il martirio. Bisogna dire che i contrasti sono accomunati dignità, una dignità che rifiuta la supremazia del vago e s’erge oltre la fine. Il Manfred di Lord Byron esprime al meglio la riflessione di un incubo volto all’interno.

Manfred

Manfred, un’autobiografia sentimentale

Il Manfred è un poema drammatico in tre atti composto intorno al 1816. Rivalutata nel corso del movimento decadente, l’opera ha conosciuto un discreto successo in Europa. Byron porta indietro nel tempo quella che fu una sua tragedia personale: l’amore per la giovane Augusta Leigh, figlia di un precedente matrimonio del padre. Il tema dell’incesto è infatti il nucleo della vicenda. Manfred, amante della sorella Astarte, vive la vita dell’ancient mariner di Coleridge; costretto, dunque, all’eterno di voce e all’epilogo di spirito.

Manfred (1)

La tragedia del sapere

Il lato più affascinante del dramma è il rapporto tra il protagonista e le forze oscure che lo circondano. Spiriti, streghe e demoni fioriscono con un gusto del tutto anglosassone, un gusto che non scade nella bieca ripetizione. Anzi, possiamo notare che questi incubi vengono, di volta in volta, creati e ricacciati dallo stesso Manfred. Il dialogo e lo scontro tra l’uomo e l’ignoto avviene nel subconscio del mago e si esprime attraverso la sua propria cultura.

Manfred:Manfred
Tu, falso demone, tu menti!
La mia vita è nella sua ultima ora, – questo io lo so,
Né vorrei riscattare un solo istante di quell’ora;
Io non combatto contro la morte, ma contro di te
E gli spiriti che ti circondano. Perché io acquisii
Il mio antico potere senza alcun patto con quelli della tua specie,
Ma solo con la scienza suprema: la sofferenza, la sfida,
Le interminabili veglie, la forza della mente
E la maestria di conoscenza che fu dei nostri padri,
Al tempo in cui la terra ancora vedeva uomini e spiriti
Camminare fianco a fianco, e a voi non diede alcuna supremazia:
Io dunque mi ergo sulla mia forza. E vi sfido – vi sfido-
Vi respingo, e vi disprezzo![1]

Questo il grido della dignità che si lancia nell’agone. Tu, demone, sei il risultato del mio cadere e sorgere; io, fragile individuo, posso insultare gli enigmi del fuoco. Siamo uomini, uomini di scienza e le nostre armi consistono nel libro e nell’esperimento, nella curiosità e nella lacrima.

Da Goethe a Shakespeare

Manfred non è un esercizio poetico sterile. Le sue fronde crescono da un continuo sperimentare, in linea con la produzione poetica dei secoli XVIII e XIX. Vi ritroviamo il tono del Faust di Goethe; gli spasimi della Rime di Coleridge e della Belle Dame di Keats; autori, questi, considerati medaglioni del Romanticismo. E del Faust si mantiene l’eroe; e della Rime la condanna; e della Dame gli spettri. Nel Manfred, danzano la rigorosa conoscenza di Goethe; il tempestoso animo di Coleridge e la mancata giovinezza di Keats.

Manfred
Turner; Incident at the London Parliament

Lo sguardo di Byron non poteva ignorare il padre del teatro oltremanica, William Shakespeare. Di Shakespeare è l’epigrafe del poema: There are more things in heaven and earth, Horatio / Than are dreamt in your philosophy. Shakespeare viene continuamente elaborato, ne vengono illuminati Macbeth, La Tempesta, Romeo e Giulietta; senza contare il rimando cognitivo all’Amleto.

Utopia politica

Si può parlare di utopia politica in un dramma di spirito? Assolutamente. Abbiamo visto che Manfred è l’uomo di scienza che rigetta l’inferno, colui che ha venduto la giovinezza per conoscere l’ordine delle cosmo. Fuggire il degrado del quotidiano per attuare una nuova “rivoluzione” è un processo che esemplifica al meglio la rabbia di Byron, colui che lottò per la libertà dei vicini.

Sin dal tempo della giovinezza

Il mio spirito non fu mai in armonia con l’animo

degli uomini,

Né mai guardò alla terra con occhi umani;

La loro sete di ambizione non era la mia,

Il fine della loro esistenza non era il mio;

Le mie gioie, i miei dolore, le passioni, i miei poteri

Mi resero loro estraneo; [1]

Manfred
Theodoros P. Vryzakis; Lord Byron a Missolungi

Silvia Tortiglione

 

[1] Manfred;III_IV traduzione a cura di Franco Buffoni
[2] Manfred; II_II, Traduzione a cura di Franco Buffoni

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