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Il “Siglo de Oro” della Spagna Imperiale

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Siglo de Oro
D. Velazquez, "La Resa di Breda"

Con “Siglo de Oro” s’indica il periodo fra il tardo XVI ed il XVII secolo, un’era che in Spagna produsse gli splendori dell’arte e della letteratura barocca, e che coincise con l’apice dell’egemonia mondiale iberica. Altre sì, il Siglo de Oro vide anche la fine di questa potenza, che all’alba del ‘700 si trovò esangue e priva di un sovrano che ne potesse degnamente reggere le sorti. Come fu possibile una simile parabola? Come poté il grande impero degli Asburgo di Spagna passare dalla Gloria fin sull’orlo della rovina?

Un’eredità ingombrante

Alla morte di Filippo II nel 1598, l’Impero Spagnolo aveva raggiunto l’apice della propria grandezza. Non solo il “Rey Prudente” era riuscito a conservare gran parte dei territori ereditati dal padre, l’Imperatore Carlo V, ma li aveva ampliati, riuscendo nel 1580 a diventare sovrano del Portogallo, assommando su di se non solo l’unità della penisola Iberica, ma estendendo l’amplio impero coloniale di Madrid al Brasile portoghese.

A fare da contrappeso a questi successi militari e politici (A cui si aggiunge quello della Battaglia di Lepanto) era stata la lunga ed inconcludente guerra contro la Repubblica delle Province Unite, a cui devono sommarsi la disfatta dell’Invincibile Armada, e ben tre bancarotte dello stato iberico, che avevano prostrato l’economia nazionale.

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L’Impero Spagnolo ai tempi dell’unione delle corone fra Spagna e Portogallo (1580-1665)

Il Regno di Filippo III

Filippo III, a differenza del padre, famoso per aver accentrato su di se tutto l’onore e l’onere del governo, delegò ben presto il potere al proprio favorito, il così detto “Valido”, il Duca di Lerma. Questi si disinteressò sommamente di operare quella riforma delle finanze di cui la Spagna avrebbe così tanto avuto bisogno, ed a suo merito va soltanto l’aver firmato una tregua con i “ribelli” dei Paesi Bassi.

Ciò non impedì una Quarta Bancarotta nel 1607. Ad aggravare ulteriormente la situazione fu l’enorme quantità di prebende, cariche e donativi elargite dalla corte, a totale discapito della situazione economica. Questa non doveva migliorare, nonostante le proteste dei numerosi letterati e intellettuali iberici, neppure dopo la cacciata del Duca di Lerma nel 1618.

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Juan Pantoja De la Cruz, “Filippo III di Spagna”

Il Siglo de Oro: Mecenati, Letterati e Picari

Questo clima di incosciente prodigalità, destinato a durare per tutto il XVII secolo, ebbe come positivo risultato quello di produrre uno dei momenti più alti della letteratura e dell’arte spagnole, che i Grandi di Spagna e la stessa corte furono fieri di sostenere.

Il nome che spicca su tutti fra le arti figurative è quello di Diego Velazquez, che farà fortuna sotto Filippo IV. Più proprie del primo ‘600 sono l’esplosione del romanzo Picaresco, che mette in scena l’immagine di una Spagna spezzata fra il tentativo di sbarcare il lunario e la necessità di mantenere il proprio Onore, le correnti poetiche del Culteranismo (Il cui maggior esponente fu Luis de Gongora) e del Conceptismo (A cui speso è accostato Francisco Quevedo), ed il teatro di Lope de Vega, Tirso de Molina e Calderon de la Barca.

Il maggior prodotto del Siglo de Oro sarà però il capolavoro di Cervantes, Don Chisciotte de la Mancha, che per quanto sia il prodotto più “precoce” della crisi identitaria che ha colpito l’Impero Spagnolo, ne rimane il risultato più eloquente.

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Il Conte-Duca e il Cardinale

All’epoca molle di Filippo III seguì quella carica di rinnovate speranze di Filippo IV. Il Re, asceso al trono nel 1621, confermò l’abitudine paterna di delegare il governo ad un’onnipotente favorito. Il dominus della politica spagnola sotto Filippo IV fu dunque Gaspar de Guzman, meglio noto come Conte-Duca di Olivares.

Uomo abile ed energico, salito al potere con forti intenzioni riformatrici (come ad esempio la volontà di ristrutturare le ampie autonomie ancora presenti negli stati del Regno d’Aragona dall’Unione delle Corone), trovò tuttavia moltissimi ostacoli sia nel continuo aggravarsi della situazione finanziaria che nella ripresa delle ostilità con l’Olanda, guerra che trascinò la Spagna nel gorgo indistricabile della Guerra dei Trent’Anni.

Tuttavia, se l’andamento positivo del conflitto che si prospettava negli anni 20/30 avrebbe facilitato l’opera di riforma, la guerra iniziò ad andare più che male quando la Francia, guidata da un altro favorito, il Cardinale Richelieu, si mise di mezzo, ed iniziò a fomentare rivolte in Catalogna ed in Portogallo. La sconfitta spagnola a Rocroi ad opera della Francia, nel 1643, provocò anche la caduta del Conte-Duca, che dovette lasciare la corte di Madrid, per morire pochi anni dopo.

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Il Conte-Duca di Olivares in un ritratto equestre di Velazquez, 1643

Fine di un Impero?

Cacciato l’Olivares, Filippo IV si adoperò come meglio poteva per salvare il salvabile, ma presto nominò come nuovo valido Don Luis de Haro, nipote dell’Olivares.

Ulteriormente funestata da rivolte (Come la rivolta di Masaniello) e sollevazioni (Con il Portogallo che nel 1665 riguadagnava l’indipendenza), la Spagna asburgica fu costretta prima con la Pace di Westfalia nel 1648 ad uscire perdente dalla guerra contro Olandesi e protestanti, e poi, con la Pace dei Pirenei (1659), a vedersi soffiare il ruolo di prima potenza europea dalla Francia di Luigi XIV e Mazzarino. A Filippo IV successe il debole e irresoluto Carlo II, re nato ermafrodita e con un’infinita serie di tare genetiche, frutto della politica matrimoniale Asburgica.

Durante questo regno disgraziato non si riuscì a tentare nulla di nuovo, e la morte senza eredi dell’ultimo Asburgo di Spagna portò alla Guerra di Successione Spagnola, in cui la Spagna, prostrata e a malapena in grado di difendersi, vide smembrato tutto quel che rimaneva dei propri possedimenti Europei. Eredità più nota di questo conflitto è la presa britannica della Rocca di Gibilterra.

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Juan de Miranda Carreno, “Ritratto di Carlo II”

Con la fine del Siglo de Oro, ben poco rimaneva dell’Invincibile Spagna di Lepanto e San Quintino. Eppure conservò abbastanza forza per mantenere in vita l’immenso impero Atlantico che si era costruita con le proprie forze, e che nè l’Olanda, né l’Inghilterra né la Francia riusciranno mai a sottrarle.

Alessio Staccioli

Bibliografia

Elliot, John H. “La Spagna Imperiale”, Bologna, Il Mulino, 1982.

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