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Grand Budapest Hotel: l’innocuo mondo di Wes Anderson

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Wes Anderson, già regista de I Tenenbaum, Fantastic Mr. Fox, ha diretto Grand Budapest Hotel, film del 2014. La pellicola vanta un cast a dir poco eccezionale. La particolarità di questo film è che molti attori famosi, sono delle brevi ma caratteristiche apparizioni. Edward Norton riveste i panni dell’ispettore Henckels, Adrien Brody di Dmitri, William Dafoe  di Jopling. Il film è stato candidato a 9 Oscar, vincendone 4 per le categorie di miglior trucco, migliori costumi, miglior scenografia e miglior colonna sonora.

Grand Budapest Hotel: a metà tra commedia ed avventura

Zero Moustafa (F. Murray Abraham) è un signore solitario, e che “soffre di solitudine”, che soggiorna al Grand Budapest Hotel. Il film si articola, come tutti i film di Anderson, in più capitoli.

La pellicola è, inoltre, divisa in quattro date: i giorni nostri, il 1985, il 1968, e il 1932. Durante il 1985, il flashback mostra lo scrittore del famoso romanzo Grand Budapest Hotel, il quale racconta il percorso affrontato per la scrittura del libro.


È il 1968. L’autore da giovane (Jude Law), è intento ad osservare la platea di quello che una volta era un meraviglioso hotel. L’autore soggiorna al Grand Budapest, e nota che tutti gli ospiti sono accomunati dalla stessa indipendenza solitaria e cortese.

Tutti tranne uno. Incuriosito, l’autore e uno degli strambi ospiti si conosceranno meglio durante una cena. L’ospite è, incredibile ma vero, il proprietario dell’hotel: Zero Moustafa. Ed è durante la cena che ha inizio il terzo, ed il più imponente flashback.

L’oramai anziano Zero racconta di com’è giunto all’apice del Grand Budapest, proprio lui, che ha iniziato come lobby boy. È il 1932. Zero (Tony Revolori), giovane immigrato, arriva nella immaginaria Repubblica di Zubrowka (nell’Europa orientale comunista).

Qui, si introdurrà nel mondo lavorativo come facchino. È pero inizialmente in prova. Per diventare facchino a tutti gli effetti, uno straordinario uomo, il concierge Monsieur Gustave H (Ralph Fiennes) lo interroga.

Zero non ha nulla, secondo il concierge. Non ha un’istruzione, esperienza, né famiglia. Allora Gustave gli chiede, semplicemente, cosa pensa Zero riguardo l’hotel, e perché vuole lavorare proprio lì. Zero, con un candore commovente, risponde così: “chi non vorrebbe al Grand Budapest… è un’istituzione”. Una frase semplice, che tuttavia strega il profumatissimo concierge. Inizia così il loro idillio: concierge-maestro, Zero-apprendista.

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Il concierge è un uomo dai modi affettati, gentilissimi, elegantissimi. Rappresenta il punto d’incontro tra la sua umile dipendenza e gli specialissimi ospiti, rappresentanti della nobiltà decadente. Con questa nobiltà Monsieur Gustave ha un rapporto particolare. Egli seduce le vecchie e facoltose signore, che inseriranno il concierge nei loro testamenti.

Una di queste, Madame D. (Tilda Swinton), morirà, e la sua morte genererà grossi guai. Soccorrendo anche se tardi sul luogo della sua dipartita, Zero e Gustave scoprono che il concierge è erede del bellissimo quadro Ragazzo con mela, di Johannes Van Hoytl il Giovane. La scelta di Madame D. genererà disguidi familiari, omicidi, e una rocambolesca avventura.

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Gustave finirà anche in prigione, perché accusato dal figlio di Madame D. (Adrien Brody) di averla uccisa. Il concierge riuscirà ad uscire di prigione, grazie a Zero e alla sua amata Agatha. Si scoprirà, poi, che Madame D. aveva creato un secondo testamento, da aprire solo nel caso in cui la sua morte fosse stato un omicidio. Dopo mille e più peripezie, il secondo testamento viene aperto.

Esso afferma che tutte le fortune della donna dovessero andare al solo concierge, quindi il figlio e la famiglia allargata della donna sarebbero stati esclusi. Reo della sua enorme ricchezza, il concierge decide di affidare le chiavi e quindi la proprietà dell’hotel a Zero, suo amato alleato.

Tornati nel 1968, l’autore chiede al proprietario per quale motivo un hotel ormai in decadenza fosse ancora aperto. La risposta di Zero è semplice: per Agatha, la dolce pasticcera dalla voglia a forma di Messico sul viso, morta poco dopo il loro matrimonio. Grand Budapest hotel è anche e soprattutto una storia d’amore. 

Grand Budapest hotel: colori caldi in mezzo alla guerra

La pellicola di Wes Anderson si sviluppa secondo periodi storici differenti. Pur narrando di una Repubblica immaginaria, quella di Zubrowka, è presente la scia guerresca. I particolari si notano già nelle scene, molto simili tra di loro, nel treno.

Il concierge Gustave H. e Zero devono giungere al funerale di Madame D. Per farlo, utilizzano come mezzo di trasporto il treno. Le guardie che chiedono loro i documenti somigliano vagamente alle SS, complici anche le lettere ZZ sui loro petti. Gustave accuserà uno di loro di essere un miserabile fascista. L’accusa è dovuta all’insistente richiesta da parte di una delle guardie, di far uscire Zero dal vagone.

Il ragazzo aveva però i documenti in regola. Di qui, iniziano i guazzabugli tra le guardie e il meraviglioso concierge. Il secondo litigio che avverrà, sempre per la stessa ostilità mostrata nei confronti d Zero da parte delle guardie, sarà fatale per Monsieur Gustave H.

Nonostante gli strascichi razzisti, la pellicola scorre con una leggerezza, una grazia e una sottile ironia incantevoli. Il peso dell’avidità mostrato dall’orribile figlio di Madame D., dal suo inquietante sicario (William Dafoe), gli omicidi e il cinismo comunque presente del concierge (non ci si dimentichi che adescava nonnine facoltose), sono perfettamente bilanciati dai bellissimi colori, dal buonismo mai vezzoso che si riscontra perfino in prigione (Gustave H. è amabile anche lì).

Grand Budapest Hotel è l’esatto opposto dell’Overlook Hotel, il pazzesco hotel di Shining. Grand Budapest è un gioiellino infarcito di elementi quasi disneyani, come se appartenesse davvero ad un altro mondo fatato. È un animale morente, però, come descritto dal flashback del 1968. Questo non gli toglie l’aura di bellissima creatura decadente, che mai perde la maestria nei modi eleganti, simbolo di un’era che sembra non esistere più.

Aurora Scarnera

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