Home Letteratura straniera contemporanea Letteratura britannica (1850-2000) American Gods di Neil Gaiman: non è un paese per dèi

American Gods di Neil Gaiman: non è un paese per dèi

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Ci sono dèi che sono stati dimenticati, e ormai potrebbero anche essere morti. Li si può trovare soltanto dentro antiche storie. Sono scomparsi, tutti scomparsi, ma ci rimangono i loro nomi e le loro effigi.  

È questa la premessa di American Gods, romanzo del britannico Neil Gaiman (già apprezzato da pubblico e critica per la serie a fumetti Sandman), pubblicato per la prima volta 15 anni fa. Lungi dal costituire un semplice viaggio alla riscoperta delle molte divinità dimenticate, American Gods vuole essere uno spaccato, narrativo e metaforico, dell’America contemporanea; della sua inestricabile mescolanza di culture, dell’essere il centro d’irradiazione della globalizzazione, passando per le nuove forme di idoli e feticci: tutto è rintracciabile nell’universo, fantastico e realistico al contempo, creato da Neil Gaiman.

Più che discutere dell’intreccio, quindi, in questo articolo tenteremo di inquadrare il panorama di idee su cui il libro riflette e, perché no?, di darvi alcuni buoni motivi per leggere il romanzo prima che, nel 2017, esca la serie TV targata Starz e firmata Bryan Fuller, già mente creativa di Hannibal.

American_Gods_logo
Il logo al neon scelto per rappresentare la serie TV, emblema che sintetizza i nuovi dèi rappresentati in American Gods.

Vecchi e nuovi dèi

Negli innumerevoli viaggi compiuti nel lontano passato verso il Nuovo Mondo, i popoli hanno portato con sé tutto ciò che avevano di più caro, compresa dunque la fede in esseri sovrannaturali e creature a metà tra il mito e il folklore. Gaiman allude a tante migrazioni, non solo quella avvenuta a seguito della scoperta dell’America da parte di Colombo; nel romanzo ritroviamo un capitolo “a sé”  dedicato al presunto sbarco dei vichinghi antenati di Erik il rosso, un altro sull’esodo degli irlandesi all’epoca delle carestie, un altro ancora sull’incredibile quantità di dèi portati dagli schiavi provenienti dall’Africa. Si tratta di un vero e proprio caleidoscopio di divinità, riflesso del mosaico di popoli giunti da ogni parte del mondo in cerca di una propria fetta di America.

L’America però, afferma Wednesday – l’oscuro personaggio che offre un lavoro al protagonista di American Gods, Shadow – è un territorio sterile, una vera e propria Waste Land eliotiana in cui gli dèi non possono proliferare, perché col passare del tempo vengono dimenticati e la loro essenza, abbandonata a se stessa, gradualmente svanisce. Thoth e Anubis, Odino e Loki, lo slavo Chernobog, la germanica Eostre da cui deriva la parola Easter e il trickster africano Anansi, tutti in vario modo soffrono per la mancanza di venerazione. La loro stessa esistenza, infatti, dipende dalla fede dell’uomo; l’assunto ideologico è che gli dèi esistano solo perché inventati dall’uomo, come essenziale manifestazione della propria identità e cultura; nel momento in cui li dimentichiamo, essi iniziano a scomparire.

Il nuovo “sacro” americano

Il suolo americano, dicevamo, è infecondo perché i popoli credono di aver lasciato i propri dèi nel paese di origine, di aver abbandonato la propria cultura primitiva e originaria, insomma le proprie radici. Ad essi si sono sostituiti, nella parole di Wednesday, dèi delle carte di credito e delle autostrade, di Internet e del telefono, della radio e dell’ospedale e della televisione, dèi fatti di plastica, di suonerie e di neon. Dèi pieni di orgoglio, creature grasse e sciocche, tronfie perché si sentono nuove e importanti. A questi nuovi dèi il popolo dedica il proprio tempo, sacrifica ciò che ha di più caro, essi sono invocati nel momento del bisogno (ricordiamo che il romanzo fu pubblicato nel 2001, quando il progresso tecnologico era ancora percepito come un prodotto d’oltreoceano): sono loro, dunque, i nemici che gli antichi dèi devono combattere.

Ma American Gods non si ferma a questa semplicistica opposizione binaria di vecchio contro nuovo.

È l’identità culturale americana che Gaiman intende indagare, non abbandonarsi nostalgicamente ad una divina età dell’oro mai esistita. Nella prima parte del romanzo sembra prepararsi una vera e propria guerra, che vede sul fronte dei “moderni” Media, icona dei mezzi di comunicazione di massa e della facile distrazione che essi procurano (Ti va di vedere le tette di Lucy? domanda la dèa a Shadow direttamente dallo schermo della TV, e poi afferma: la TV è l’altare. Io sono ciò a cui il pubblico offre i suoi sacrifici), un ragazzo tecnologico viziato e piantagrane e tanti uomini grigi dai nomi vaghi e stereotipati; abbiamo ad esempio Mr Town e Mr World, come l’urbanizzazione e la globalizzazione che caratterizzano il mondo di oggi.

Le cose, però, sono ben più complicate: sorgeranno e tramonteranno ancora altri dèi, perché l’incessante movimento della storia umana non ammette cristallizzazioni e solo il costante adattamento al nuovo permette la sopravvivenza. Cambiare o soccombere, evolversi o perire, sostiene Loki.

In questa riflessione, che ha ben poco di fiabesco o parodico, Gaiman sembra avvicinarsi ad altri autori contemporanei – americani, in questo caso – che hanno riflettuto sul tema del sacro nel mondo di oggi. Carver, ad esempio, ha intitolato un racconto A Small, Good Thing (“Una cosa piccola ma buona”, contenuto in Cattedrale) e l’ha riempito di allusioni religiose collegate a oggetti di vita quotidiana, come a dire che il “sacro contemporaneo” non può prescindere dalla sfera materiale degli oggetti, anche quelli più piccoli e banali. Similmente Wallace ha persino, un po’ provocatoriamente, dipinto un’altra imprescindibile dimensione della sacralità moderna, quella dello sport, in Roger Federer come esperienza religiosa.

Alla ricerca di un’identità

Chi sono i veri dèi in un mondo dove l’oppio è diventato la religione dei popoli (come afferma il leprecauno Mad Sweeney)? Questa domanda non ottiene risposta, permettendoci tutt’al più di costruire un collage composito di una possibile “sintesi” della cultura americana contenuta in American Gods. Da McDonald’s al Corvo di Edgar Allan Poe, dal”World’s largest Carousel” del Wisconsin a un numero del Reader’s Digest aperto ad una pagina di Fight Club, passando per il “sacro” Monte Rushmore” (hanno bisogno di dare alla gente una scusa per pregare. Di questi tempi non si può andare a vedere una montagna e basta, spiega Wednesday a Shadow.)

American Gods carousel
Neil Gaiman al World’s largest carousel.

Attrazioni turistiche, divinità provenienti da ogni parte del mondo, opere letterarie di ieri e di oggi ed icone del consumismo convivono in questo calderone di simboli e rappresentazioni, in cui ogni immagine è un riferimento, cioè rimanda a qualcos’altro.

Da un certo punto di vista, infatti, sembra essere proprio la “rappresentazione” – il simbolo, l’effige o come si voglia definirlo – il centro unificante di American Gods. Le religioni sono per definizione dele metafore, ci tiene a precisare Gaiman in uno dei pochissimi “cantucci” da cui fa sentire la sua voce; Dio è un sogno, una speranza, una donna, un ironista, un padre, una città… 

I “miti di oggi”

In un saggio dedicato al mito, Cesare Pavese sostiene che “risalendo il cammino della civiltà di qualunque popolo vediamo le sue varie espressioni di vita colorirsi sempre piú di miticità, finché viene il momento che nulla piú si fa né si pensa nell’àmbito della tribú che non dipenda da un modello mitico.” Il mito, quindi, è uno dei modi di un popolo per pensare se stesso. Lungo quest’ideale linea del tempo, se ad un’estremità si trova il passato remoto avvolto dalle nebbie del mito, all’estremità opposta troviamo un presente che, per quanto nitido, non si è liberato dell’identificazione tramite miti, solo che questi sono diventati “miti di oggi”, come li definirebbe Roland Barthes: feticci.

Ritorniamo così alle parole evidenziate della nostra prima citazione: non ci sono dèi, ma nomi ed effigi, cioè simulacri. Tutti i personaggi incontrati da Shadow sono simulacri di se stessi, sono la “proiezione” materiale di ciò che l’uomo ha creato con la sua mente nel corso dei secoli e, poiché in questo triste mondo il simbolo è la cosa, come riflette un altro personaggio di American Gods, essi sono una sorta di “metafora che cammina”.  Solo gli dèi sono reali, ci avvisa Gaiman nell’introduzione: ma questi dèi sono effigi, e le effigi rimandano a nient’altro che cose del mondo, di volta in volta diverse, riempite di senso, venerate e infine dimenticate.

Maria Fiorella Suozzo

Fonti

American Gods, Neil Gaiman

“The Role of Intertextuality in Neil Gaiman’s American Gods”Irina RAȚĂ, in Cultural Intertexts (anno 2, vol.3, 2015)

Saggi sul mitoCesare Pavese

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