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Labadessa fra presente e futuro – L’intervista [COMICON 2018]

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Mattia Labadessa è diventato ormai uno degli autori più di successo del fumetto italiano di oggi.

Lo incontrammo un anno fa intervistandolo allo scorso Comicon e scoprimmo che dietro quelle vignette gialle con un uccello rosso come protagonista e che parlavano delle ansie quotidiane di un giovane adulto c’era Mattia Labadessa, un ragazzo normale che però ha avuto il talento di mettere in un format fumettistico particolarmente riconoscibile le ansie comuni a tutta la sua generazione.

Tuttavia Labadessa ha dimostrato di essere molto di più di questo. Lo abbiamo incontrato al Comicon 2018 in occasione dell’uscita del suo terzo libro, Calata Capodichino.

Ci rivediamo dopo un anno, quando ti intervistammo per la prima volta qui al Comicon dopo la pubblicazione con Shockdom. Ora, aldilà di tutti i casini trascorsi, fai un bilancio di quest’anno appena trascorso.

Il bilancio in realtà l’ho cercato già in quest’ultimo libro. Quando ho lavorato a Calata Capodichino ho pensato che dovevo un attimo riorganizzare le idee, capire cosa sto facendo, dove sto andando, chi sono e cosa devo fare nella vita, quindi ho cercato di mettere un po’ le carte in tavola e mi sono reso conto di due cose: innanzitutto che non ho ancora capito nulla, non sto ancora capendo niente e sono ancora confuso all’interno di questo magico mondo, però dall’altro lato sto prendendo scioltezza, soprattutto negli eventi come le fiere del fumetto ma anche negli eventi in fumetteria, e sta diventando veramente un piacere farlo, all’inizio c’è quel gasamento e quell’energia bella. L’unico problema è che dopo il primo giorno già ti sei rotto le scatole.

Hai scelto cosa fare da grande?

Sì, tra le cose che ho capito è che mi piace quello che sto facendo. Ci sono capitato per caso e non mi sono ancora avvicinato al media fumetto come fruitore, però mi piace fare i libri, ho capito che mi piace molto e forse l’avevo già capito con Mezza fetta di limone; adesso mi sento così soddisfatto di Calata Capodichino e di quello che ne è uscito che ho realizzato pure la mia voglia di spaziare nel raccontare non solo di me e di cose personali ed autoreferenziali, ma anche di divagare su qualsiasi cosa, magari non solo sull’Uomo Uccello, magari sono sempre uccelli però non è lui, non è quello che abbiamo conosciuto finora.

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Mattia Labadessa è nato a Napoli nel 1993 e vive a Giugliano in Campania (NA).
In questo ultimo libro hai decisamente modificato il tuo stile. C’è stato qualcosa che ti ha ispirato in ciò?

In realtà potrei dire che mi ha ispirato la critica, perché leggendo le recensioni di Mezza fetta di limone mi sono reso conto che c’era un malcontento comune legato al fatto che spezzavo troppo il racconto con gli espedienti e le pippe mentali dell’Uomo Uccello. Questo mi ha portato a prendere una strada diversa in questo libro, che poi è stata un’ottima scelta perché dopo la prima divagazione fatta in una tavola è come se avessi detto all’Uomo Uccello “fermati, raccontiamo qualcosa che non sia la tua testa malata”. Alla fine l’ho fatto comunque nel libro, però l’ho fatto in modo secondo me molto più interessante; quindi mi sono ispirato dal parere degli altri, non da opere anche perché non leggo fumetti.

Zero proprio?

Ho letto solo in passato qualche Rat-Man e qualche Topolino, come già detto l’altra volta, poi basta. Non ho letto più nulla, è un mezzo di cui non voglio essere fruitore ma solo creatore. Io guardo pure con tanto rispetto questo mondo ma il rispetto nasce dal contesto, dal vedere il lavoro degli altri. Alla fine io ci sono capitato per caso, non ho mai letto fumetti e un motivo ci sarà. Io sono un illustratore finito a fare i fumetti.

Voglio farti una domanda un po’ provocatoria: chi ti credi di essere? Cioè, che ruolo pensi di avere? Hai scelto cosa sei?

Io sono un illustratore, mi sento tale. Il fatto che faccia fumetti è perché illustrare e aggiungere dei dialoghi alle illustrazioni, o comunque narrare tramite illustrazioni. diventa fumetto. Io non mi sento fumettista non per spocchia ma proprio perché io non c’entro nulla col fumetto, mi imbarazza pure parlarne perché non conosco nomi di autori, non conosco opere importanti, quindi sono semplicemente uno a cui piace disegnare.

Come stai sviluppando il contatto che hai col pubblico? 

Adesso c’è l’ennesimo cambiamento. Su Facebook la pagina continua a crescere ma molto a rilento perché purtroppo lo sto abbandonando e quindi là il rapporto col pubblico è praticamente morto. Mi sono trasferito su Instagram dove sto pubblicando a manetta, e oggi c’è una nuova cosa che col disegno non c’entra nulla ma sta avendo un incredibile riscontro di pubblico sono i sondaggi.
Io ho iniziato a fare sondaggi completamente a caso e ciò adesso è diventato una sorta di format. Ora mi arrivano una media di 40000 voti a sondaggio, una cosa assurda, di solito si pagano per averli! Oltre a questo poi la pubblicazione delle vignette su Instagram mi sta mettendo in contatto in modo ancora diverso con chi le legge perché il fatto che lì puoi sfogliare frame per frame, pagina per pagina, ti cambia completamente la lettura e molti stanno apprezzando adesso vignette magari pubblicate due anni fa che stanno riscoprendo. Quindi diciamo che il movimento di gente non si è fossilizzato ma stabilizzato, ho trovato un equilibrio al riguardo. Adesso credo si sia già formato un pubblico abbastanza fedele che conosce quello che faccio e che si fida di quello che faccio, sui social poi è un po’ un casino per le regole che c’hanno però vabbè, ci devo stare.

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Labadessa durante una sessione di autografi.
Il tuo anno è stato caratterizzato anche da uno spiacevole avvenimento che ti ha visto protagonista di una bufera mediatica a causa di un tuo post su Facebook. Ci racconti cosa è successo?

Eh, ho fatto una stronzata. Alla fine è passato tutto in un attimo ma sono stati momenti di panico quella sera.
Io ho scritto una cosa con tutta l’ingenuità del mondo su Facebook poi quella sera se n’è andata la connessione quindi non potevo più controllare quello che stava succedendo e mi sono terrorizzato. Dopo dieci minuti è tornata e sono andato a controllare, perché avevo visto già i primi commenti negativi ma non pensavo che la cosa esplodesse, ma quando ho riaperto ho trovato l’account bannato per 24 ore e il post rimosso. Ero finito nel panico totale. Quel post poi l’hanno frainteso completamente perché io non ci avevo neanche pensato allo stupro. Cioè, il termine “dormire” e “che ti fa fare sesso”, “ti addormenta” era legato mentalmente a una meccanica legata alle applicazioni, cioè l’app doveva fare qualcosa. Quando mi sono reso conto di quello che ho scritto mi sono detto “minchia questo è stupro”, ok, l’ho capito dopo però  quell’affermazione era così espressa male ed era così palesemente stupida che non pensavo fosse presa sul serio.
Secondo me il problema è stato principalmente il contesto. Io non posso sparare una stronzata così se non ho un pubblico che sa che posso sparare stronzate che alla fine è una cosa banalissima, l’ha detto pure Shy di Breaking Italy in un suo video; che poi sono capitato dovunque, sono usciti articoli addirittura su Wired, sul Corriere della Sera, su Il mattino online eccetera con titoli come “bufera sul noto fumettista”, sono entrato nei trend di Twitter Italia, pagina bloccata, 2000 like persi, un macello. Io ero nel panico a casa, disperato, mi sentivo male. Mi sono arrivati poi messaggi di ogni tipo, meme, qualsiasi cosa e io mi sono trovato in mezzo a una baraonda. Fortunatamente ho visto che molti hanno capito e mi hanno difeso, però pur difendendomi alcuni hanno fatto ancora peggio perché mi difendevano dicendo stronzate peggiori di quella che ho scritto.
Ora, io non mi sento quello che definiscono influencer e non lo posso essere perché sono un esempio completamente negativo. Molti dicono che ho una responsabilità verso chi legge quello che scrivo e io lo continuo a non capire, però adesso sto attento anche nelle vignette da quando è successo quel macello. Ho cambiato un po’ regime e ci vado molto più cauto. Non mi sto snaturando, ma alcune idee malsane le metto un attimo da parte e ci penso dieci volte prima di pubblicarle.

Segui qualche giovane talento?

Sì, in realtà a quelli che seguo lo faccio da anni, c’ho i miei punti fermi nell’illustrazione che sono Riccardo Guasco che è uno dei pochi che anni fa guardavo con una marea di ammirazione e che ho cercato pure di imitare, a volte non riuscendoci però il fatto che abbia studiato grafica mi ha conferito quell’aspetto sintetico che hanno gli illustratori. Poi c’è T-Wei è uno che consiglio sempre a tutti perché è un pazzoide, c’ha uno stile veramente folle ed è molto forte, è su Instagram dove seguo lui e tantissimi altri artisti. Punti di riferimento non sento di averne, io poi cambio stile ogni due minuti quindi dovrei fermarmi e diventare magari io stesso il mio punto di riferimento per capire che voglio fare nella vita

Cosa ne hai pensato del Comicon 2018?

Mi è piaciuto veramente assai. Io mi sono fatto il Comicon solo due volte di cui una come spettatore e l’altra come ospite. L’anno scorso ci sono stato e già mi era piaciuto ma quest’anno ho avuto l’impressione che fosse gestito veramente bene e che fosse tutto sistemato al posto giusto nel momento giusto, è stata una bella edizione. Bravo Comicon!

Giacomo Sannino

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