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Rebetiko. Musica di confine tra Grecia e Turchia

Il rebetiko come musica di confine. Origini

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Hasapiko, Tsifteteli, Zeimpekiko, Karsilamas. Questi sono i ritmi di un genere musicale greco, il rebetiko, che recentemente è diventato patrimonio dell’Unesco per la sua unicità e originalità. Apparentemente simbolo dell’identità ellenica pura, il rebetiko ha in realtà origini molto più ibride e controverse di quanto si possa pensare.

Questo suono ripetitivo e quasi dissonante è nato e ha avuto la sua massima diffusione a cavallo tra il XIX e il XX secolo, in un’epoca in cui le grandi potenze si spartivano il mondo tracciandone i confini.

Non solo genere musicale, ma soprattutto fenomeno sociale che, nascendo dal basso, ha incarnato una resistenza (talvolta inconsapevole) al clima di tensioni che hanno portato a genocidi, persecuzioni e diaspore di interi popoli e minoranze etniche.


Il rebetiko greco si inscrive dunque in un contesto politico, sociale e culturale in cui il destino di intere popolazioni è stato deciso dalle conseguenze storiche della caduta dell’Impero Ottomano, che ha stabilito nuovi confini e soprattutto “culture di confine”.

rebetiko

Il confine labile tra Europa e Asia Minore

Uno dei confini di cui non si parla spesso, è quello tra Grecia e Turchia che, oltre ad essere geografico e rintracciabile presso il fiume Evros, rappresenta anche un punto di rottura dal punto di vista culturale:

la Penisola Ellenica da sempre è considerata la frontiera occidentale, il punto estremo in cui finisce l’Europa, mentre la Turchia, pur essendo vicinissima (e, in parte, europea) è nell’immaginario comune l’inizio dell’”Oriente1”, il punto critico in cui si delinea l’”Altrove” e in cui si comincia a riconoscere “l’altro”.

Non a caso la Grecia rappresenta ai nostri occhi qualcosa di ancora più profondo: è la culla della nostra civiltà, il mondo a cui rimandiamo la nostra appartenenza e dalla quale scaturisce la nostra identità europea. In realtà, questa separazione non è così netta e totalizzante e questo confine può essere facilmente demolito.

Uno dei tanti veicoli in grado di transitare attraverso le barriere geografiche e le concezioni storico-territoriali è la musica, elemento in grado di mettere in discussione qualsiasi rivendicazione di un’identità assoluta.

Negli ex territori dei grandi imperi, infatti, là dove la mescolanza e la contaminazione è stata più forte, parallelamente ad un comune senso di spaesamento e di sradicamento profondo, si sono sviluppati dei processi di “riappropriazione dell’identità” che hanno avuto la loro espressione massima nella musica, nella danza, nella letteratura, e più in generale nell’arte.

La “katastrofi” e il conflitto greco-turco

rebetikoNel primo ventennio del ‘900, all’alba del crollo del grande Impero Ottomano, il conflitto greco-turco aveva sconvolto l’assetto demografico e culturale della Grecia.

I turchi, guidati da Mustafa Kemal Ataturk, miravano a riprendersi parte dell’Anatolia e della Tracia, territori assegnati alla Grecia dopo i trattati della prima guerra mondiale. Molte città, tra cui Smirne (l’attuale Izmir), furono occupate dalle truppe di Ataturk e oltre un milione di greci furono obbligati a fuggire verso Atene, mentre la città veniva presa d’assedio e data alle fiamme.

Esiste una parola che i greci usano per ricordare questa diaspora, la “katastrofi”, la grande catastrofe che spinse un intero popolo a lasciare la propria terra. Quegli stessi greci, arrivati in Grecia da clandestini, vennero tragicamente rifiutati dai greci di Atene, odiati e ripudiati perché considerati turchi.

Quella dei greci di Smirne è quindi la storia di un popolo rinnegato due volte, in Turchia in quanto greci e in Grecia in quanto turchi. Si racconta che a bordo dei pescherecci diretti ad Atene, durante la katastrofi, i greci di Smirne cantassero e suonassero per alleviare il proprio dolore per la perdita della patria: in questo modo sarebbe nato il rebetiko.

In un momento storico in cui la borghesia greca guardava all’Europa come modello culturale assoluto, i greci di Izmir e la loro musica vennero percepiti come un ostacolo alla modernizzazione, simbolo di un passato oscuro da dimenticare, quello stesso passato che inevitabilmente risuonava nelle note arabe e meticce del rebetiko, che ben presto venne proibito e considerato illegale perché riconducibile al passato ottomano.

Nei ritmi della musica rebetika, è infatti facilmente riconoscibile una forte impronta turca e araba, percepita soprattutto nella scala del dromos, l’equivalente del maqam arabo e turco, proveniente dalle note ridondanti e ripetitive di strumenti musicali come il baglamas, il bouzouki e l’oud, successivamente accompagnati da strumenti della tradizione musicale europea, come il violino e la chitarra.

Rebetiko: suono e voce di una cultura illegale

Ed è così che questo genere musicale, ormai illegale, si diffuse clandestinamente nei “luoghi di confine”, nelle prigioni greche, nei bordelli, e soprattutto nei famosi caffè Aman e nei tekedhes, le taverne popolari in cui si consumavano musiche e balli proibiti.

Gli argomenti affrontati dai musicisti rebetes erano sempre legati a tematiche sociali, si trattava di temi scomodi e considerati volgari dalla borghesia della Belle Époque: violenza, criminalità, erotismo, amori finiti male e aneddoti della vita di strada.

Quello dei rebetes era un modo di suonare malinconico e disilluso, accompagnato da alcool, fumo di narghilè e danze individuali.

Il Rebetiko è stato ed è tuttora reminescenza di una condizione di perenne struggimento per la perdita delle proprie radici, un modo di essere che si tramuta in un’eterna diaspora, una perenne contraddizione tra l’appartenenza greca ed europea e quella turca, araba, ottomana.

Il rebetiko si può dunque considerare un genere meticcio, musica nomade e di confine che si impone come voce di una “subcultura” che è riuscita a sopravvivere e a far sopravvivere le proprie tradizioni mescolandole con altre.

rebetikoIn questo caso, la musica rebetika dimostra come il confine tra Grecia e Asia Minore sia una frontiera instabile, discutibile, e forzata da interessi economici, politici e culturali. Il Rebetiko, come il fado portoghese, il tango argentino, sono il frutto di una resistenza culturale all’omologazione e ai confini nazionali imposti. Sono musiche e danze che esprimono sradicamento ma allo stesso tempo riappropriazione di un senso di appartenenza negato.

1 Il concetto di costruzione dell’ “Oriente” viene espresso per la prima volta nel 1978 dall’intellettuale palestinese Edward W. Said. Nella sua opera “Orientalism” Said parla di un fenomeno culturale e politico per per mezzo del quale l’Oriente è stato per secoli rappresentato e costruito in contrapposizione all’Occidente sulla base, dunque, della differenza con “l’altro” e con tutto ciò che è estraneo alla civiltà e alla cultura europea – bianca – dominante.

Sara Melis

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