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Barbablù: una fiaba, tante riscritture

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barbablù

Le fiabe rappresentano, per molti di noi, il retroterra culturale dell’infanzia; è anche vero, però, che esse sono inserite profondamente all’interno di un’intera tradizione popolare e letteraria. In poche parole, le fiabe costituiscono parte integrante della cultura di un individuo e al tempo stesso sono radicate nell’immaginario della collettività di cui quell’individuo fa parte. Vogliamo proporvi un esempio: la fiaba di Barbablù. Perrault, il primo ad averla messa per iscritto, la fa iniziare così:

C’era una volta un uomo che aveva case bellissime in città e in campagna, vasellame d’oro e d’argento, suppellettili ricamate e berline tutte d’oro; ma, per sua disgrazia, quest’uomo aveva la barba blu e ciò lo rendeva così brutto e spaventoso che non c’era ragazza o maritata la quale, vedendolo, non fuggisse per la paura…

barbablù dorè
illustrazione di Gustav Dorè.

Ma Barbablù, come tutte le fiabe, non appartiene ad un solo autore, perché non è nella natura della fiaba di appartenere ad un’unica mente creatrice: in parte, esse vivono nel nostro inconscio, il nostro immaginario le nutre e le rielabora in continuazione.

La parola “barbablù”, ad esempio, è voce della Treccani e designa un marito o amante geloso, sanguinario, terribile.

E per chi di Barbablù non ha mai sentito parlare? Non preoccupatevi, ce n’è per tutti i gusti: dalla classica fiaba di Perrault ad una riscrittura “femminista”, fino all’ultimo film di Guillermo del Toro.

Barbablù nella fiaba di Perrault

Diamo una rapida occhiata al succo della fiaba: una giovane e ingenua fanciulla viene promessa sposa a Barbablù, uomo ricco ma dall’aspetto spaventoso e  avvolto nel mistero (le sue mogli precedenti, infatti, sono tutte scomparse senza lasciare traccia). Poco dopo il matrimonio, egli lascia la moglie per affari importanti, permettendole però di esplorare il castello e invitare tutte le sue amiche per non annoiarsi. Un solo favore le chiede: di non utilizzare la piccola chiave che apre la porta di uno stanzino, unico luogo proibito in tutto l’enorme castello.

barbablùCome una novella Eva tentata dal serpente, di tutto il suo giardino di delizie la protagonista è attratta proprio dall’unico frutto proibito. Aprendo la porta dello stanzino, però, le si svela non un paradiso, ma un vero e proprio inferno: le mogli di Barbablù, sgozzate, pendono dalle pareti e il pavimento è coperto di sangue. La chiave cade, si macchia e non c’è nulla da fare: un incantesimo rende impossibile ripulirla. Barbablù sta tornando, è in anticipo, è quasi arrivato… la nostra protagonista è destinata a morte certa.

Ma non stiamo leggendo un racconto dell’orrore, bensì una fiaba: come da copione, lo scioglimento volge a favore della fanciulla: ella è l’ultima moglie di Barbablù, ossia l’unica che gli è sopravvissuta.

Esistono moltissime interpretazioni di questa fiaba, soprattutto dal punto di vista psicoanalitico (per un piccolo approfondimento rimando alle fonti). Pur nelle diversità, tutte insistono su un elemento fondamentale: la chiave, ossia il mezzo per giungere alla conoscenza proibita contenuta all’interno della stanza. Sia essa un test cui Barbablù intende sottoporre la moglie per mettere alla prova la sua fedeltà, un oggetto rivelatore di contenuti psichici latenti o il simbolo della sua falsa libertà, l’oggetto magico è, scusate l’ironia, la chiave per comprendere la fiaba.

La camera di sangue di Angela Carter

BloodyChamberIl lavoro di Angela Carter, scrittrice e giornalista britannica contemporanea, è improntato all’intertestualità: “giocare” con le grandi scritture della tradizione (da Shakespeare a De Sade, passando per le fiabe) per creare testi nuovi ed originali. La riscrittura delle fiabe, in particolare, è interessante perché rappresenta il caso-limite di una questione molto dibattuta in ambito letterario: ogni storia, o meglio il succo di ogni storia, sembra essere già scritto. Possibile, allora, che ogni scrittura sia ri-scrittura di qualcos’altro?

Passiamo al dunque: perché Angela Carter decise di riscrivere delle fiabe – quelle, in particolare, che le permisero di riflettere sul ruolo della donna all’interno del matrimonio e in rapporto all’altro sesso? Non si trattò di rielaborazioni o di “fiabe per adulti” ma, per usare le sue parole, di estrarre il contenuto latente dei racconti della tradizione.

La camera di sangue“, pubblicata nel 1979, intitola la raccolta, è il primo racconto ed il più lungo. Il titolo, lo avrete capito, fa riferimento alla stanza degli orrori in cui la protagonista della fiaba di Barbablù scopre il mostruoso segreto di suo marito. In effetti Angela Carter non modernizza, se non in minima parte, la storia originale, ma la arricchisce di elementi realistici e conferisce all’anonima (letteralmente: non conosciamo il suo nome) e piatta protagonista della fiaba una notevole profondità psicologica.

Barbablù regala alla protagonista un collier di rubini, il cui rosso sanguigno sul collo pallido anticipa la condanna a morte di lei.
Barbablù regala alla protagonista un collier di rubini, il cui rosso sanguigno sul collo pallido anticipa la condanna a morte di lei.

Tutto il racconto, lungo circa 38 pagine (circa nove volte la fiaba di Perrault, per intenderci), è filtrato attraverso il punto di vista della protagonista, ancora una volta senza nome ma nient’affatto banale: diciassettenne, giovane e promettente pianista, orfana di padre e con una madre dalla volontà di ferro. Ingenua ma non sprovveduta, priva di esperienza, ma non priva di giudizio; la nostra innominata si trova a sposare un ricchissimo Marchese francese per ragioni dichiaratamente economiche (“sei sicura di amarlo?” le domanda la madre, e lei risponde con un pratico “sono sicura di volerlo sposare”, seguito dalle sventure economiche della famiglia in seguito alla morte del padre). Primo gioco intertestuale: il marchese è un riferimento a Sade. I riferimenti ad altre storie – dichiarati o velati – sono innumerevoli: vi diciamo soltanto che l’ultima moglie del ricco barbablù francese era una nobile donna rumena

La Nostra, pur trovandosi nelle medesime condizioni delle eroine dei romanzi gotici, vittima inconsapevole di un carnefice spietato e impassibile, non sta al gioco della sottomissione: come la sua controparte fiabesca, si ribella all’autorità rappresenta dal marito e decide di aprire la stanza del suo passato, scoprendone fantasmi fin troppo concreti.

Tutta la narrazione è permeata di allusioni e anticipazioni, non solo all’orribile segreto contenuto nella stanza, ma anche alla natura stessa di Barbablù, uomo perverso dai gusti depravati. È molto interessante, infatti, l’erotismo che accompagna ogni descrizione: nella versione della Carter risulta evidente ciò che nella fiaba di Perrault potevamo soltanto supporre, ossia che Barbablù manipoli la psiche delle mogli in modo da portarle alla curiosità e infine al tradimento. Egli le tortura e le uccide perché ciò gli procura un immenso piacere.

Crimson Peak tra Barbablù e Jane Eyre

Il bello delle fiabe è che, pur essendo scritte in una specifica epoca storica, conservano sfumature sempre attuali: di volta in volta coglieremo la sfumatura che percepiamo più vicina e conforme ai nostri tempi. Nella nostra cultura contemporanea e multimediale esiste una vera e propria ragnatela di rimandi alle fiabe che si svolge non solo a livello intertestuale (all’interno, cioè, di testi scritti) ma intermediale: cinema, televisione, videogiochi.

Per conquistare Edith, Thomas Sharpe usa quasi le stesse parole che Rochester rivolge a Jane.
Per conquistare Edith, Thomas Sharpe usa quasi le stesse parole che Rochester rivolge a Jane.

Barbablù, ad esempio, viene citato di sfuggita in “Jane Eyre”, il romanzo di Charlotte Brontë in cui Rochester, l’indimenticabile protagonista maschile, proprio come Barbablù nasconde un segreto in una stanza del suo castello. Stiamo parlando di Jane Eyre perché il regista Guillermo Del Toro ha riferito, in alcune interviste, di essersi ispirato proprio alla sua storia, insieme alla fiaba di Perrault, per il suo ultimo film, Crimson Peak.

Thomas Sharpe (interpretato da Tom Hiddleston), novello eroe byroniano, è un vero e proprio barbablù pentito; la giovane malcapitata (Mia Wasikowska, che ha prestato il volto anche a Jane Eyre nel film di Fukunaga del 2011), come un’eroina gotica da manuale, è l’ingenuità fatta persona e solo il finale ci riserva qualche sorpresa. Che il sovraccarico di fonti letterarie utilizzato da Del Toro sia stata un’arma a doppio taglio per l’economia della trama è questione da discutere in separata sede; qui ci limitiamo a riflettere su quanto sia attuale una fiaba che ha più di trecento anni.

Concludiamo questo viaggio esemplare tra le meraviglie della riscrittura con una curiosità per gli amanti delle serie TV: in “Hannibal”, altro personaggio iconico, stavolta non fiabesco ma faustiano, due personaggi discuono su chi debba essere l’ultima moglie di Barbablù…

Maria Fiorella Suozzo

Fonti

i racconti delle fate, Perrault e altri, Newton&Compton editori

La camera di sangue, Angela Carter

Bluebeard and its multiple layers of meaning, Denise M. Osbourne (qui l’analisi completa)

immagine in evidenza: littlecrow (DeviantArt)

fonte immagini: google, DeviantArt

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