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Letteratura nel periodo nazista: Arendt, Montale, Brecht

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Quali erano le espressioni della letteratura nel periodo nazista? Cosa scrivevano i letterati italiani sul nazismo?

La letteratura serve anche a tener vivo l’esercizio di discernimento e della ragion pratica. Sempre. Se la deportazione nei campi di sterminio di ebrei, zingari, omosessuali e comunisti ha avuto varie rappresentazioni nella letteratura nel periodo nazista, è utile ricordare anche quella letteratura che si è occupata del “come è stato possibile” il nazismo, dell’eclissi della ragione che ha causato la barbarie.

Il monumento alla memoria di una tale follia (oltre che con le migliaia di documentazioni utilissime a ricostruire il contesto di quella barbarie) va costruito interrogando le modalità di come quella barbarie sia potuta accadere, di come a quei discorsi folli ci fosse gente ad applaudire.

La banalità del male di Hannah Arendt

Nella letteratura nel periodo nazista ci sono romanzi e poesie che ponevano tale quesito, che dimostravano come alla shoah si fosse giunti attraverso la privazione dell’uomo non solo della libertà d’agire politico, ma soprattutto attraverso l’erosione della capacità di esercizio della ragion pratica. Scrive Hannah Arendt nel celeberrimo saggio La banalità del male

È vero che il regime hitleriano cercava di creare vuoti di oblio ove scomparisse ogni differenza tra il bene e il male, ma come i febbrili tentativi compiuti dai nazisti dal giugno 1942 in poi per cancellare ogni traccia dei massacri (con la cremazione, con l’incendio in pozzi, con gli esplosivi e i lanciafiamme e macchine che frantumavano le ossa) furono condannati al fallimento, così anche tutti i loro sforzi di far scomparire gli oppositori “di nascosto, nell’anonimo”, furono vani. I vuoti di oblio non esistono. Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente e al mondo c’è troppa gente perché certi fatti non si risappiano; qualcuno resterà sempre in vita per raccontare.

Letteratura nel periodo nazista: Bufera di Eugenio Montale

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Nella Bufera di Eugenio Montale la poesia “Primavera hitleriana” mostra come la poesia sia in grado di sentire le sinistre premonizioni che si annunciavano alla vigilia del più sanguinoso conflitto mondiale. Dall’occasione di un episodio storicamente accaduto, la visita di Hitler a Firenze nel ’38, emergono episodi presagi della crisi della coscienza europea.

Clizia, personificazione della poesia, lo è anche, del resto, della umana razionalità. Riportiamo le prime due strofe della lunga poesia: nella prima troviamo delle farfalle (falene) che ronzano attorno ai fanali in riva all’Arno riproducendo un rumore simile allo zucchero che viene calpestato e il clima, caldo per il periodo dell’anno, sembra di colpo raggelare.

Le vetrine che hanno chiuso per l’evento contenevano già “cannoni e giocattoli di guerra”, tutta la realtà si piegava terribilmente a Hitler, il messo infernale. E i soldati lo salutano con il motto “alalà” (dei greci e poi ripreso da D’Annunzio e poi dai fascisti) e i negozianti che hanno chiuso le botteghe (miti carnefici, anche loro con la loro ignavia e servilismo sono complici dell’immane crudeltà che sta per compiersi) danzano ugualmente come le farfalle dell’inizio della poesia. La sfilza di oggetti che riproducono i tanti presagi della guerra si chiude con un lapidario “e più nessuno è incolpevole”.

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Hitler a Roma

Folta la nuvola bianca delle falene impazzite
Turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,
stende a terra una coltre su cui scricchia
come su zucchero il piede; l’estate imminente sprigiona
ora il gelo notturno che capiva
nelle cave segrete della stagione morta,
negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai.

Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale
Tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso
E pavesato di croci a uncino l’ha preso e inghiottito,
si sono chiuse le vetrine, povere
e inoffensive benché armeate anch’esse
di cannoni e giocattoli di guerra
ha sprangato il beccaio che infiorava
di bacche il muso dei capretti uccisi,
la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate,
di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole.

Letteratura nel periodo nazista: Brecht

Concludiamo il nostro viaggio nella letteratura nel periodo nazista con la poesia di Bertolt Brecht. Generale, il tuo carro armato è una macchina potente, in cui l’invito all’esercizio della ragione e del discernimento più attuale e vivo che mai:
Generale, il tuo carro armato è una macchina potente
spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.
Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.
Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.

Luca Di Lello

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