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Silenzio: i significati dell’assenza di suono

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Quando pronuncio la parola silenzio, lo distruggo.[1]

Parlare di silenzio è quello che in poesia potrebbe definirsi un ossimoro, una contraddizione: significa dar voce a qualcosa che non si può – o non si vuole – ascoltare. Tuttavia, il concetto non è riducibile esclusivamente alla semplice “assenza di suoni e rumori”.

Contrariamente a quanto si può credere e osservare, l’atto del tacere è parte integrante dell’esistenza umana e dei più disparati aspetti della vita sociale e psicologica dell’uomo. Rispetto al parlato, però, ricopre minore importanza nella comunicazione: pochi si accorgono che il non parlare implica molti significati, spesso più carichi delle parole.

Comunicare con il silenzio

Partiamo da un saggio: Pragmatica della comunicazione umana, pubblicato nel 1967, scritto da tre autori della scuola di Palo Alto: Paul Watzlawick, Janet Beaivin e Don Jackson. Il tema centrale del saggio è la comunicazione analizzata da un punto di vista particolare. Partendo dal presupposto che comunicare significa mettere in comune, condividere e trasferire informazioni, la pragmatica studia la comunicazione dal punti di vista delle azioni che si compiono.  Tra gli assiomi delineati nel saggio – principi che stanno alla base della comunicazione umana – è importante focalizzarsi sul primo: è impossibile non comunicare.

Con quest’espressione, gli studiosi della scuola di Palo Alto cercano di sottolineare l’impossibilità di scegliere di comunicare oppure no. Il messaggio passa anche attraverso le azioni – uno sguardo, un gesto, un silenzio. Anche se lontano nel tempo e nello spazio, il mistico indiano Osho è riuscito a esemplificare il concetto di comunicazione non verbale con delle immagini suggestive:

Inizia qualche volta a comunicare tramite il silenzio. Tenendo per mano il tuo amico […]. Guardando la luna, sentite la luna […]  Vedrai che avviene una comunicazione, anzi una comunione. I vostri cuori inizieranno a battere allo stesso ritmo, sentirete lo stesso spazio, la stessa gioia. I vostri esseri cominceranno quasi a sovrapporsi: questa è comunione. Hai parlato senza dire nulla, e non ci saranno mai fraintendimenti. [2]

L’immagine appena descritta è ciò che in psicologia si definisce silenzio di vita, nel quale le parole sono superflue; ad esso è contrapposto il silenzio di morte inteso come incapacità di comunicare e di creare relazioni profonde.

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Giorgio Kienerk – ” Il silenzio”

Cosa si vuole comunicare?

I silenzi non sono univoci, non esprimono tutti la stessa cosa: il loro significato si modifica a seconda del contesto in cui sono utilizzati.

  • Rispetto: tacere è un atto dovuto nei luoghi di culto e di preghiera nei quali si dà ascolto alle voci interiori;
  • Valore: nel teatro e nella musica le pause  vengono utilizzate per valorizzare le parole – senza dimenticare le forme d’arte mute come il mimo o il cinema;
  • Solitudine: spesso non si parla perché non si ha nessuno con cui farlo e anche quando si sta in compagnia si percepisce di essere isolati;
  • Riflessione: essere silenziosi è anche sinonimo di chi è in bilico tra le incertezze quotidiane e solo ascoltando le mute voci interiori si può trovare una soluzione;
  • Sapienza: il genere di silenzio utilizzato dalle persone sagge, attraverso il quale ci si innalza su un gradino intellettuale superiore,  a volte evita conflitti verbali inevitabili;
  • Rabbia: il più delle volte la si collega alle urla, altre volte non emette nessun rumore.

A proposito dell’ultimo punto:

[…] tacere non è una scelta deliberata ma l’ultimo tentativo di salvarsi di chi ha la sensazione di affogare sulla riva. Perché, il più delle volte, si delega al silenzio il compito di urlare per richiamare l’attenzione di chi è troppo distratto per ascoltarci.[3]

Curarsi silenziosamente

Tacere non è solo sinonimo di un disagio o di una reazione emotiva; spesso è un importante strumento terapeutico. In un processo di terapia psicologica individuale, il terapeuta non ha il compito di comportarsi come un “oracolo” a cui è possibile chiedere la soluzione ai propri problemi, come si fa con i medici.

Nella relazione paziente-psicologo, il silenzio occupa una posizione di primo piano: in primis, il terapeuta ascolta e quindi lascia lo spazio necessario al paziente di esprimere se stesso a ruota libera – nella teoria psicoanalitica si mette in atto il fenomeno del transfert, il passaggio di emozioni, sensazioni, desideri.  Alle richieste di aiuto del proprio paziente il terapeuta non parla o si limita a fare altre domande: ciò accade non perché egli non sia a conoscenza della soluzione, ma per permettere al paziente di riflettere e giungere alla soluzione, interiorizzandola. Sia chiaro, il terapeuta non abbandona il paziente: lo accompagna nel suo percorso attraverso l’ascolto attivo, predisponendosi ad accogliere il paziente attraverso la comunicazione non verbale creando l‘empatia necessaria affinché la terapia abbia successo.

L’alternativa orientale: la meditazione

Il silenzio terapeutico trova terreno fertile – e un punto di contatto – nella filosofia orientale. La religione buddista fa riferimento agli insegnamenti del Buddha, Siddartha Gautama. Il giovane nobile decide di  andar via dal suo castello per vedere il mondo: l’incontro con un monaco in meditazione sarà significativo. Il Buddismo utilizza la meditazione come strumento per raggiungere l’illuminazione e il proprio Sé superiore. Attraverso il silenzio si può raggiungere uno stato meditativo così alto da percepire la mente e il corpo come una sola entità estranea alla terra e scaricare i mille pensieri e problemi.

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In conclusione, il silenzio è un elemento sottovalutato. Non si sente ma c’è, esiste ed è vivo nella quotidianità. L’assenza di suono è una risorsa, aiuta la conoscenza di sé e la comunione con l’altro. Esso ha un grandissimo potere, un potere così grande da poter diventare un’arma. Per questo va necessariamente coniugato alle parole, conferendo loro il giusto valore.

Alessandra Del Prete

Fonti

[1] Wislawa Szymborska, Le tre parole più strane 

[2] Osho, This Very Body the Buddha, Talk #5

[3] Tratto dall’articolo: Il valore comunicativo del silenzio

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