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Homo Deus: una breve storia del futuro secondo Y. N. Harari

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La maggior parte dei libri, soprattutto di saggistica, cerca di rispondere a delle domande, ma ancora di più, cerca di stimolarne di nuove. Yuval Noah Harari, storico e professore universitario israeliano, conclude infatti il suo Homo Deus con tre questioni che pesano su di noi e sul nostro futuro.

“ 1)Gli organismi sono davvero soltanto algoritmi, e la vita è davvero soltanto elaborazione dati?

2)Che cos’è più importante: l’intelligenza o la consapevolezza?

3)Che cosa accadrà alla società, alla politica, alla vita quotidiana quando algoritmi non coscienti ma dotati di grande intelligenza ci conosceranno più a fondo di quanto noi conosciamo noi stessi?”

L’autore invita ad accogliere le osservazioni proposte come ipotesi e non come previsioni. Tali ipotesi scaturiscono infatti dall’analisi della società attuale, dei suoi problemi e delle sue aspirazioni. Tuttavia non è detto che, una volta che si sia compiuto il progresso ambito, questo strutturerà la società secondo le modalità previste.

Homo Deus

Homo Deus: Breve storia del futuro si apre con un lungo capitolo sull’ambizioso progetto dell’uomo contemporaneo. L’essere umano ha sconfitto il rischio di pestilenze e carestie, ridotto al minimo le aree di conflitto e costruito una società all’insegna del comfort. Risolti i suoi più drammatici problemi, l’umanità sembra proiettarsi verso un’età dell’oro, dove il progresso medico allungherà esponenzialmente la durata della vita, la felicità potrà essere indotta chimicamente e lo sviluppo tecnologico ci doterà di caratteristiche sovraumane.

Homo DeusUtopia? Non proprio. Infatti, sebbene le tempistiche non siano rigidamente prevedibili, si tratta di conquiste ad oggi plausibili. Il problema è rappresentato piuttosto dalle modalità con cui tali cambiamenti modificheranno la società. La direzione più probabile è quella di un’ulteriore diseguaglianza sociale.

La medicina sta investendo molto per migliorare le condizioni di persone già sane, tramite chirurgia, protesi, ingegneria genetica. Curare le malattie potrebbe non essere più il suo unico scopo. Quando e se accadrà, sarà il nostro portafoglio a decidere cosa possiamo permetterci. Lo stesso discorso si potrebbe fare per le intelligenze artificiali: più saranno capaci di migliorare il nostro stile di vita e “accudirci”, più diventeranno costose.

La “religione” umanistica mostra segni di cedimento. La visione del mondo che per secoli ha divinizzato l’uomo perde terreno rispetto ad altre interpretazioni dell’esistenza. L’umanità cede il passo al dominio dell’inorganico, cioè agli algoritmi sintetici.

Siamo solo algoritmi

Saremmo portati ad ascrivere all’informatica la diffusione e il successo dell’intelligenza artificiale. Harari tuttavia indica come principale responsabile la biologia. Quest’ultima ha infatti teorizzato che gli esseri organici sono algoritmi, ovvero insiemi ordinati di istruzioni volti a risolvere un problema o prendere una decisione. L’algoritmo infatti non è un semplice calcolo, ma un modo di effettuare quest’ultimo.

Abbattuto il consolante muro che separava organico e inorganico, l’essere umano ha perso la sua “priorità ontologica” su una serie di operazioni. Poiché gli algoritmi funzionano a prescindere dal materiale dell’agente, azioni quali il pensare, il pianificare, l’osservare e il creare, per quanto complesse, possono essere svolte anche da algoritmi inorganici. La fantascienza si è sbizzarrita in questo senso, ma la realtà potrebbe stupire anche di più. Oggi EMI, il compositore digitale di musica classica, può essere confuso con Bach, mentre VITAL è il primo algoritmo membro di un consiglio di amministrazione.

Homo Deus
Yuval Noah Harari

La possibilità che le I.A. possano raggiungere un livello di auto-coscienza pari al nostro non sembra molto prossima. Tuttavia, separando coscienza e intelligenza, gli algoritmi necessitano solo della seconda per svolgere una vasta gamma di compiti in modo più efficiente e veloce rispetto a noi. Il rischio imminente, è, secondo Harari, che in questa prospettiva noi potremmo risultare dei lavoratori meno rapidi e precisi.

L’algoritmo potrebbe un giorno avere anche la capacità di conoscerci talmente bene da spingerci a delegare allo stesso decisioni importanti, riguardanti la nostra vita professionale o la nostra salute. Affinché ciò si verifichi non è necessario che l’algoritmo  raggiunga picchi di perfezione assoluta. Sarà sufficiente che dimostri una percentuale di successi più alta della nostra: cosa, per altro, che già avviene in molti ambiti.

La religione dei dati

Harari ipotizza due nuove religioni dopo l’umanesimo. La prima è il “tecno-umanesimo”, la quale prospetta un potenziamento che faccia compiere il passaggio da Homo Sapiens a Homo Deus. Tuttavia si presenta una contraddizione: radicalizza il valore della volontà tanto da auspicare tecnologie che possano controllarla e modificarla, ma in questo modo riduce il suo valore supremo a bene di consumo da modellare a piacimento. Analizziamo ora la seconda opzione, ovvero la “religione dei dati” o “datismo”.

“Il datismo sostiene che l’universo consiste di flussi di dati e che il valore di ciascun fenomeno o entità è determinato dal suo contributo all’elaborazione dei dati.”

Il datismo ruota attorno a due perni. Il primo è il flusso libero delle informazioni, che sollecita qualsiasi incremento della quantità e dell’elaborazione dei dati. Il secondo è, come ogni religione, un’aspirazione messianica verso ciò che si definisce “Internet-di-Tutte-le-Cose”. Si tratta, cioè, di un ipotetico insieme integrato di dati, in cui ogni oggetto o essere vivente del pianeta sarà collegato al flusso informatico.

Homo Deus

I prodromi di una tale visione già si intuiscono nel dogma dei social network, che afferma più o meno implicitamente il fatto che ogni cosa ha valore solo se condivisa, ovvero se è convertita in dati. Oltre a ciò, c’è anche la possibilità che le informazioni diventino più importanti dell’umanità stessa. Prova ne siano il capitalismo, il cui successo sta nell’elaborazione distribuita dei dati, opposta a quella concentrata, e la biologia, la quale ragiona presupponendo che gli organismi siano algoritmi.

Liberarsi del futuro

Harari afferma che gli “storici studiano il passato non per ripeterlo, ma per liberarsene”. Infatti, prima di arrivare a parlare degli sviluppi presenti e futuri, fa una lunga disamina dei percorsi storici che ci hanno condotto sin qui. in Homo Deus, con la sua “breve storia del futuro”, si cerca di compiere la stessa operazione sul futuro stesso. Come già detto, non si ha la pretesa di fare previsioni, ma solo ipotesi.

Tenendo presente le domande elencate in apertura, possiamo dire che l’autore sembra quasi voglia affrancarsi da un futuro che vede scritto, già solo per il solo fatto che sia possibile. Solo ipotizzando le varie direzioni in cui potrebbe configurarsi il mondo di domani possiamo scegliere quella che riteniamo migliore.

Giovanni Di Rienzo

Bibliografia

Yuval Noah Harari, Homo Deus. Breve storia del futuro, edizione Bompiani, 2017.

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