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La Locandiera, la commedia di Goldoni: la trama e la morale

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Al teatro Sant’Angelo di Venezia, in un freddo 26 dicembre del 1753, il pubblico applaude con autentica ovazione il commediografo Carlo Goldoni e l’opera da lui scritta e rappresentata: La Locandiera. È una commedia sicuramente importante perché è la prima in cui si assiste ad una piena attuazione della riforma del teatro teorizzata dal Goldoni stesso, ma è anche un’opera che ben delinea il quadro sociale del 700 e che ci offre un’indimenticabile e geniale figura femminile. Ma procediamo con ordine.

La trama de La Locandiera

La Locandiera
Carlo Goldoni ( 1707 – 1793)

Fra tutte le commedie da me sinora composte, starei
per dire essere questa la più morale, la più utile, la più
istruttiva. (…)

(Carlo Goldoni – L’autore a chi legge)

In una locanda fiorentina soggiornano due uomini. Uno è il ricco Conte d’Albafiorita, l’altro è il decaduto Marchese di Forlipopoli. Il motivo del loro soggiorno è la presenza di Mirandolina, l’avvente locandiera di cui si sono infatuati. La ragazza tuttavia si fa beffa dei loro corteggiamenti e li tiene a debita distanza.

Tutto cambia quando entra in scena un terzo avventore, il Cavaliere di Ripafratta. Scontroso e misogino non è interessato a Mirandolina e questa, offesa nel proprio orgoglio femminile, inizierà a lanciargli delle vere e proprie avances che pian piano faranno scomparire il carattere iroso, fino a quando non si innamora di lei. Ma quando il cavaliere verrà invaso dalla pazzia d’amore, la locandiera gli farà capire di aver solo scherzato: allontanerà dalla locanda lui e gli altri due avventori per prendere la mano di Fabrizio, un umile cameriere.

L’amore ai tempi della nobiltà

Fin dalle prime battute de La locandiera, ci troviamo davanti ad uno scontro tra classi sociali. Ecco come la scena prima dell’atto primo si apre:

MARCHESE: Fra voi e me vi è qualche differenza.

CONTE: Sulla locanda tanto vale il vostro denaro, quanto vale il mio.

MARCHESE: Ma se la locandiera usa a me delle distinzioni, mi si convengono più che a voi.

CONTE: Per qual ragione?

MARCHESE: Io sono il marchese di Forlipopoli.

CONTE: Ed io sono il conte d’Albafiorita.

MARCHESE: Sì, conte! Contea comprata.

CONTE: Io ho comprata la contea, quando voi avete venduto il marchesato.

MARCHESE: Oh basta: son chi sono e mi si deve portar rispetto.

(…)

I due personaggi non si risparmiano in quanto a frecciate. Il marchese rappresenta il modello di una nobiltà tradizionale che cerca la ricchezza nel proprio grado sociale (Son chi sono). Dal canto suo il conte è ricco e sui denari punta il proprio grado sociale, al punto che il titolo nobiliare che porta lo ha comprato! Si tratta del simbolo di una nuova nobiltà, tutta concentrata a misurare la propria richezza contenuta nelle tasche e a tralasciare quella d’animo.

La Locandiera
Incisione utilizzata per la copertina di una vecchia edizione edita da Einaudi de La locandiera

Fatta questa premessa, i due nobili cercano di conquistare il cuore della locandiera Mirandolina attraverso le proprie doti: l’uno con la nobiltà d’animo, l’altro tentando di riempirla di doni. Ma l’arrivo del Cavaliere di Ripafratta nella scena quarta cambia le cose.

CAVALIERE: Amici, che cos’è questo romore? Vi è qualche dissensione fra di voi altri?

CONTE: Si disputava sopra un bellissimo punto.

MARCHESE: II Conte disputa meco sul merito della nobiltà. (Ironico).

CONTE: Io non levo il merito alla nobiltà: ma sostengo che per cavarsi dei capricci, vogliono esser denari.

(…)

CAVALIERE: Perché siete venuti a simil contesa?

CONTE: Per un motivo il più ridicolo della terra.

MARCHESE: Sì, bravo! il Conte mette tutto in ridicolo.

CONTE: Il signor Marchese ama la nostra locandiera. Io l’amo ancor più di lui. Egli pretende corrispondenza, come un tributo alla sua nobiltà. Io la spero, come una ricompensa alle mie attenzioni. Pare a voi che la questione non sia ridicola?

(…)

CAVALIERE: In verità non si può contendere per ragione alcuna che io meriti meno. Una donna vi altera? vi scompone? Una donna? che cosa mai mi convien sentire? Una donna? Io certamente non vi è pericolo che per le donne abbia che dir con nessuno. Non le ho mai amate, non le ho mai stimate, e ho sempre creduto che sia la donna per l’uomo una infermità insopportabile.

Il cavaliere è l’emblema di quella nobiltà che non è attaccata al suo ordine sociale e neanche alla propria ricchezza. È totalmente estraneo al dibattito del Conte e del Marchese, anche a causa della sua forte misoginia. Egli la usa come un vero e proprio scudo per mascherare la propria fragilità, messa a dura prova dalle attenzioni che Mirandolina gli rivolge.

Mirandolina. Il doppio gioco della seduzione

La Locandiera
Valeria Moriconi in una rappresentazione de La Locandiera nel 1965

È interessante allora analizzare il personaggio principale della commedia, la locandiera Mirandolina. Rispetto ai tre nobili è il personaggio più debole socialmente, ma è anche quello dotato di più furbizia. Si diverte a giocare con i cuori del Conte e del Marchese, fingendo di accettare le loro attenzioni.

MIRANDOLINA: M’inchino a questi cavalieri. Chi mi domanda di lor signori?
MARCHESE: Io vi domando, ma non qui.
MIRANDOLINA: Dove mi vuole, Eccellenza?
MARCHESE: Nella mia camera.
MIRANDOLINA: Nella sua camera? Se ha bisogno di qualche cosa verrà il cameriere a servirla.
(…)
CONTE: Cara Mirandolina, io vi parlerò in pubblico, non vi darò l’incomodo di venire nella mia camera.
Osservate questi orecchini. Vi piacciono?
MIRANDOLINA: Belli.
CONTE: Sono diamanti, sapete?
MIRANDOLINA: Oh, li Conosco. Me ne intendo anch’io dei diamanti.
CONTE: E sono al vostro comando
(…)
Ovviamente Mirandolina si fa beffa dei due nobili che gli ronzano attorno. La ragazza non sopporta la nobiltà che si fa vanto delle proprie ricchezze o che riposa sulla torre d’avorio del proprio status sociale.

MIRANDOLINA (sola): (…) Mi piace l’arrosto, e del fumo non so che farne. Se avessi sposati tutti quelli che hanno detto volermi, oh, avrei pure tanti mariti! Quanti arrivano a questa locanda, tutti di me s’innamorano, tutti mi fanno i cascamorti; (…)

Tuttavia, ferita nell’ orgoglio, la ragazza non accetta che il Cavaliere la tratti con disprezzo. Così decide di dichiarargli guerra, una guerra che è determinata a vincere con tutte le sue forze.

(…)E questo signor Cavaliere, rustico come un orso, mi tratta sì bruscamente? Questi è il primo forestiere capitato alla mia locanda, il quale non abbia avuto piacere di trattare con me (…) É nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non avrà ancora trovato quella che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa che non l’abbia trovata? Con questi per l’appunto mi ci metto di picca.(…)
Inutile affermare che lo spettatore proverà simpatia per la vispa locandiera, una donna che non tollera la chiusura di chi non vuole lasciarsi travolgere e preferisce restare rinchiuso nel proprio orgoglio, dando però un immagine falsa di sé.

La Locandiera e la “riforma goldoniana”

Il motivo per cui La locandiera suscita il nostro interesse va pienamente inquadrato in quella che Goldoni ribatezzò riforma del teatro (o riforma goldoniana). Da tempo l’autore sta elaborando un progetto che gli permetta di allontanarsi sempre di più dalle grezze forme della commedia dell’arte per proiettarsi in un progetto di ampio respiro, volto a (ri)dare al genere della commedia una sua dignità. Per comprendere meglio la questione, si può leggere quello che Goldoni scrive nelle Memories a riguardo di una sua rappresentazione precedente: il Momolo Cortesan.

(…) io introdussi nella commedia un Veneziano, un poco di buono che inganna i forestieri; il mio cortesan, senza conoscere le persone ingannate, le protegge dalle insidie e smaschera il briccone. In questa commedia Arlecchino non è un servitore balordo; è un fannullone che pretende che sua sorella gli mantenga i suoi vizi. Il cortesan dà marito alla ragazza, e mette il pigrone nella necessità di lavorare per vivere; (…)

La Locandiera
Le maschere tradizionali della “Commedia dell’arte”

Da queste poche righe possiamo cogliere i caratteri principali della commedia goldoniana. Primo tra questi è la totale rinuncia all’improvvisazione degli attori, i quali si basavano esclusivamente su un unico canovaccio. Ora devono seguire una rigida sceneggiatura, con una trama ben delineata nei tempi e nelle azioni..

Viene meno anche un elemento fondamentale della commedia dell’arte: le maschere. Queste erano le rappresentazioni di personaggi fissi e delineati da caratteristiche particolari (Pantalone è il vecchio avaro, Arlecchino il giovane dedito alle burle, Pulcinella la furbizia e così via). Goldoni riduce al minimo gli stereotipi e rimpiazza le maschere con personaggi aderenti alla realtà e quindi non più soggetti a situazioni surreali. Infine, la commedia goldoniana ha una propria morale. La risata non avviene senza che vi sia riflessione da parte dello spettatore, bensì il contrario. Quindi assistiamo ad uno spettacolo che diverte e che sa anche ammaestrare.

Per quel che riguarda La locandiera, qui la riforma ha fatto un notevole passo in avanti. Non ci troviamo più davanti a delle maschere, ma a dei caratteri presi da quello che lo stesso Goldoni chiama “il mondo“, cioè la vita reale. Infatti troviamo personaggi appartenenti a dei precisi gradi sociali e l’unico residuo della commedia dell’arte è rappresentato da Ortensia e Dejanira, le due attrici che alloggiano alla locanda, ma anche da Mirandolina. Essa altro non è se non che un’evoluzione della maschera di Colombina la quale, conservate le caratteristiche della servetta, acquisisce anche quelle della seduttrice.

Alla luce di quanto si è detto, Miranoldina dovrebbe essere un personaggio negativo. Invece non lo è, come lo stesso Goldoni  precisa nella prefazione intitolata L’autore a chi legge.

(…) Sembrerà ciò essere un paradosso a chi soltanto vorrà fermarsi a considerare il carattere della Locandiera, e dirà anzi non aver io dipinto altrove una donna più lusinghiera, più pericolosa di questa.Ma chi rifletterà al carattere e agli avvenimenti del Cavaliere, troverà un esempio vivissimo della presunzione avvilita, ed una scuola che insegna a fuggire i pericoli, per non soccombere alle cadute.(…)

Sarà proprio la locandiera, il personaggio socialmente più umile e caratterialmente più furbo, a dare allo spettatore un insegnamento. Una chiara dimostrazione che i maestri non sono solo coloro che vantano meriti accademici, ma anche quelle persone semplici a cui erroneamente attribuiamo la prima impressione che ci passa per la testa.

(…) e lor signori ancora profittino di quanto hanno veduto, in vantaggio e sicurezza del loro cuore; e quando mai si trovassero in occasioni di dubitare, di dover cedere, di dover cadere, pensino alle malizie imparate, e si ricordino della Locandiera.

Ciro Gianluigi Barbato

 Bibliografia

C. Goldoni – La Locandiera ( Introduzione di Giorgio Stechler) – Mondadori

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