Falò: è tempo di ‘focolenzie’

Il falò rappresenta la luce, il calore, la famiglia, il focolare domestico. Esso accompagna due delle ricorrenze più importanti di questo periodo d’Avvento: l’ Immacolata e S. Lucia. Le feste che preparano al Natale e che, per certi versi, predispongono l’animo ad un clima più raccolto, intimo ed introspettivo. In molti angoli di mondo, dall’Italia all’estero, quest’atmosfera pre-natalizia prende vita attraverso tradizioni, storie popolari, usanze locali sacre e profane, mercatini  caratteristici, fiere e, ovviamente: gli immancabili falò!

Origini della tradizione dei falò

La tradizione dei falò ha origini antichissime che possiamo far risalire al mito di Prometeo, il quale rubò il fuoco agli dei; oppure al culto  nordico del “Sole  nascente”. Tale rito è legato alla scoperta del fuoco da parte dell’Uomo che rappresenta una tappa fondamentale nella storia dell’evoluzione, poiché la fonte di calore ci ha consentito di riscaldarci, cucinare i cibi, difenderci dagli animali. I primi uomini concepirono il fuoco come una manifestazione divina attraverso la Natura: un fulmine che si abbatteva sulla Terra era simbolo dell’ira degli dei. Con Prometeo, l’Uomo si spinge oltre, sfida il sacro e conquista la “fiamma” fino ad arrivare a vere e proprie figure di sacerdoti e sacerdotesse del “fuoco sacro”, come le Vestali dell’antica Roma, a cui spettava il compito di mantenerlo vivo.

Falò
Vestali vergini del focolaio

Consuetudine vuole che i falò si accendessero quasi sempre durante il solstizio d’inverno, in quanto collegato alla celebrazione del Sole e della Madre Terra che si prepara alla futura semina. L’inverno era, ai tempi, considerato come il periodo dell’anno più spaventoso, freddo e buio, durante il quale la luce diminuiva gradualmente ed il sole moriva sempre più presto.

Una tradizione popolare  che risale ai primi secoli del Cristianesimo e già presente nell’VIII secolo in Oriente, vedeva nell’ 8 dicembre la celebrazione della “Concezione di Sant’ Anna” (madre della Madonna); festività ispirata al “Protovangelo” di Giacomo e, durante la quale si tenevano  riti di purificazione con l’accensione di fuochi, sinonimo di una Natura che si rigenera e si rinnova. Il falò, come ieri così oggi, aveva ed ha un valore aggregante e socializzante, oltre che una funzione distruttrice e liberatoria.

Nel 1657, in seguito alla peste che decimò innumerevoli nuclei familiari, si cominciò a parlare di “fuochi”  e , precedentemente, Ovidio nei “Fasti” sul Natale di Roma, e Properzio nella IV “Elegia” attestano l’usanza dei falò, raccontando che su di essi la gente vi saltava e ne faceva passare attraverso il bestiame. Il falò era visto e vissuto come una sorta di esorcismo contro il male e le tenebre dell’inverno; gli si riconosceva un potere di vita e fertilità.

I falò di Dicembre

L’8 dicembre, giorno dell’Immacolata (per il calendario cristiano), è una delle festività complementari al  Natale e, ricordata anche per l’accensione dei falò. Preparare grandi fuochi davanti alle chiese o lungo stradine e spiazzali di quartieri è, insieme alla processione della Vergine, usanza e tradizione di molti comuni italiani della Campania, Puglia,Basilicata, Calabria e Molise.

La sera dell’8, le famiglie si riuniscono portando in dono della legna messa insieme che viene bruciata formando un falò unico come simbolo di preghiera corale, che Papa Paolo VI definì “pietà popolare”. Secondo credenza antica, il falò verrebbe acceso per riscaldare la Madonna nel passaggio della Santa Casa verso Betlemme e, invita la folla a stare insieme per combattere metaforicamente il gelo della solitudine. Caratteristico è il folklore che si mescola al senso religioso dove il tutto diviene occasione d’ incontro  tra coppetti di caldarroste, pane abbrustolito con olio e un buon bicchiere di vino per scaldare l’animo e le membra, intorno a questo grande fuoco comune.

Falò

Folklore eno-gastronomico

Ai tempi dei nostri nonni, i ragazzi si occupavano di raccogliere legna da ardere, rami, paglia ecc , chiedendone di casa in casa o trasportandone loro stessi dalle vicine campagne. All’imbrunire si appiccava il falò e tutti si divertivano a ballare e cantare mentre le fiamme divampavano. Allo scoppiettio della legna veniva attribuito un significato preciso: se il vento soffiava da nord era indice di buona annata, se tirava da altre parti era sinonimo di possibili sventure.

Di solito, il grande falò veniva acceso (come ancora oggi si fa) dopo la messa, in piazza e, il giorno precedente di vigilia, era usanza uccidere il maiale ingrassato durante l’anno, che diveniva parte del banchetto insieme a melograni, olive raccolte e cipolle cotte sotto la cenere del fuoco. Il 21 dicembre che coincide con il giorno più corto dell’anno e la notte più lunga, si accendevano tanti fuochi per scacciare gli spiriti maligni.

Solo più tardi, a questa festa fu sovrapposta quella di S. Lucia, il 13 dicembre, perché prima del calendario gregoriano del 1582 la festività coincideva con l’inizio della stagione invernale e rappresenta il momento in cui le giornate riprendono ad allungarsi e la luce ha la meglio sull’ oscurità.

Il falò nella tradizione campana

In Campania e, precisamente , nella verde Irpinia c’è una lunga tradizione dei falò ben radicata e stratificata in molte realtà piccole locali e dove i falò assumono varie denominazioni a seconda dei dialetti del posto. A Montella  prendono il nome di “uegna” forse da “veglia”, a Sant’ Angelo de Lombardi si parla di “ fafaglioni”; a Rocca s. Felice, Morra de Sanctis, Fontanarosa (Av) e Venticano li chiamano “faoni” ( molto probabilmente dal latino “fauni ignis” cioè “fuochi di Fauno”). A Nusco e Lioni si dicono “papagliuni”; Frigento e Sturno “vampaleria”; a Grottaminarda “vampalenza”; Mirabella Eclano “omalenzia”. A Sant’Angelo all’Esca “focaracci”; “ fuochi allaurati” a Luogosano, perché sistemati e mischiati con alloro per aumentare il crepitio; “lu pagliare” a Teora; “lumaneria” a Paternopoli, “focaruni” a Montemarano e così via.

Falò
Falò natalizio

Anche nel Sannio è diffusa la tradizione della “focolenzia”, primo tra tutti Benevento, poi vi è San Giorgio del Sannio (8 dicembre), insieme ai falò di San Giacomo, frazione di san Martino Sannita (13 dicembre) dove c’è una vera e propria gara a chi appicca il falò più grande.

Nel Napoletano, le ricorrenza dell’8 e del 13 dicembre sono alquanto sentite, in particolar modo a Castellamare di Stabia, dove fanno parte della tradizione popolare i suggestivi “fucaracchi”: pratica a cui ancora è possibile assistere. Legata al racconto del naufragio di un peschereccio e di un superstite miracolato che si sarebbe salvato grazie all’Immacolata Concezione. Il pescatore, giunto sull’arsenale stabiese, sarebbe stato soccorso da persone che si dice abbiano acceso un fuoco per riscaldarlo. Questa storia popolare risale all’800.

L’Immacolata e s. Lucia , comunque, sono le tipiche giornate dedicate agli addobbi natalizi, all’ allestimento del presepe o dell’albero di Natale , all’ apertura di mercatini e fiere  e sono , dunque, anche : “ tempo di focolenzie”!

Il fuoco con la sua ipnotica fiamma che tende verso l’alto, diviene alla maniera eraclitea , simbolo di una vita che fluisce nei cicli del cambiamento , inarrestabile e naturale, che non possiamo fare altro che accettare ed assecondare.

Pasqualina Giusto

Sitografia:

https://viaggiatorelioni.wordpress.com/tag/falo-s-lucia/

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