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Sanremo 2015: Recensione della prima serata

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Sanremo 2015

Appena conclusasi la serata inaugurale di questo Festival di Sanremo è ora di stilare un bilancio parziale dell’evento. Luci e ombre si alternano sul Palco più famoso d’Italia sin dall’inizio, nonostante l’impostazione volutamente sobria che Carlo Conti ha voluto conferire all’evento.

Conduzione

Sanremo 2015

La bravura di Carlo Conti nello svolgere il suo compito è indiscutibile, ciò che incuriosiva alla vigilia del Festival era constatare come si sarebbero comportate Emma e Arisa  in una dimensione a loro del tutto estranea. Seppur partite col freno a mano tirato, le due cantanti han dimostrato una versatilità degna di lode, e un’ironia comunque apprezzabile. Abbastanza superflua invece la presenza di Rocìo Munoz Morales, molto poco naturale alle prese con l’italiano. Azzeccate le incursioni de I Boiler, Doppia Coppia e di uno strepitoso Rocco Tanica.

Ospiti a Sanremo

Sanremo 2015

Altra nota positiva. Nonostante si sia parlato di un Sanremo low-cost, Carlo Conti è riuscito ad assemblare un notevole campionario di volti noti della musica e dello spettacolo: Da un nazional-popolare Alessandro Siani, che ha intrattenuto il pubblico con il solito monologo oscillante tra banalità e retorica, alla furba operazione nostalgica di riesumazione della coppia storica Al Bano-Romina, abili nel fingere intesa e reciproco rispetto, un po’ meno nel ricordare le parole di Cara Terra Mia. Oculata la scelta di invitare Tiziano Ferro e gli Imagine Dragons, ai quali è toccato il nobile compito di risvegliare il pubblico in sala dal torpore generato dalla gara vera e propria. Commovente e ispiratrice la testimonianza di Fabrizio Pulvirenti.

Irritante e imbarazzante l’intervento del capostipite della famiglia Anania, che utilizza la sua fede religiosa per giustificare una discutibilissima scelta di vita, dando il via a un comico tentativo di indegna propaganda cattolica che ha colto alla sprovvista persino Carlo Conti. Curiosità: alla domanda di rito del presentatore su quale fosse la canzone nella storia di Sanremo cui erano più affezionati, la risposta che giunge da un componente dell’innumerevole prole è Gli Occhi Verdi dell’Amore de I Profeti, cosa di per sé impossibile, dal momento che è una cover e come tale non è mai stata presentata al Festival!

La Gara

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Le note dolenti vere e proprie arrivano proprio con la gara, che scorre piatta e priva di particolari sussulti, senza neppure che le si presti particolare attenzione. Conti ha scelto un cast relativamente giovane e noto, ma finora quasi tutte le proposte sono obnubilate da un’ingombrante nebbia di obsolescenza, condizionate da un forzato e ridondante ricorso alla melodia annacquata e ai testi obiettivamente banali e corrivi. Ma partiamo dalla – sinora unica – nota positiva:

Malika Ayane: Propone un pezzo di pregevole fattura, raffinato ma per nulla asettico, degno della sua produzione. L’unica pecca è che può risultare una proposta poco immediata, ma sfigura come un diamante in un mare di sterco, e tanto basta. Possibile quanto meritata vincitrice.

Continuiamo con i rimandati a un secondo ascolto:

Alex Britti: In molti hanno fischiato l’idea di una sua possibile esclusione, io non lo considererei un grosso scandalo. Britti ha indubbiamente realizzato di meglio: una canzone che fa molta fatica a decollare e che si adagia eccessivamente sugli stilemi che hanno consacrato il cantautore romano.

Nek: Curiosa la sua scelta; tutti si aspettavano un mediocre pezzo pop-rock, e invece si è dimostrato un mediocre pezzo dalle vaghissime reminiscenze elettroniche (Avicii docet). Brano privo di sostanza, ma almeno conferisce un po’ di grinta alla manifestazione.

Chiara: Pezzo che rasenta la sufficienza. Forse una delle proposte più radiofoniche, non che sia un pregio, però si lascia ascoltare.

Lara Fabian: Canzone molto anni ’90. C’è un po’ di Celine Dion, un po’ di Anna Oxa, un po’ di crudeltà. Proposta furba e melensa, ma non noiosa come in molti la descrivono. In questo Festival sfigura.

Gianluca Grignani: Sono stati ingiusti nel giudicarlo: niente di sensazionale, ovviamente, ma di sicuro uno dei pezzi più ispirati di Grignani, anche se poco immediato.

E ora passiamo alle note negative:

Dear Jack: Se non hai nulla di carino da dire, non dire nulla. E io seguirò il consiglio.

Annalisa: Come sopra. In passato aveva fatto di meglio, non merita di portare un pezzo scritto da Kekko.

Nesli: Poteva rappare e portare una ventata di freschezza in questo Festival imbolsito, ma ha preferito il successo facile. Noioso e inconsistente.

Di Michele/Coruzzi: Spiace; soprattutto per le indubbie qualità artistiche di Grazia di Michele e la delicatezza del testo, fortemente letterario. I buoni propositi da soli non bastano e il pezzo si rivela un jazz lento e fumoso, se poi si aggiungono le varie stonature di Coruzzi…

Per questa serata è tutto, vi invito a seguire il sito per ulteriori disamine sul Festival!

Alfredo Gabriele Galassi

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