“A fenestella e Marechiaro”, poesia di Salvatore Di Giacomo

Marechiaro, il borgo incantato dal sapore mitico, è la perla di uno dei quartieri più famosi di Napoli, Posillipo. Simbolo della dolce vita italiana nel cuore di Parthenope, della vie spensierate e dedite ai piaceri degli anni sessanta, Marechiaro è un’apparizione luminosa, un paradiso turchese. Marechiaro è arte, è poesia…

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Marechiaro nella memoria di Di Giacomo

Come Circe seduttrice di uomini, Marechiaro ha catturato una delle sensibilità artistiche più illustri della nostra amata terra: Salvatore Di Giacomo. In “Napoli, figure e paesi” Di Giacomo, accompagnato dalla gaudente miss Mary dal largo cappello di paglia, racconta l’esilarante approdo alla costa di Marechiaro:

«La barca filava, filava con più spedito cammino. Adesso, dal largo, s’era approssimata alla costa: a fiore dell’acqua apparivano alcuni ruderi d’antiche costruzioni. Le onde gemevano appiè delle collinette e investivano lì, senza furore, i pilastri crollanti, le colonne spezzate, i residui delle opere greche reticolate o laterizie che un tempo erano state a guardia de’ vasti Campli Flegrei, nascosti dal verde coronamento del lido.»

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Pescatori a Marechiaro, Giuseppe Acierno

Una descrizione che, attraverso una serie di immagini sensitive, immerge il lettore nel mare planum, nello “specchio di chiare e quete acque”. Di Giacomo osserva la sua compagna di viaggio perdersi nell’immensità del mare, mentre egli contempla la solitudine e il silenzio. L’artista ci fornisce un quadro idilliaco di Marechiaro, reso immortale in quella che diventò, al di là dei suoi stessi desideri, una delle canzoni più famose: A Marechiare.

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Marechiaro, Fenestella

Quanno sponta la luna a Marechiare
pure li pisce nce fanno all’ammore,
se revoteno ll’onne de lu mare,
pe la priezza cagnano culore,
quanno sponta la luna a Marechiare…

A Marechiare ce sta na fenesta,
la passiona mia ce tuzzulea,
nu carofano addora ‘int’ a na testa,
passa ll’acqua pe sotto e murmulea…
A Marechiare ce sta na fenesta….

Chi dice ca li stelle só’ lucente
nun sape st’uocchie ca tu tiene nfronte,
sti doie stelle li ssaccio io sulamente,
dint’a lu core ne tengo li ppónte,
chi dice ca li stelle só’ lucente?…

Scétate, Carulí’, ca ll’aria è doce,
quanno maie tanto tiempo aggio aspettato?
P’accumpagná li suone cu la voce,
stasera na chitarra aggio purtata…
Scétate, Carulí’, ca ll’aria è doce!…

Una Fenestella sul mondo

Salvatore Di Giacomo era avviato agli studi di medicina, fino a quando nel 1880 decise di abbandonare, in seguito ad un episodio che racconta in una bellissima pagina autobiografica, apparsa nell’Occhialetto di Napoli nel 1886:

«Immaginate un pianterreno scuro e lubrico, con a destra una porticella quasi sempre chiusa, con a sinistra un muro d’un colore equivoco ed il principio d’una scaletta che si sprofonda nel buio. […] Non so come, non so perché io scesi, in quella mattina, assalito da un indefinibile presentimento, la scala del deposito. […] In cima il bidello si preparava a discendere, con in capo una tinozza di membra umani. I gradini della scaletta, su per i quali erano passate centinaia di scarpe goccianti, parevano insaponati. Il bidello scivolò, la tinozza – Dio mio! – la tinozza rovesciata sparse per la scala il suo contenuto, e, in un attimo, tre o quattro teste mozze, inseguite da gambe sanguinanti, saltarono per la scala fino a’ miei piedi!»

Una scena che può suscitare un lieve sorriso, ma che fu per Di Giacomo la salvezza. Probabilmente dobbiamo ringraziare quelle teste mozze, se oggi la letteratura può vantare della sua inarrivabile poesia.

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Salvatore Di Giacomo

Di Giacomo scrisse A Marechiare nel 1886 e da quel momento si impresse nella memoria dell’uomo, al di là di ogni barriera spazio – temporale. La passione del poeta per Carulì dagli occhi più brillanti delle stelle, viene narrata al chiaro di luna, in un’atmosfera panica e mitica. Una dolce serenata, che rese famosa la fenesta, dalla quale la ragazza era solita affacciarsi. Una finestra aperta sul mondo, sull’animo del poeta e su quello dell’intero genere umano.

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Una finestra sul mondo

Attorno a questo sogno dolce, alla misteriosa figura di Carolina, non poteva non crearsi un mito, una storia penetrata nelle tradizioni che definiscono il carattere di Napoli. Secondo la leggenda, Di Giacomo fu ispirato per la sua canzone dalla vista di un garofano che sporgeva dal davanzale di una piccola finestra. Altri sostengono che il poeta scrisse A Marechiare seduto ad un tavolo del Caffè Gambrinus, immaginando la sua Carulì fare capolino da quella finestra, affacciata sull’infinito.

È suggestiva la scena di un poeta che scrive di qualcosa di cui non conosce l’esistenza. Di certo, Di Giacomo in Napoli, figure e paesi, contribuisce ad alimentare il mito della fenestella e della sua osteria:

«Tempo fa, in un giorno d’aprile, una piccola navicella a vela mi portò per la prima volta laggiù, su que’ lidi che, senza conoscerli, avevo cantato e celebrato.»

Nelle memorie del viaggio, l’oste indica agli avventori, in presenza del poeta, la finestra e il garofano che lo avrebbe ispirato:
«Vide la finestra, vide i garofani, vide Carolina e mise tutto nella canzone.»

Sembra impossibile capire se Di Giacomo fosse stato mai a Marechiaro prima di scrivere una delle canzoni più straordinarie di tutta una tradizione musicale napoletana e non. Di certo, siamo in grado di dire che solo dalla penna di un artista tanto eccezionale potevano sgorgare parole tali da rendere immortale un piccolo angolo di paradiso.

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Alcune note della canzone A Marechiare

Chi è Carulì?

Legato a questo dilemma è anche il mistero sulla figura di Carulì. Esisteva davvero? A tal proposito, Giuseppe Manetti pubblica nel 2014 sul periodico online L’isola di Roberto Gianani un articolo in risposta ad un altro di Vittorio Paliotti, il quale riporta un’intervista fatta a Nannina Cotugno, la direttrice dell’osteria A finestrella. A parlare è il nipote di Carmine Cotugno, marito della Carolina dei versi di Di Giacomo. Così scrive Manetti:

«Nostro nonno Carmine è stato sposato con Carolina, la quale morì in giovane età. Da lei non ha avuto figli. Ha conosciuto di persona Salvatore di Giacomo, il quale, secondo i racconti di mio nonno, pare fosse un assiduo frequentatore della sua trattoria.»

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Locandina della famosa Trattoria

Dai registri presso la parrocchia di Santo Strato al Casale di Posillipo, Manetti apprende:

«Carmine Cotugno è nato a Napoli il 3 maggio del 1853. Carolina Anastasio è nata a Napoli il 10 novembre del 1863 da Vincenzo e Teresa Cammarota; Carmine e Carolina hanno contratto matrimonio il 25 luglio del 1880. Carolina Anastasio è morta a Napoli il 20 settembre del 1901.»

Dunque, Carolina sarebbe realmente esistita. Inoltre, Di Giacomo, in un articolo firmato Salvador, pubblicato nel 1894 e consultabile presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, riporta del suo viaggio a Marechiaro, menzionando proprio Carolina, figlia di Vincenzo.

Alla luce di questi dati, il mistero sembrerebbe risolto. Tuttavia, chi può dire che A Marechiare non è il frutto di una profetica visione?

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Un sogno dentro un sogno

Giovannina Molaro

Bibliografia:

Opere di Salvatore di Giacomo, vol. I, Le Poesie e le Novelle, F. Flora – M. Vinciguerra, Arnoldo Mondadori Editore, 1971

Opere di Salvatore di Giacomo, vol. II, Il Teatro e le Cronache, F. Flora – M. Vinciguerra, Arnoldo Mondadori Editore, 1971

Sitografia:

http://www.tarantelluccia.it/a-marechiaro-ce-sta-na-fenesta/

http://www.lisolaweb.com/finestra-marechiaro/