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John Locke, limiti del potere e tolleranza religiosa

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Sollecitato dalle variegate vicende che interessano la Corona inglese a metà Seicento, Locke si impegna in un’attenta riflessione sui problemi religiosi e politici. In particolare, è al problema della libertà politica e della tolleranza religiosa che il filosofo dedica gran parte della sua produzione filosofica.

Locke e il pensiero politico

In campo politico, Locke elabora una prima organica teoria dello stato liberale, punto di riferimento essenziale del Liberalismo moderno. A differenza di Hobbes – che sostiene una teoria assolutistica dello Stato –  il filosofo non descrive lo stato di natura come una condizione di conflittualità reciproca fra gli individui. Egli, infatti, ritiene che la legge di natura, che è anche legge di ragione, imponga sia la conservazione di sé sia la conservazione dell’intera specie. Tutti gli uomini sono i detentori di diritti naturali e inalienabili come la vita, la libertà, la proprietà, l’immunità del corpo. Nello stato di natura però l’esercizio di questi diritti non è garantito. Per evitare che ciascuno provveda come “giudice nella propria causa” a vendicare la violazione dei propri diritti si rende necessario il passaggio alla società civile.

La teoria liberale dello Stato

La fondazione della società civile avviene mediante un libero contratto fra gli uomini, ciascuno dei quali sceglie volontariamente di sottomettersi alle decisioni della comunità, che è da considerarsi come un solo corpo politico. Con il passaggio allo stato civile, ogni uomo resta depositario dei propri diritti ad eccezione di quello di farsi giustizia da solo. Scrive, infatti, Locke – nel suo Trattato sul governo del 1690 – che si dà vita allo Stato:

[…] per vivere gli uni con gli altri con comodità, sicurezza e pace, ciascuno nel sicuro possesso delle sue proprietà.

Secondo Locke è essenziale che il potere di legiferare sia separato dall’esecutivo, per evitare di incorrere nel dominio assoluto di un tiranno o di un’assemblea. Il filosofo pone così le basi per la teoria della separazione dei poteri politici, poi portata a compimento dal filosofo Montesquieu.

Il liberalismo di Locke sostiene, inoltre, il primato del potere legislativo, cioè dell’universalità della legge per l’intero corpo sociale. Pertanto, al popolo il filosofo riconosce il diritto alla resistenza attiva, ovvero alla ribellione ad un governo tirannico o ad un sistema di leggi che appaiano contrari all’interesse popolare.

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John Locke, l’Epistola sulla tolleranza

Fra le più importanti determinazioni della libertà individuale, Locke annovera la libertà religiosa. Nell’Epistola sulla tolleranza il filosofo, guardando ai devastanti effetti prodotti dalle guerre di religione in Europa a partire dal Cinquecento, fa appello al principio di tolleranza.

Il fattore preliminare per realizzare la tolleranza è definire i confini fra religione e governo. La fede, infatti, investe la sfera interiore della persona e concerne la relazione fra uomo e Dio, per cui nessuna organizzazione statale o religiosa può imporla con forza dall’esterno. Scrive Locke:

Nessuno, quindi, né singole persone, né Chiese, né Stati, ha alcun titolo per usurpare i diritti civili e i beni materiali di altri con il pretesto della religione. Coloro che sono di opinione differente faranno bene a considerare quale pericoloso seme di discordia e di lotta, quale potente esca per odi, violenze e omicidi essi fornisco all’umanità.

Cristianesimo e legge morale

In Ragionevolezza del Cristianesimo, Locke mette in evidenza la piena conformità tra morale cristiana ed etica razionale, rintracciando nel Nuovo Testasmento “norme conformi alla ragione”. Nella religione cristiana è possibile riconoscere un nucleo di verità essenziali, il cui contenuto è convalidato dalle leggi del pensiero. Ciò fa del Cristianesimo il più importante strumento di promozione della legge morale fra gli uomini.

La fede è dunque un atto fondato sulla ragione. Chi crede ha il dovere di esaminare razionalmente ciò in cui crede, avvalendosi di quella facoltà di discernimento che Dio stesso ha concesso agli uomini “per tenersi fuori dagli inganni e dagli errori”.

John Locke: il dialogo interreligioso

In campo gnoseologico, Locke indaga i limiti e le possibilità della ragione umana, la quale non può sostenere che una conoscenza limitata del reale. Pertanto, anche in materia religiosa, nessuna chiesa, nessuna religione può pretendere di possedere l’intero patrimonio della rivelazione divina. Ciascuna di essa è espressione di una verità rivelata soltanto parziale. Le diverse confessioni religiose allora hanno il compito di riconoscere che la fede deve indicare all’uomo ciò che è assolutamente essenziale per la salvezza. In virtù di questo scopo comune, è necessario che esse cooperino in pacifica convivenza.

Per questo motivo, seguendo lo spirito dei teologi della Riforma, Locke distingue tra dogmi – o verità non fondamentali – e verità fondamentali. Queste ultime non sono che preambula fidei, ovvero verità di fede conoscibili attraverso la ragione e, pertanto, patrimonio comune a tutti gli uomini. Esse dunque, costituiscono un punto di incontro e di dialogo possibile fra le diverse comunità di fede.

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Martina Dell’Annunziata

Bibliografia:

J. Locke, Trattato sul governo, a cura di L. Formigari, Editori Riuniti, Roma 1992.

J. Locke, Lettera sulla tolleranza, Demetra, Verona 1995.

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