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Me & Earl & the Dying Girl: spaccato di vita reale

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Quel fantastico peggior anno della mia vita scuola

Gli anni del liceo rappresentato uno dei periodi più particolari per un giovane ragazzo.
Si diventa sudditi di questo grande impero con ancora la statura incerta ed il volto liscio di bambino e in qualche caso, si cambia cittadinanza quando si ha la barba così lunga da poterla pettinare e le spalle pronunciate e visibili… in qualche casoMe & Earl & the Dying Girl

Ma come si sopravvive in questo regno medievale, diviso in stati e fazioni, vittima di guerre e attentati non lo dice nessuno: nessuna guida, nessun manuale, nessun genitore.
Schierarsi, interessarsi e farsi valere può essere la soluzione ma in qualche caso quando il giovane suddito presenta ancora un guscio troppo molle per poter incassare senza gravi fratture i colpi, si pratica una politica incline alla neutralità: ci si colloca in un limbo di indifferenza e di anonimia per proteggere se stessi dai guerrieri che fuori si scontrano da mattina a sera. Si finge e non si cresce, si sopravvive.

Ed è proprio così che crede sia giusto fare Greg (Thomas Mann), giovane studente dell’ultimo anno di liceo, protagonista del film uscito nelle sale circa dieci giorni fa: Quel fantastico peggior anno della mia vita.

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Il film diretto e sceneggiato da Alfonso Gomez-Rejon, pone al centro della trama uno spaccato di vita quotidiana vista e vissuta con gli occhi e sulla pelle di un giovane che inciamperà in un evento che gli permetterà di crescere e disgelare le proprie barriere emotive.

Lo spaccato di realtà quotidiana tra scuola, malattia, amicizia e spensieratezza

Quel fantastico peggior anno della mia vita è esattamente una pellicola che racconta una parte della vita di Greg, un adolescente all’ultimo anno di liceo, appassionato di cinema, tanto da girare con il suo “collaboratore”  Derrik (Bobb’e Jacques Thompson) parodie ispirate ai classici europei, molto insicuro e superficiale.
Greg si troverà ad inciampare, a causa delle pressioni della madre, nella malattia di una sua compagna di scuola a lui quasi sconosciuta.
Rachel è una malata terminale, ma non bisogna aspettarsi storie d’amore melense e monologhi saggi all’interno della pellicola perché si resterebbe delusi.
Greg si trova ad affrontare una realtà a lui sconosciuta e per di più sotto braccio di una ragazza a lui estranea.Me & Earl & the Dying Girl Me & Earl & the Dying Girl
La bellezza di questo personaggio risiede nella semplicità dei modi, Greg non cambia, tratta la sua giovane amica con leggerezza e a tratti con superficialità. Non si lascia mai che sprofondi in un mare di parole sagge e frasi di circostanza: inizialmente Rachel è una sconosciuta e cancro o meno, il giovane la tratta proprio come tale.
Solo successivamente, con il passare dei giorni ed il peggiorare delle condizioni di  Rachel, Greg subisce qualche piccolo cambiamento, calcifica la sua molle corazza ed inizia a prendere forma, inizia a mettersi in gioco ed uscire (inizialmente suo malgrado) da quel suo stato di anonimato perenne.

La centralità del film non è il tema della malattia e della morte ma la vita del giovane, che si trova in un momento così particolare della sua vita a conoscere da vicino un problema così grande, in un mondo di adulti preoccupati solo delle apparenze e troppo impegnati ad affogare nelle dolci gocce di vino l’odio per l’infedele ex marito.
L’aspetto più scenico, inaspettato, è proprio l’assenza della classica e triste storia d’amore tra i protagonisti che spesso dopo una breve amicizia si innamorano pazzamente per poi soffrire la consapevole scomparsa.

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All’interno della pellicola sembra quasi trovare un richiamo (volontario o involontario che sia) all’idea foscoliana, secondo cui la morte non è mai definitiva se la vita del caro defunto continua nel cuore e il ricordo pervade la mente di chi lo ama, se questa “corrispondenza d’amorosi sensi” continua ad essere così costante e presente.

La fotografia risulta curata e dinamica come la sceneggiatura che sembra essere proprio adatta ai personaggi molto ben caratterizzati e non troppo stereotipati (tranne in qualche caso).
Il modo di raccontare la storia, attraverso la voce narrante, presume che il racconto avvenga in medias res, che tutto sia già accaduto e concluso senza capire, però, nel corso del film come andrà a finire.
Una pellicola, nonostante la tragica tematica, consigliata perché affronta in maniera diversa la tristezza, senza mai essere sdolcinata e scontata.

Corinne Cocca

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