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La nascita della Cronaca Nera: prima parte

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cronaca nera

Europa, prima età moderna: con l’estendersi del commercio internazionale nasce una nuova struttura commerciale fondata sulla “circolazione delle merci e delle notizie“.

Inizialmente in forma manoscritta le notizie non ebbero una vera e propria pubblicazione periodica, ma, ben presto, con l’avvento della stampa a caratteri mobili, il “mercato dell’informazione” divenne estremamente redditizio: stampare piccoli pamphlet di argomento vario garantiva infatti alle botteghe tipografiche una fonte agevole e sicura di reddito, senza i rischi d’impresa connessi alla stampa ben più complessa e dispendiosa d’interi libri.

Ma qual era il genere più richiesto?

Ricordati che devi morire:

Una pesante cappa di paura e di inquietudine avvolgeva l’esistenza delle popolazioni europee agli inizi dell’epoca moderna dove il tempo della vita risultava scandito, di fatto, da frequenti epidemie di peste, ricorrenti carestie, disordinate guerre. La sopravvivenza era una difficile arte, soprattutto per la povera gente, per i contadini, per tutti coloro che vivevano alla giornata, avviliti dalla fame e tormentati da una morbilità onnipresente.cronaca nera

Una società abituata alla morte, concentrata sul presente perché atterrita da un futuro sfuggente, una società in cui il desiderio più grande era una “buona morte“, da affrontare nel proprio letto, circondati dai propri cari, debitamente protetti dall’estrema unzione, una società in cui la più grande paura era la “morte improvvisa, anonima, violenta, repentina, inaspettata“.

Nasce la “Cronaca Nera”:

Così ciò che maggiormente incuteva paura tendeva insensibilmente a trasformarsi in un oggetto di particolare e morboso interesse: le avventure criminali erano pertanto sulla bocca di tutti, le relazioni che narravano le imprese di feroci criminali venivano stampate ovunque e tradotte da una lingua all’altra. Banditi, ladri, assassini, violatori dell’ordine pubblico assurgevano al ruolo di emblematici protagonisti di un’umanità aggredita, tormentata e senza domani. 

Prendeva così piede un genere nuovo e redditizio.

La “Letteratura del patibolo”:

Relazioni delle “infami gesta di malfattori, delinquenti e facinorosi“, stampate su fogli volanti o al limite raccolte in piccole operette di due, quattro carte, vendute solitamente in concomitanza con le esecuzioni. Prive di immagini, presentavano già alcune delle caratteristiche proprie del giornalismo odierno: come la divisione del frontespizio in titolo, sommario e occhiello, così come l’utilizzo di giochi di caratteri per evidenziare i termini di più sicuro effetto.

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Il frontespizio di una relazione settecentesca

Composte in prosa, ospitavano, a volte, qualche piccolo sonetto o proverbio a fine testo, anche se non mancava qualche esempio di narrazioni in prosa, dette anche “lamenti”, in cui “il protagonista del racconto ( solitamente un condannato a morte ) si rivolgeva in prima persona alla folla per chiedere perdono“.

La notizia era già presentata in forma sensazionale: si annunciavano “meravigliosi successi di grandissima meraviglia e stupore”, si avvertiva il pubblico che le storie avrebbero provocato “non poco timore e compassione” si assicurava ai lettori che il “caso” avrebbe sovrastato la fama dei racconti già conosciuti.

Ed effettivamente, queste operette erano destinate a smuovere gli animi dei lettori, in linea con un intento moralizzatore, di cui parleremo ancora nella seconda parte dell’articolo: per ora soffermiamoci sull’aspetto cronachistico.

Giovani scapestrati e bande di briganti:

In antitesi con la cronaca odierna, lo scenario prediletto da questo genere di notizie non era la città, considerata luogo di civiltà e sicurezza, bensì la campagna, con i suoi boschi e casali isolati, ed in particolare le strade che la attraversavano: “Lontan da città, lontan da sanità” recitava un proverbio dell’epoca.cronaca nera

Il pericolo più grande per il viaggiatore nell’epoca della prima modernità era quindi di incontrare feroci predoni senza scrupoli, “avidi di sangue umano” e pronti a togliere la vita e la “robba” a chi incrociasse i sentieri da loro battuti.

Questi predoni erano “figli d’una demoniaca protervia“, erano inclini a simili azioni fin dalla nascita, come testimoniato dal loro aspetto animalesco:

Avea il naso ammaccato, largo e torto, gli occhi piccini, larghi, scarpellati, gli orrecchi grandi assai, di vita corto, i denti lunghi, grossi e cavalcati: la bocca larga e pallida da morto, la fronte bassa e gli stinchi inarcati; la barba rada, il pel negro appannato: tutto diforme brutto e disgraziato.

Ma le loro azioni dipendevano, in ogni modo, da una sorta di “cattiva educazione“:

Isidoro Sacchi era cresciuto senza timor di Dio, per essere di tenera età restato privo del genitore, senza punto timore della genitrice […] datosi in preda di tutti i vizii, col fidarsi delle cieche lusinghe del Demonio, si messe alla campagna.

Il predone agiva come colto da una frenesia o una furia demoniaca, istigata dal diavolo, secondo una vera e propria vocazione, una vocazione condivisa con gli altri briganti secondo un “patto segreto e innominabile che obbligava i malviventi a condividere ogni efferratezza“:

Ritrovandosi un giorno […] convocati in una certa diserta abitazione e dati già in preda ad ogni sorta di malvaggità […] giurarono e dieronsi inviolabil fede di condurre unitamente vita di assassini da strada.

Una sorta di mafia ante-litteram.

Vittima o colpevole?

Fragile, insicuro, oggetto di innumerevoli tentazioni […] l’ingenuo peccatore della vecchia società correva il rischio di trasformarsi in un’implacabile macchina maligna, una protesi diabolica concepita per danneggiare al massimo grado la sua stessa specie.

Ma l’esser vittima di tentazioni demoniache non era un’attenuante, bisognava vivere, proprio per la coscienza di questo rischio, ancor più “prudentemente, a guisa di formica“, altrimenti, partendo dal più piccolo dei difetti, si sarebbe presto o tardi passati a grandi peccati, finendo per sprofondare nella “voragine dell’abisso“, poiché nulla era più sicuro della collera divina.

Iddio […] stanco alla fine di più vederli ostinati nelle colpe e sì spensierati e sordi alle divine chiamate, lascia di rimirarli più con quell’occhio misericordioso […] e prendendo in mano le bilance della sua rigorosa giustizia, fulmina i suoi flagelli per farsi temere giudice severo.

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Mario Sanseverino

  • Alberto Natale, Gli specchi della paura, Carocci, Roma, 2008.

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