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Il volo della mente: una nuova Virginia Woolf

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Primo volume dell’epistolario di Virginia Woolf, Il volo della mente racchiude le lettere che vanno dal 1888 al 1912. O forse dovremmo chiamarla Virginia Stephen, dato che l’epistolario si chiude il 9 agosto 1912, il giorno prima del matrimonio con Leonard.
Nonostante Einaudi non ristampi più i cinque volumi, ci viene fortunatamente in soccorso la UTET che, nel 2017, ha riedito e riselezionato le lettere dei primi anni, pubblicando Ritratto della scrittrice da giovane.

Ma perché è importante leggerle?

Il volo della mente: una Virginia inedita

Quando scrive il primo bigliettino, indirizzato al padrino che tanto l’amava, Virginia aveva solo sei anni:

CARO PADRINO, SEI STATO SUGLI ADIRONDACK E HAI VISTO TANTE BESTIE E TANTI UCCELLI NEL NIDO SE NON VIENI QUI SEI CATTIVO CIAO
CON AFFETTO
VIRGINIA

Il vero e proprio scambio di missive inizia a dodici anni e, a quel punto, il numero dei suoi destinatari è sicuramente cresciuto. Dall’amato Thoby alla cugina Emma, dalla sorella Nessa al cognato Clive, Virginia non passava un momento della giornata senza scrivere. Le primissime lettere non spiccano per qualità argomentative, certo, ma più andiamo avanti, più l’immagine preconfezionata di una scrittrice tanto innovativa quanto folle inizia a rompersi.

Tra le diverse forme di scrittura a cui Virginia Woolf si dedicava, le lettere erano per lei figlie della conversazione e, come tali, le sue parole sono allegre, scaltre, spiritose, spesso arrabbiate, a volte contraddittorie, maliziose, ma sempre piene di brio e di un cinismo quasi cattivo.

Ad accompagnare la sua scrittura, caratteristico dell’epistolario è una vasta gamma di soprannomi, che Virginia attinge soprattutto dal mondo animale: Emma diventa un rospo, Vanessa un delfino e la stessa Virginia si attribuisce diversi nomignoli. Da bambina è, per tutti i familiari, “capra”, mentre per la sua dolce Violet è Sparroy o un canguretto che, a termine della giornata, non può che rifugiarsi tra le braccia della sua amata.

Virginia Woolf e Violet Dickinson È infatti ormai indubbio, leggendo queste lettere, che Violet sia stata la sua primissima amante (“quali profondità, quali ardenti profondità vulcaniche, il tuo dito ha saputo risvegliare in Sparroy – rimasta finora del tutto inerte”). È indubbio anche il loro rapporto sessuale e fa bene Nadia Fusini ad arrabbiarsi quando, non si sa perché, alcuni critici si ostinano a definire la relazione tra Violet e Virginia “pura e pudica”.

Violet è una protagonista indiscussa di queste lettere, colei che l’ha salvata dalle prime durissime crisi e che l’ha, in qualche modo, inserita ancora di più nel panorama letterario. Il loro scambio raggiunge il suo apice ne Il volo della mente, soprattutto tra il 1902 e il 1907.

Mia cara Violet,
non giudicarmi una povera sentimentale, ma parlarti è per me un balsamo ristoratore, l’unico bene esistente al mondo, quello che serve a giustificare tutte queste tragedie, che altrimenti non sarebbero altro che inutile tortura.
Tu sei un’adorabile creatura – questo volevo dire – e averti rende diversa ogni cosa.
La tua
Sparroy

A partire dal 1907, la mente e i sentimenti di Virginia sono quelli di una venticinquenne che, ormai conscia della libertà acquisita vivendo da sola, ha sete di nuove scoperte. Sono gli anni in cui inizia a formarsi il Bloomsbury group, in cui ha le prime proposte di matrimonio (tutte rifiutate, a volte gentilmente, altre meno) e la passione per Violet passa in secondo piano. Il loro è comunque uno scambio che procede fino alla morte di Virginia. Ma quando Violet, verso la fine, le consegna tutte le lettere che si erano scambiate fin dall’inizio, è conscia che quelle quattrocentocinquanta lettere “testimoniano un amore che s’è spento”.

È, in generale, nelle lettere alle amiche che la vera Virginia viene fuori. Sono quelle lettere in cui riesce a coniugare un sentimento vero e profondo con la voglia di condividerlo. È lo stesso animo che pretende indietro quasi lo stesso affetto. A Violet, a Nessa, a Clive e a tutti i suoi più intimi, obbliga di scrivere lunghe lettere “piene di pensieri”; a volte termina gli scritti con una richiesta d’affetto (“mi vuoi ancora bene?”); altre, invece, la impone (“Amami”).

Toglietemi l’amore per gli amici e il sentimento bruciante e continuo dell’importanza, dell’insondabilità, del fascino della vita umana e non sarei altro che una membrana, una fibra, senza colore e senza vita, buona solo per essere buttata via come una deiezione.

Da Melymbrosia a The Voyage out

Immagine di copertina Il volo della menteIl primo romanzo firmato da Virginia Woolf è The voyage out (La crociera) pubblicato nel 1915. Virginia aveva trentatré anni, forse troppo tardi, si potrebbe pensare. In realtà, era già conosciuta nel mondo letterario, non solo per il padre, Leslie Stephen, o per il Bloomsbury Group, ma anche perché scriveva diversi articoli e saggi su alcune riviste. Era così che si guadagnava qualcosa, lei che tanto odiava lo spreco ed era ossessionata dal dover pagare i medici per la sua malattia. Di sicuro, a causarne il rallentamento furono anche le forti crisi depressive, che la portarono ad altri tentativi di suicidio.

Ma non bisogna poi dimenticare che The voyage out ha risentito anche di un immenso lavoro di perfezionamento, intuibile proprio dalla lettura de Il volo della mente. Definire Virginia Woolf una perfezionista è riduttivo. I diari, in questo, ne sono una testimonianza. Il suo labor lime era infinito: il monologo interiore doveva sempre essere controllato, lirico, raggiungere la cosiddetta “prosa poetica”. Non impazzire come, secondo lei, faceva quella di James Joyce.

Se si vuole fare un lavoro filologico de La crocieraIl volo della mente è sicuramente il punto di partenza. Si prendano in analisi, infatti, le lettere che vanno dal 1907 fino alla pubblicazione.

Inizialmente il romanzo era stato chiamato Melymbrosia, racconto ispirato da una crociera che aveva fatto insieme al fratello Adrian verso la penisola iberica.

Il momento in cui ne inizia la stesura è percepibile dal cambiamento dello stile delle lettere. Si passa a lettere più curate, utilizzate quasi come un esercizio di scrittura.

Dunque, cara la mia donna, eccoti un esempio del mio stile narrativo: tutt’altro che buono, dato che finisco sempre per renderlo contorto e macchinoso nel tentativo di fargli seguire le circonvoluzioni del mio cervello, mentre un brano di narrativa dovrebbe essere dritto e flessibile come il filo che tendi tu tra i tuoi peri, per stenderci la biancheria.

È sempre a Violet che invia le prime copie del manoscritto, ma un’influenza importantissima viene esercitata da Clive Bell. Cognato prima odiato perché accusato di averle rubato la sorella, poi compagno di un lungo flirt, Clive Bell ha il potere di intervenire profondamente nella struttura del romanzo. Una lettera che gli scrive nel febbraio 1909 ne è la prova.

Mio caro Clive,
sei davvero angelico a darti tanto da fare per motivare i tuoi giudizi e darmi consigli. Mi sembrano ottimi: hai messo il dito su alcuni punti che anche a me erano sospetti.

Clive le suggerisce di eliminare alcuni brani, di cambiare alcuni nomi. I suoi consigli sono talmente influenti che hanno portato una studiosa, Louise De Salvo, a ripubblicare Melymbrosia col titolo originale e senza queste correzioni. Il risultato sembrerebbe essere quello di un libro completamente diverso.

Con la lettura de Il volo della mente, quindi, si scopre davvero un’altra persona. Sono dei testi fondamentali per scoprire la donna dietro la scrittrice, per andare al di là del pensiero comune su Virginia Woolf.

Bibliografia

Virginia Woolf, mia zia, Quentin Bell, La Tartaruga edizioni
Il volo della mente, Virginia Woolf, Einaudi
Ritratto della scrittrice da giovane, Virginia Woolf, UTET
Tutto ciò che vi devo, Virginia Woolf, L’Orma editore

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