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Anfitrione di Kleist: la commedia degli equivoci

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Nella seconda commedia di Kleist, Anfitrione (Amphitryon, 1807), esattamente come ne La brocca rotta (di cui abbiamo parlato qui), si ritrova il tema della ricerca della verità. C’è però una differenza nel modo leggero e allegro con cui tale tematica viene rappresentata e che assume in quest’opera una dimensione angosciosa.

Anfitrione di Molière e di Kleist

Il soggetto è tratto dall’omonima commedia di Molière, che Kleist rimaneggia fra il 1806 e il 1807 e da cui lo scrittore prende alcune parti quasi alla lettera. La leggenda di Zeus, che per riuscire a possedere la bella Alcmena le si avvicina sotto le sembianze del marito Anfitrione, appartiene al genere della commedia degli equivoci. Kleist però stravolge questo quadro di riferimento per rappresentare in maniera drammatica il legame tra ciò che è e ciò che appare. Riprendendo l’Amphitryon di Molière, Kleist ne trae, aggiungendovi due sole scene completamente nuove, una commedia fra le più “kleistiane”. Zeus, stanco di essere soltanto dio, scende dall’Olimpo per sottoporre ad un crudele esperimento Alcmena. Egli vuole possedere la donna non da dio o da animale ma da uomo, come un marito innamorato possiede la moglie innamorata.

La scoperta dell’inganno

Dopo la notte passata sotto le sembianze di Anfitrione con Alcmena, Zeus la sottopone ad un penosissimo interrogatorio: egli si comportò secondo lei da marito o da amante? E lei stessa fu più amante che moglie? Alcmena riesce a conservare nella scena tutta la propria dignità. La sicurezza della donna però, già scossa dalle parole di Zeus, crolla quando il giorno dopo ritorna d’improvviso Anfitrione che non sa nulla della propria visita notturna.

La frattura fra la certezza del cuore e la realtà si compie quando Anfitrione non trova nel cofanetto che ha portato con sé il diadema che voleva regalare alla moglie. Quel diadema la moglie l’ha già avuto dal “marito” Zeus. La donna non vuole – e non può – più vivere. C’è però un pensiero che la consola: se fu ingannata, non per questo sbagliò, poiché in Zeus non amò il dio, amò il marito. Alla fine il popolo di Tebe costringe Alcmena a dichiarare quale dei due Anfitrioni sia il vero; senza un attimo di esitazione Alcmena indica Zeus. Essa s’inganna ma soltanto in apparenza; prima di lei infatti si era ingannato tutto il popolo.

Un’eroina risoluta

Kleist colloca Alcmena, la sua eroina più appassionata ed insieme più casta, in una situazione assurda e intessuta d’irresolubili contraddizioni, facendola però uscire vittoriosa dalla disumana prova del confronto Zeus-Anfitrione. La creatura rivela di fronte al dio la propria dignità e grandezza umana, accettando l’“enigma del mondo”. All’enigma del tradimento essa contrappone trionfalmente la propria certezza di essere sempre stata moglie fedele, di essere appartenuta soltanto al proprio marito.

La difficoltà di tornare indietro

Anfitrione
Una scena tratta dal film Amphitryon di Reinhold Schuenzel.

La futura madre di Ercole, vittoriosa per aver avuto ragione sul dio, è per un altro verso per sempre spezzata. Alcmena ha sperimentato Zeus nella sua vera essenza divina e il suo sospiro, con cui la commedia si chiude, rivela che essa non potrà più tornare ad essere quella che fu, cioè una semplice sposa terrena. L’amarissima commedia è in definitiva la più compiuta celebrazione kleistiana della “vocazione terrena” dell’uomo e di quell’unico vero amore che è quello fra due creature umane. Nello stesso tempo il testo di Kleist è rappresentazione quasi tragica dell’incapacità umana di reggere all’assurdità dell’esistenza. Anche quella di Anfitrione è una figura poco felice, sempre incerto della propria virilità, proprio come l’autore che sembra giustificarsi implicitamente idealizzandosi in un marito che fu sì ingannato, ma ingannato da un dio.

Un sospiro “espressivo”

Alcmena alla fine ritorna alla vita terrestre e al marito umano, ma vi ritorna con un sospiro. Il suo «Ach!» («Ahimè!») che chiude la commedia supera ogni limite dell’espressione umana e racchiude in sé l’accettazione della propria realtà terrena e al contempo un’amara rassegnazione a quest’ultima. C’è però dell’altro: a causa del doppio gioco di Zeus, infatti, Alcmena comincia a dubitare del suo sentimento. «Ach!» esclama alla fine l’eroina dopo aver scoperto l’inganno e questo sospiro è anche un lamento per l’irrimediabile perdita della sicurezza del sentimento derivante dalla constatazione dello scambio. L’uomo dunque non è fatto per la conoscenza della verità, ma deve vivere con la radicale consapevolezza che anche le sue più intime certezze sono minate dal dubbio.

Il lieto fine è perciò illusorio.

Pia C. Lombardi

Bibliografia

Per visualizzare il testo della commedia di Heinrich von Kleist, clicca qui.

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