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Kalokagathìa: l’uomo virtuoso emblema della bellezza divina

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kalokagathìa

Cosa indica il concetto greco kalokagathìa? In questo articolo sarà presentata l’evoluzione storica, artistica e filosofica di quest’antica espressione, che è emblema della natura che rende l’uomo virtuoso.

Origine storico – estetica del concetto kalòs kai agathòs 

Kalokagathìa è un’espressione di origine greca, nata dalla fusione dei concetti kalòs e kagathòs. Letteralmente l’espressione derivata kalòs kai agathòs  significa “il bello e il buono”. Essa sottolinea il carattere estetico dominante nell’interiorità dell’uomo. L’esteticità umana è l’elemento peculiare che determina la natura dell’uomo come essere vivente singolare, ossia speciale, in quanto connubio di facoltà sensibili, percettive e intellettive.

Le prime sono radicate nella potenzialità dei cinque sensi (gusto, olfatto, tatto, udito e vista). Mentre le proprietà volitive – intellettive implicano la facoltà immaginativa e cognitiva. Insieme, esse denotano la dimensione etico – pratica dell’essenza umana. Difatti, la ratio umana intesa come coscienza, grazie alle facoltà suddette, è in grado di spingere l’uomo al di là dell’apparenza delle cose esterne e di elevarlo alla comprensione del senso che si cela nella trama visibile del reale.

Sulla scia del pensiero greco arcaico, il cammino dell’uomo, nel corso del tempo, deve compiersi sotto l’occhio vigile della divinità Apollo, affinché in lui si evolva e si alimenti armonicamente la kalokagathìa.

Educazione apollinea

Dalla lettura de La nascita della tragedia, si comprende come vivere all’ombra apollinea significhi educare il corpo e la mente alla bellezza, al coraggio e all’onore. Bisogna praticare un costante allenamento che sia ossequio della massima giovenale «mens sana in corpore sano»Nietzsche scrive:


Apollo, dio di tutte le facoltà figurative, è insieme il dio profetico.
È il risplendente, la divinità della luce, il patrono del bello splendore dell’intimo mondo della fantasia.

[…]

Come il filosofo con la realtà dell’esistenza, così l’uomo artisticamente sensibile si comporta con la realtà del sogno: la contempla, con diligenza e soddisfazione, giacché dalle immagini del sogno impara a spiegarsi la vita, e su queste esperienze si esercita per la vita. Egli vive e soffre queste scene, sebbene non smarrisca interamente la fuggevole sensazione della loro apparenza.

Nella Grecia Antica l’educazione del corpo, la cosiddetta gymnastiqueè un momento ludico e formativo in quanto non conferisce soltanto vigore e agilità fisica, bensì forza ed elasticità mentale nell’affrontare le fatiche e le situazioni avverse della vita.

Questo connubio denota quei tratti divino – apollinei radicati nella bellezza fisica, nel valore del corpo e nella sua prestanza, nella concentrazione, nella costanza e nella pacatezza. Essi sono gli unici in grado di rendere concretezza al “sentimento del bello e del buono” nell’essere umano, ossia al principio della kalokagathìa, proprio dell’uomo virtuoso.

Il sentimento della kalokagathìa: l’uomo virtuoso e l’arte

Il concetto di kalokagathìa è anche espressione della bellezza come valore assoluto radicato nell’essere umano. È importante trasferire questa scintilla divina in tutto ciò che è opera dell’uomo, al fine di avvicinare all’allenamento fisico e mentale coloro che, essendo ancora restii a praticarlo, sono ancorati alla loro univoca visione spazio – temporale.

Vediamo com’è diffuso il culto della kalokagathìa: l’uomo virtuoso è emblema della bellezza divina, ossia colui che, dedito alla coltura del “sentimento del buono e del bello”, rende partecipi gli altri della sua maturità in continuo evolvere attraverso l’arte. Infatti, nella visione greca, l’arte è lo strumento per eccellenza che consente di cogliere l’elemento divino e assoluto che dimora nell’uomo. Gli consente di avvicinarsi progressivamente a quella bellezza ultraterrena piantata nel cuore umano.

In modo particolare è privilegiata l’arte plastica: attraverso questa rappresentazione figurativa, l’opera posta nello spazio assume un rilievo ben evidente. Si tratta della capacità di plasmare, ossia di dare corpo e respiro ad una forma tridimensionale, la quale è tipica della scultura.

Il canone della kalokagathìa

Nella prospettiva greco – classica, l’arte ha fondamento ontologico: il mondo non è altro che kòsmos, ossia ordine. Tutto ciò che è ordine è conseguentemente “bello e buono”. L’ordine costituisce un unicum fatto di armonia, di simmetria e di proporzione. Indica simultaneamente bellezza e bontà. Il suo “essere bello e essere buono” è dato dalla capacità di procurare piacere in chi guarda; dalla sua compostezza che si apre allo sguardo senza disturbare.

Nel pensiero greco, questo senso della misura, proprio del mondo, è riconosciuto soltanto nell’uomo. Protagora asserisce:

L’uomo è misura di tutte le cose

Si comprende che l’uomo è la sintesi perfetta di ciò che è disposto nel mondo. L’anatomia psico-fisica umana è la concentrazione di tutte le forze cosmiche; pertanto per conoscere e per realizzare il principio della kalokagathìa nell’arte è necessario conoscere il corpo umano nella sua sessualità e nelle sue abitudini.

Il nesso mondo – uomo permette di comprendere l’importanza dell’arte greca nella conduzione della vita quotidiana – scrigno morale, politico e religioso – e la sua finalità educativa.

Essa è orientata alla ricerca e alla realizzazione del modello di bellezza ideale e universale, capace di ergersi al di sopra delle differenze individuali. Soltanto a partire da queste l’artista crea il suo modello scegliendo gli elementi migliori da più soggetti, tra uomini e donne, così da poter comporli in un’entità omogenea e armonica.

Il padre del Canone: Policleto

Nel pensiero greco classico, la definizione del modello ideale di bellezza si deve allo scultore Policleto di Argo, secondo il quale la perfezione di un corpo umano non può essere soltanto il risultato di un costante allenamento fisico e mentale, ma si deve anche alla giusta proporzione delle varie parti del corpo. A tal proposito, egli scrive – nel 450 a.C. – un trattato sulle proporzioni dell’anatomia umana, intitolato il Canone.

In questo scritto, andato perduto, Policleto presenta il principio del chiasmo, detto anche del bilanciamento a X, secondo cui gli arti del corpo devono essere inversamente correlati, formando un incrocio. Se un arto inferiore è flesso, l’arto superiore del lato opposto deve essere teso e viceversa. Applicando questa regola, è possibile assicurare all’oggetto d’arte, armonia, ritmo e proporzione; risolvendo così il problema dell’equilibrio nella figura. Interessante sapere che, secondo lo scultore di Argo, è possibile ottenere l’equilibrio perfetto solo se la proporzione ottimale della testa sia pari a 1/8 dell’altezza totale del corpo.p

Il Doriforo di Policleto

Policleto realizza pienamente il principio del chiasmo nella sua scultura più celebre, ossia il Doriforo, noto come “il portatore di lancia“. Lo scultore disegna la verticale del corpo come una S molto ampia: da un lato, curva la parte inferiore del corpo e dall’altro, in direzione opposta, curva la parte superiore del tronco. Cosa accade? Le spalle e il bacino assumono non più una linea orizzontale, bensì inclinata. Dall’immagine allegata, si vede, che sul lato sinistro, il bacino scende e la spalla tende ad alzarsi; mentre, dalla parte destra, la gamba in quanto tesa sorregge il corpo e il braccio è rilassato.

Dunque, gli arti inferiori e superiori formano coppie contrapposte: due arti sono tesi e due sono flessi, ma mai sullo stesso lato. Questo principio del chiasmo policleteo diventa la regola d’oro nell’arte scultorea, finalizzata alla rappresentazione delle figure umane.

kalokagathìa
Doriforo “il portatore di lancia”

La naturalezza come tòpos della scultura greco – classica

Kalokagathìa: l'uomo virtuoso
Venere Callipigia

Grazie al principio innovativo di Policleto, la riproduzione artistica dell’uomo e della donna subisce un’evoluzione importante. Finalmente l’arte plastico scultorea fonde nella sua unità la kalokagathìa.

Infatti, seguendo un primordiale modello orientale – egizio, inizialmente; da un lato, gli uomini sono rappresentati con una corporatura massiccia, nuda e sproporzionata. Presentano una posa eretta, rigida e innaturale, con spalle squadrate, con occhi grandi e inespressivi.

Dall’altro, le donne, pur avendo in comune con gli uomini una posa statica, frontale e affettata, sono rappresentate con lunghe vesti che fasciano in parte o in tutto il loro corpo e talvolta sono sedute. Questi tratti sono lontani dal tòpos ricercato dall’arte greco-classica, il quale è radicato nella naturalezza e nella verosimiglianza quanto più possibile dell’oggetto d’arte ai suoi soggetti ispiratori.

Il modello della kalokagathìa, tipico del V secolo a.C.,si ispira alla rappresentazione dell’uomo in un corpo atletico, tonico e agile – presagito dalla lieve torsione della sua figura – con spalle larghe, con polpacci muscolosi, addominali scolpiti, vita stretta e linee del viso morbide e sottili

Mentre, si mira alla rappresentazione della donna incorniciata da un viso sottile e da labbra carnose, da un naso dritto (simbolo di grazia ed eleganza), da capelli ondulati e lunghi, da un corpo morbido e sinuoso con fianchi larghi e con seno florido; indice di femminilità e fertilità.

La sacralità dell’uomo

La kalokagathìa è visibile a occhio nudo nella forma dell’oggetto artistico, il quale è scolpito e levigato in maniera così laboriosa da renderlo eguale al corpo umano, persino nei suoi tratti imperfetti. Parliamo dei capelli spettinati, degli arti leggermente diversi, da andatura e volto stanco o riposato. Ciò è appannaggio della bellezza intellettiva: traspare lo status di concentrazione, in cui l’artista è assorto nei momenti della composizione della sua opera.

Nella Grecia classica, la rappresentazione della figura umana lascia intendere la sacralità in cui è relegato l’uomo. Egli è l’unico fra gli esseri viventi, che attraverso il suo microcosmo fatto di carne e di spirito, di pathos e forza intellettiva possa dare una rappresentazione degna dell’esistenza.

L’arte come introspezione

L’uomo educa gli altri e comunica con loro parlando una lingua comune; è la lingua fatta di parole e di suoni. Essa diventa divina quando calata in immagini e figure, che aiutano a scalfire anche i silenzi più marmorei.La scultura è l’arte dell’introspezione perché aiuta il soggetto ad avere una nuova consapevolezza di sé, degli altri e del mondo.

L’arte figurativa è lo spazio che permette all’uomo, attraversando il suo flusso coscienziale, memore degli insegnamenti passati, di cogliere il “qui e ora” che vale la “bellezza” di vivere.

Maria Molvetti

Bibliografia

F. Nietzsche, La nascita della tragedia, tr.it di S. Giametta, Adelphi, Milano, 1977.

S. Settis, I greci. Storia, arte, cultura e società, Vol. 1., Einaudi, Torino, 1977.

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