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Il miglio verde, analisi del film

1966
Il miglio verde

Non sempre grande film è sinonimo di oscar. Il miglio verde (The Green Mile), opera drammatico-fantascientifica diretta da Frank Darabont, conquista pubblico e critica senza però aggiudicarsi nessuna statuetta d’oro. La pellicola, dalla durata poco superiore alle due ore, è tratta dall’omonimo romanzo di Stephen KingProtagonista del film il due volte premio oscar Tom Hanks nei panni di una guardia carceraria. Sbalorditiva l’interpretazione di Michael Clarke Duncan nel ruolo del condannato a morte John Coffeey.

Nonostante in carriera abbia spesso e volentieri ricoperto ruoli da caratterista, Duncan dimostra così di sapersi interpretare anche personaggi più impegnativi. Una tale performance gli frutterà la nomination nella categoria miglior attore non protagonista. Presente nel cast anche Gary Sinise, attualmente più avvezzo ad apparire nelle serie televisive e meglio noto nelle vesti del tenente Dunn in Forrest Gump.

John Coffey, un cuore d’oro nel miglio verde

Il miglio verde

Il miglio verde prende nome dal lungo corridoio, con la pavimentazione del medesimo colore, che viene percorso dai detenuti per raggiungere la sedia elettrica dove sarà eseguita la loro condanna a morte. Il film è narrato in prima persona dal protagonista che rivive l’indimenticabile periodo trascorso come guardia carceraria presso Cold Montain. Corre l’anno 1935 quando nel braccio della morte fa il suo ingresso il detenuto John Coffey, un grosso omone nero all’apparenza ritardato e in possesso di facoltà sovrannaturali. L’uomo, condannato a morte per stupro e susseguente omicidio di due gemelline, professa di continuo la propria innocenza.

Coffey stringe un forte legame di amicizia con la guardia Paul Edgecombe (Tom Hanks) guarendolo inoltre da una lancinante infezione alla vescica con i suoi miracolosi poteri. Le voci riguardanti i prodigiosi doni del galeotto si spargono dunque tra le mura dell’istituto carcerario. In breve tempo il grosso prigioniero conquista dunque la fiducia e l’apprezzamento di secondini e direttore. In preda ad una delle sue frequenti visioni John Coffey viene poi a conoscenza dell’identità del reale assassino delle due bambine.

Il mostro in questione, rivelatosi un altro detenuto di Cold Montain, viene poi ucciso da una delle guardie guidata da un comando psichico di Coffey. Il giorno precedente alla sua esecuzione Paul propone all’innocente condannato di fuggire e rifarsi una vita lontano dal carcere. Questi però declina l’invito alla fuga scegliendo la morte quale unica salvezza dal tormento delle sue dolorose visioni. Il miglio verde giunge al termine col narratore ormai ultracentenario, che pare ancora godere un ottimo stato di salute. Paul Edgecombe ritiene la propria incredibile longevità una sorta di castigo divino per il suo fallimento nell’impedire l’esecuzione di un essere speciale come Coffey.

Tom Hanks e la tecnica del racconto in prima persona

Il miglio verde

La tecnica utilizzata dal regista Frank Darabont per coinvolgere lo spettatore è quella del racconto in prima persona. Il protagonista funge da esclusivo narratore della propria esperienza. Questa  tecnica cinematografica si rivela per Tom Hanks un curioso marchio di fabbrica nel dorato decennio ’90, periodo in cui l’attore statunitense ottiene la propria consacrazione internazionale. Il miglio verde si affianca così a Forrest Gump e Salvate il soldato Ryan.

Nelle pellicole raccontate in prima persona si crea fin da subito una certa aspettativa; si vuole sapere, infatti, come il protagonista sia arrivato alla situazione di partenza del film. Ad influire in maniera determinante sulla scelta operata dal regista interviene anche la derivazione romanzesca del film, che si presta particolarmente a una simile trasposizione.

Davide Gallo

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