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Solaris – Descrivere i limiti della conoscenza umana

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Solaris

Solaris, capolavoro della fantascienza filosofica di Stanisław Lem, fu pubblicato per la prima volta nel 1961. Raggiunta la notorietà dieci anni dopo grazie ad una traduzione inglese con notevoli tagli, circolerà a lungo in una versione ridotta. Solo di recente la Sellerio ne ha pubblicata una traduzione integrale dal polacco. Ma, al di là delle dispute editoriali, Solaris esibisce la maturità letteraria dell’autore, che si codifica in un forte scetticismo e in un uso della fantascienza come specchio del contemporaneo e dei limiti umani. [spoiler alert]

Ossessioni antropologiche

Il desiderio umano di espandere i propri confini ed orizzonti è sempre stato geografico quanto concettuale e ha origini profonde e complesse. Alcune componenti sono riconducibili al carattere missionario del cristianesimo. Altre alle fortunate campagne coloniali, che hanno reso possibile uno sviluppo economico e tecnologico esponenziale. Ruolo non meno rilevante è stato ricoperto dal metodo scientifico e dalla sua ambizione di svelare i segreti della natura.

Solaris racconta una storia che traccia l’invalicabile limite di questa espansione. Diretto discendente della crisi delle scienze novecentesca, è un romanzo che mette a nudo l’antropomorfismo della conoscenza umana e l’impossibilità di raggiungere un sapere cosiddetto “oggettivo”.

Solaris: l’inconscio allo specchio

Solaris

Solaris è un “pianeta vivente” noto ormai da decenni: il vasto oceano che lo ricopre, suo unico abitante, massa informe capace di prodigi inspiegabili, è oggetto di continue ricerche.  Interminabili studi che hanno dato vita alla branca della “solaristica”, un insieme eterogeneo di teorie esplicative circa la natura, l’origine e le funzioni dell’unico, immenso abitante di questo mondo. Tuttavia, le ipotesi restano sempre tali e non trovano mai un’evidenza scientifica definitiva. E l’ambizione di un contatto, di uno scambio, resta sempre irraggiungibile.

A dispetto dell’incipit misterioso, dalle sfumature orrorifiche, è il dramma del limite conoscitivo umano a divenire centrale. Il protagonista Chris Kelvin, ultimo di una lunga lista di ricercatori, approda su una stazione in orbita attorno al pianeta per condurre ulteriori ricerche. Ma scoprirà presto quanto il senso stesso di tali ricerche sia asfissiato da categorie antropologiche.

Accolto dai vaghi ammonimenti del collega Snaut, farà presto esperienza di fenomeni allucinanti, di fronte ai quali “la pazzia appariva effettivamente una liberazione”. Kelvin verrà infatti a conoscenza dei visitatori, vere e proprie personificazioni della psiche, prodotte dell’oceano vivente. Grazie alla sua capacità di sondare le profondità dell’inconscio, ne estrae “l’atomo più doloroso”, materializzandolo. Ognuno è messo così davanti alla parte più nascosta e traumatica del proprio inconscio, che nel caso di Chris assume l’aspetto della moglie, morta suicida. Si tratta di riproduzioni perfette, capaci di comportarsi come gli originali, e al contempo ignare della propria origine, del loro essere dei duplicati, e quindi non qualificabili come impostori.

Il filo della narrazione si snoda lungo il difficile tentativo di interpretare il perché di questi esseri, cercando di superare manicheismi e deliri “troppo umani”.

La chimera del Contatto con il pianeta Solaris

Solaris è la coniugazione, su un piano ontologico, delle difficoltà incontrate dall’etnologo nel comprendere culture differenti. Se nel suo caso l’ostacolo è il proprio contesto storico-culturale, nel caso dei “solaristi” è l’incapacità, o estrema difficoltà, di concepire forme di vita, di esperienza e di comunicazione diverse da quelle umane. Per quanto gli scienziati cerchino e ambiscano a una qualsiasi forma di contatto, l’umano parte dal presupposto di incontrare un suo simile, capace di parola e dialogo. Più che esplorare nuovi mondi, spera di allargare l’orizzonte terrestre. Così, quando il contatto avviene secondo modalità inspiegabili e traumatiche, ci si limita ad aborrirlo e respingerlo. Kelvin e i suoi colleghi sono in scacco, ben consci che il loro incontro con i visitatori verrebbe liquidato come un delirio di gruppo. E loro stessi sono incapaci di spiegarsi il perché di questa interazione, nonché sconvolti da essa.

Solaris
Inquadratura dalla trasposizione di A. Tarkovskij (1972)

I lunghi capitoli dedicati alla congerie di studi della solaristica sono un monumento alla pretestuosa imposizione di schemi mentali ed ermeneutici umani ad una forma di vita che si mostra indifferente ad essi. Non a caso, una delle ultime teorie paragona le ricerche ad una rinnovata religiosità e il “Contatto” ad un nuovo avvento sempre rinviato. Anche nei suoi esiti più astratti e obiettivi, la mente umana resta bramosa di narrazione e di senso.

Solaris e la Terra, due mondi inavvicinabili.

Kelvin è la prova del radicale antropomorfismo dell’osservazione umana. Lo dimostra innamorandosi di ciò che sa essere un simulacro dei propri ricordi e odiando un essere che con ogni probabilità non ha una alcuna forma di coscienza. Sarà Snaut ad avanzare l’unica ipotesi davvero lucida e al contempo scettica su qualsiasi possibilità di comunicazione.

“Le superfici dei volti e dei copri che a noi permettono di riconoscere un individuo dall’altro, per lui sono come vetri trasparenti. Lui accede direttamente ai nostri cervelli. […] …il ricordo è una struttura proteica… […] Nel nostro cervello non esistono parole e sentimenti […] Potrebbe aver preso la nostra parte più profondamente impressa […] senza necessariamente sapere quale significato abbia per noi” (pp. 284-285)

Solaris

Stanisław Lem

Lo stesso fenomeno dei visitatori mina i classici riferimenti conoscitivi: l’io, il rapporto soggetto-oggetto, l’autocoscienza. Sebbene tali “incistamenti psichici” non siano allucinazioni, non hanno una vera e propria autonomia. Hanno bisogno della persona che li ha generati e istintivamente non vogliono allontanarsene. Al contempo, la “vittima” non può qualificarli come “altro da sé”, ponendo una distinzione netta tra l’io e l’altro. L’essere umano, nelle sue parti consce e inconsce, è abituato a concepirsi come fisicamente unitario.  Comprende a malapena la possibilità di osservare con i propri occhi una parte della propria memoria. È un’esperienza, almeno secondo l’autore, con cui non si riesce a convivere e può condurre al suicidio.

Eppure nemmeno tutte queste considerazioni mitigano la fame ermeneutica di Kelvin. Le ultime righe sono animate dalla convinzione che l’oceano vivente abbia un qualche scopo, che ci saranno altri tentativi di contatto e che abbandonare la stazione significherebbe rinunciare alla missione conoscitiva umana. Un finale che sottolinea quanto l’umanità rifiuti i propri limiti, ponendo il proprio metro di giudizio come universale.

Bibliografia

Solaris, S. Lem, Sellerio editore, Palermo 2018

Giovanni Di Rienzo

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