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Ciampate del Diavolo: le impronte sul Roccamonfina

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ciampate del diavolo
Le "Ciampate del diavolo" (Credit: Wikipedia)

In provincia di Caserta c’è un paesino di poco più di 3000 abitanti: Roccamonfina. Perché è così importante? Perché conserva una pista di impronte umane perfettamente conservata, appartenenti al genere Homo, popolarmente conosciute come le “ciampate del Diavolo”.

L’eccezionale stato di questa pista è dovuta alla natura vulcanica del sito; il paesino di cui sopra sorge infatti nel cratere dell’omonimo vulcano, un tempo attivo ma tuttora spento.

Contesto geologico delle ciampate del Diavolo

Il Roccamonfina è uno stratovulcano rientrante nella provincia magmatica romana.

Il vulcano Roccamonfina visto dall’alto (Credit: Google Earth Pro)

È caratterizzato da depositi piroclastici e lave, indicativi della sua attività passata avente inizio ben 590 000 anni fa (ci troviamo nel Pleistocene) e suddivisibile in 3 fasi principali:

  • prima fase (590 000 – 360 000 anni fa): consiste nella costruzione dello stratovulcano con colate laviche;
  • seconda fase (354 000 – 330 000 anni fa): avviene la formazione della caldera ed è stata una fase interessata da eruzioni pliniane;
  • terza fase (230 000 – 150 000 anni fa): attività post-caldera, caratterizzata da emissione di materiale vulcanico all’interno della caldera, lungo il suo bordo e sui fianchi dell’edificio vulcanico.

Non solo leggende locali…

Le “ciampate del diavolo” si trovano precisamente a Foresta nel comune di Tora e Piccilli (proprio vicino al Roccamonfina). L’origine del nome, quantomeno curioso, è dovuta al fatto che si pensava che solo un diavolo sarebbe riuscito a camminare sulla cenere incandescente espulsa dal vulcano, lasciando così delle impronte.

… ma vere e proprie impronte umane preistoriche

In realtà non c’è bisogno di scomodare nessun diavolo!

L’attribuzione delle impronte è stata possibile grazie alle datazioni effettuate. Essendo impresse su materiale di natura vulcanica (flusso piroclastico per la precisione), la tecnica usata è stata la datazione radiometrica (che sfrutta il decadimento di isotopi radioattivi) 40Ar/39Ar da cui si è ottenuta l’età: 349 ± 3 Ka.

Dunque le impronte sono state realizzate da Homo heidelbergensis. Questo nostro antenato ha quindi camminato sui prodotti piroclastici (una volta raffreddati naturalmente) emessi dal vulcano e depositatesi sul suolo, lasciando 3 piste: A, B, C.

Homo heidelbergensis: artefice delle impronte sul Roccamonfina
Come appariva Homo heidelbergensis (Credit: www.ancient.eu)

Le piste delle impronte

È evidente quanto queste piste siano diverse. Per esempio la pista A contiene 27 impronte ed ha un andamento a zig- zag, perché essendo un ambiente acclive, l’artefice di questa pista ha cercato di evitare la perdita di equilibrio realizzando così quest’intelligente scelta di percorso.

La pista B è costituita da 19 impronte. Siccome c’è una sorta di “gradino” lungo il pendio, l’individuo ha cercato di mantenere l’equilibrio anche poggiando le mani a terra (c’è infatti l’impronta di una mano), per poi riprendere a camminare lasciando altre tracce.

ciampate del diavolo

La pista C è caratterizzata da 10 impronte; rappresenta la pista più “regolare” tant’è che i passi hanno un andamento lento e costante.

Come camminava H. heidelbergensis?

Dunque cosa si può dire a proposito di questi individui?

Dallo studio di queste impronte umane si è visto che anatomicamente sono molto simili a quelle di un uomo moderno (Homo sapiens). Avevano indubbiamente già acquisito un sistema di locomozione bipede, che consentiva loro di spostarsi anche su lunghe distanze e di tenere libere le mani, usandole, qualora fosse necessario, per mantenersi in equilibrio.

La loro velocità stimata è di 1.09 m/s e si inserisce perfettamente nell’intervallo di velocità tipica di un essere umano moderno (Homo sapiens) di età adulta: 0.8 – 1.7 m/s.

Conclusioni

L’importanza di questo sito è davvero inestimabile, non solo per il perfetto stato di conservazione delle tre piste, ma soprattutto perché rappresentano una testimonianza importantissima del nostro passato, senza il quale non saremmo diventati quello che attualmente siamo.

Ed è proprio per questo che il nostro compito è quello di tutelare beni così preziosi e trasmetterne il valore alle generazioni future.

Maria Modafferi

Bibliografia

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Adolfo Panarello, Lisa Santello, Matteo Belvedere & Paolo Mietto (2017): Is It Human? Discriminating between Real Tracks and Track-Like Structures, Ichnos;

Mietto, Paolo; Avanzini, Marco; Rolandi, Giuseppe (2003). “Palaeontology: Human footprints in Pleistocene volcanic ash”. Nature. 422 (6928): 133;

Avanzini M., Mietto P., Panarello A., De Angelis M., Rolandi G. (2008) The Devil’s Trails: Middle Pleistocene Human Footprints Preserved in a Volcanoclastic Deposit of Southern Italy, Ichnos, Taylor & Francis Group LLC;

G. Saborit, A. Mondanaro, M. Melchionna, C. Serio, F. Carotenuto, S. Tavani, M. Modafferi, A. Panarello, P. Mietto, P. Raia, A. Casinos, A Dynamic Analysis of Middle Pleistocene human walking gait adjustment and control, Italian Journal of geosciences.

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