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Caparezza – Prisoner 709: alla ricerca della “chiave”

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Prisoner 709 Caparezza

Caparezza è uno dei più originali rappresentanti di quel mondo cantautorale italiano che sta manifestando, in questi ultimi anni, il bisogno di rispondere alla realtà caotica e disumanizzata contemporanea, rivelando nella musica il proprio volto più intimo.

Caparezza o Michele?

alt="musica Caparezza"Quello proposto da Caparezza nel suo ultimo disco, “Prisoner 709”, si presenta come un viaggio dantesco, privo però di rivelazione, nell’inferno della sua mente.

Il paragone con Dante non pare azzardato, se si legge con attenzione il titolo dell’album e la tracklist nel retro della copertina. Il titolo di ogni canzone, infatti, è accompagnato da una nota descrittiva costituita da due parole, le cui lettere sommate ogni volta danno il risultato di sette o di nove, i numeri che compaiono anche nel titolo del disco.

Dunque, si impone una puntuale analisi numerologica, se si intende cogliere il concept su cui si fonda l’album.

Fin dall’antichità, il numero sette simboleggia il perfezionamento della natura umana, che si realizza attraverso un percorso di conoscenza di sé stessi e del mondo circostante, mentre il nove si presenta come un numero sacro, equivalente di un animo sensibile e predisposto empaticamente verso l’altro.

Questi significati, se rapportati al contenuto del disco, ci permettono di comprendere che l’artista ha voluto porre l’accento sulla dicotomia della sua personalità: le paure e le sofferenze di Michele (il cantautore è all’anagrafe Michele Salvemini), il cui nome è costituito da sette lettere, possono convivere con quelle di Caparezza, nome, questo, di nove lettere? Oppure si è davanti a un aut aut, come può suggerire la lettura del numero in copertina : 7 o/oppure 9?

Il cantante affronta il suo dramma personale con lucidità, ma non per questo senza slanci emozionali, tutti espressi attraverso la musica: il problema dell’acufene che lo tormenta dal 2015.

Il rapper si sente quasi come imprigionato in un corpo non più suo, vivendo così il soffocante senso di disagio di chi non riesce a riconoscersi allo specchio, e si paragona perciò a chi soffre di prosopagnosia.

L’artista approfondisce la conoscenza di questa patologia grazie alla lettura del saggio di Oliver Sacks “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”, evidenziando l’intenzione di dare solide basi argomentative di tipo psicologico al suo progetto musicale. Intitola, dunque, “Prosopagnosia” il primo e l’ultimo brano di “Prisoner 709”.

Ai padri della psicoanalisi Freud e Jung si richiama la quarta traccia del disco, “Forever Jung”, che descrive i due studiosi come “i veri padri del rap, prima di Dj Kool Herc e del folle boom”. Per Caparezza, la musica rap diviene l’unica psicoterapia possibile per evadere dal dolore fisico che lo ingabbia in “una galera dalle barre chiuse”.

Alla luce di queste osservazioni, risulta chiaro che il disco può essere interpretato come un lungo monologo sotto forma di journal de deuil, dove l’autore, in un flusso di coscienza senza interruzioni, affronta vari aspetti della sua depressione.

Nel racconto del suo viaggio “dritto verso l’Inferno” , l’unico momento in cui la narrazione diviene polifonica è nella canzone “Una chiave”, posta, in maniera iconica, al centro del disco. Qui Caparezza dialoga con un Michele adolescente, che ancora non conosce le luci dei palcoscenici, ma che vive con sofferenza “il peso delle aspettative” della sua età.

L’autore quarantenne ha ormai acquisito la consapevolezza che non è possibile attribuire nessuna accezione positiva al dolore e che può contare solo su sé stesso per superare le sue insicurezze: “Accettare il dolore per apprezzare la vita/ È come ingoiare un tizzone per apprezzare la pizza/ Ridicolo, pensare a chi sta peggio non ti fa stare meglio/A meno che tu non sia cinico”.

Il Caparezza di “Prisoner 709” ricorda il Kafka di “Lettera al padre” e de “La Metamorfosi”: se lo scrittore praghese e il suo alter ego Gregor vivono il dramma della dismorfofobia per un corpo “immondo” che li confina in una “tana”, il cantautore qui scrive una lettera a sé stesso per provare a riunire i puntini del proprio io irriconoscibile avvalendosi della musica, “la magica forza che può trasformare la prigione in un castello”.

L’epilogo non è, però, positivo, ma si configura come un finale aperto: Caparezza non si libera dalle proprie paure, ma, come suggerisce la descrizione sul retro di copertina alla canzone “Prosopagno sia!”, si concede una latitanza.

La mancata rivelazione ben si inserisce nella struttura ciclica del disco, che per toni e scelte grafiche ricorda una litografia di Escher: ad un mondo esterno regolato da principi ben definiti, che apparentemente non è possibile mettere in discussione, corrisponde un mondo interno, presente in ciascuno di noi, dove il movimento non può che essere caotico ed errante.

La musica come “chiarificazione dell’esistenza”

Mostrandosi in tutta la sua fragilità, Caparezza ha messo al centro del suo progetto discografico temi esistenziali, come il dolore, la malattia e l’insicurezza, innalzando lo strumento della canzone a pharmakon.

Alla musica, dunque, ben si addice l’immagine della perla descritta da Jaspers nel suo saggio “Genio e follia”:

“lo spirito creativo dell’artista, pur condizionato dall’evolversi di una malattia, è al di là dell’opposizione tra normale e anormale e può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dalla malattia della conchiglia. Come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita.

Luca Florio

Clicca qui per il sito ufficiale di Caparezza

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