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Natura in Pascoli: è una “madre dolcissima e previdente”?

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giovanni pascoli

Natura, tema centralissimo della poesia pascoliana, viene rappresentata in realtà con immagini profondamente ambigue.

Simbologia della Natura: i tre elementi chiavenatura

La prefazione a “Myricae” contiene tre elementi che sono alla base della simbologia naturale della poesia pascoliana:
In primo luogo, la concezione positiva della natura. Infatti, in aperta polemica con Leopardi, Giovanni Pascoli la definisce come una “madre dolcissima e previdente”
La natura viene, inoltre, spesso associata al tema della morte, come seducente immagine di dissolvimento
“…che anche nello spengerci sembra che ci culli e addormenti. Oh! lasciamo fare a lei, che sa quello che fa, e ci vuol bene.”
Ultimo, ma fondamentale elemento, è laparola delle cose”.
“Sono frulli d’uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane”.

Il fantasma dei morti

Nonostante l’esplicita volontà del poeta di opporre una natura buona alla società malvagia, il fantasma dei morti insidia costantemente l’idillio naturale.
L’ambiguità caratterizza il paesaggio pascoliano e rimanda alla scissione tra un’ideologia consolatoria della natura e gli influssi profondi della psiche.

Natura umile e quotidiana

La scelta della natura umile e quotidiana coincide con la creazione di due miti idilliaci: la campagna e l’infanzia, contrapposte, rispettivamente, alla città e alla vita adulta.
Ma la contemplazione ingenua e incantata di un fanciullino e la ricerca di una condizione di pace e di innocenza non bastano ad esorcizzare la presenza di motivi perturbanti:

natura In “Digitale purpurea”

Due amiche si incontrano dopo tanto tempo e rievocano la comune giovinezza in convento. Riaffiora un particolare per entrambe importante: il fiore della digitale purpurea, dall’odore dolciastro e stregato, che ammalia e uccide chi lo odori.
Rachele confessa di aver odorato quel fiore proibito. Nel suo racconto introduce un paesaggio torbido e morboso:

“[…] “Maria!” “Rachele!” Questa piange, “Addio!”
dice tra sé, poi volta la parola
grave a Maria, ma i neri occhi no: “Io,”
mormora, “sì: sentii quel fiore. Sola
ero con le cetonie verdi. Il vento
portava odor di rose e di viole a
ciocche. Nel cuore, il languido fermento
d’un sogno che notturno arse e che s’era
all’alba, nell’ignara anima, spento.
Maria, ricordo quella greve sera.
L’aria soffiava luce di baleni
silenzïosi. M’inoltrai leggiera,
cauta, su per i molli terrapieni
erbosi. I piedi mi tenea la folta
erba. Sorridi? E dirmi sentia, Vieni!
Vieni! E fu molta la dolcezza! molta!
tanta, che, vedi… (l’altra lo stupore
alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta
con un suo lungo brivido…si muore!”

… o in “Romagna

Dove l’evasione nella memoria dell’infanzia e nel solare del paese natio nasconde una duplicità.
Il ridente paesaggio allude a un sogno di fusione armonica dell’io con la natura, che si esprime nel reciproco scambio di attributi fra soggetto e paesaggio. La natura assume forme antropomorfiche e la presenza umana si naturalizza: la casa diventa il “nido”, gli estranei che l’anno occupata sono “del cuculo ozioso i piccolini”.
Tuttavia la natura, assunta a termine di confronto dell’esistenza umana, assume la dimensione del lutto che ha segnato il poeta nell’infanzia.

“Ma da quel nido, rondini tardive,                                              
tutti tutti migrammo un giorno nero;
io, la mia patria or è dove si vive:
gli altri son poco lungi; in cimitero”.

Natura: rifugio idilliaco, ma voce inquietante

La rappresentazione della natura in Pascoli oscilla tra l’immagine del rifugio idilliaco e l’espressione della voce inquietante che sale dal profondo.

 In “Assiuolo

La voce del chiù da voce dei campi diventa “singulto” e infine “pianto di morte”. Tramite l’onomatopea e il fono-simbolismo, le cose parlano direttamente al cuore del poeta un linguaggio umano, un linguaggio pregrammaticale, in cui l’io e la natura si intendono e si confondono.
La triplice anafora di chiù pone fortemente l’accento sul soggetto lirico che recepisce le voci della natura come voci di un turbamento inconscio. Pascoli ritrova nella natura lo stesso senso di mistero e angoscia che caratterizza il suo rapporto con la realtà, con il mondo lontano e profondo che lo minaccia e lo spaventa.

Psicologia pascoliana

Non solo la precarietà e la morte ma anche la malattia la corruzione e la deformità minano l’immagine idilliaca rassicurante della natura. I temi del doppio, del mostruoso del vampirismo che invadono la natura pascoliana se si ricollegano ad un diffuso gusto decadente mettono anche in crisi la tradizionale immagine dell’infanzia, rivelando, nell’anima del fanciullino, la compresenza di innocenza e di perversità, in cui consiste una delle più interessanti scoperte della psicologia del nuovo secolo.

Fonti:

Myricae, Giovanni Pascoli, a cura di G. Lavezzi. Bur Biblioteca Univers. Rizzoli

Nadia Rosato

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