Home Italia Arte contemporanea italiana Mario Merz: poetica tra organico e inorganico

Mario Merz: poetica tra organico e inorganico

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Merz
Object cache-toi, 1968

Mario Merz (Milano 1925 – Torino 2003) inizia la sua carriera artistica come autodidatta, sperimentando un tipo di pittura vicina alle manifestazioni dell’Informale, aprendosi al gesto, al caso, alla materia. Già in quei difficili anni della guerra e del dopoguerra, la sua poetica era orientata verso l’organico, la natura, la vita.

Mario Merz
Che fare?, 1968

Lascia la facoltà di Medicina, e si unisce ai partigiani, militando nel movimento Giustizia e Libertà; finisce in carcere e sconta un anno di galera, ricercando conforto nel disegno dato con un tratto grafico continuo, senza mai staccare la punta della matita dalla carta. Le sue prime opere, disegni e quadri, vengono esposti presso la Galleria La Bussola nel 1954, anno della sua prima personale a Torino.

Merz
Tripo Igloo, 1984

Sono ancora lavori caratterizzati dalla bidimensionalità, ma già nell’accumulo materico del colore sulla superficie (anche di alcuni centimetri), rivela la volontà di un superamento; di lì a breve realizzerà prima le “strutture aggettanti” (opere volumetriche a metà strada tra pittura e scultura, che proiettandosi verso l’esterno aspiravano alla conquista dello spazio ambientale) e poi agli oggetti in tre dimensioni. Oggetti di uso quotidiano, appartenenti al mondo dell’effimero e non, messi in relazione tra di loro; divengono forme plastiche attraversate dal neon, che come linfa vitale, è portatore di energia.

Merz
Zebra (Fibonacci), 1973
Merz utilizza la serie del matematico Fibonacci, riconosciuta come legge di proliferazione biologica, in relazione al calcolo delle striature del manto dell’animale, per sottolineare l’energia che regge la natura organica, contrapposta a quella artificiale)

L’azione successiva di Merz e il suo iniziale contributo alla formazione del movimento dell’Arte Povera, una volta incontrato Germano Celant, sono le invenzioni degli “Igloo” (1968), delle “Proliferazioni Fibonacci” (1969-70), dei “Tavoli” (1973) e a rinnovate conce­zioni della forma pittorica (dalla seconda metà degli anni Settanta in poi).

A partire dal 1968 prende vita una delle opere-feticcio di Mario Merz: l’Igloo. Forma archetipa che segna il nuovo corso della sua carriera. E’ la “casa” primitiva, provvisoria, un luogo di rifugio, simbolo di una cultura nomade, ma anche ambiente di incontro, dalla forma semplice e organica, generata dai materiali più vari: come la tela di juta nell'”Igloo (Tenda di Gheddafi)”, il catrame nell'”Igloo nero”, il vetro, il metallo, l’argilla, i rami degli alberi, le lastre di pietra, fino al nylon. Spesso la struttura è animata da scritte al neon che, soprattutto negli anni  critici degli anni sessanta, tra rivolte studentesche e guerra del Vietnam, riproducono messaggi di principi filosofici.

 L’artista ribadisce la non importanza dei materiali, essi non vengono scelti per delle caratteristiche specifiche. Sono semplicemente il mezzo per creare delle concatenazioni di elementi. Cera, vetro, metallo, giornali, fascine, neon, vengono inserite da Merz in un nuovo ordine, o per meglio dire, per rappresentare l’ordine cosmico. Non è mai accumulazione, ma “proliferazione”, sviluppo, crescita. Emerge l’aspetto processuale  dell’operazione artistica.

Merz
Tavola a spirale, 1982

Seguono interventi ispirati alla sequenza matematica di Leonardo Fibonacci, che comprende tutti i numeri dallo zero all’infinito, secondo la quale ogni numero corrisponde alla somma dei due precedenti. Una progressione che nello spazio dà luogo a un tracciato curvilineo o a un movimento a spirale, è proposta da Merz come il principio universale di accrescimento vitale del mondo organico. Le serie di Fibonacci realizzate al neon, emergono come presenze rivelatrici, lungo la spirale del museo Guggenheim di New York (1971) o sulla Mole Antonelliana di Torino (1984) scelta dall’artista per la sua affinità con i numeri di Fibonacci: numeri che possono avvicendarsi verticalmente, e non c’è niente di meglio della Mole come spazio verticale. É a Berlino, nel 1973, che elabora una nuova ricerca intorno al tema dei tavoli, intesi come elementi di convivialità, condivisione, essenziali per la costruzione di una possibile “Casa Fibonacci”. Su di esso Merz disponeva frutta e ortaggi, ma anche fascine di legno, lasciati al loro corso naturale, e introducendo così nell’opera l’elemento del tempo reale.

Dalla seconda metà degli anni Settanta, e soprattutto negli anni Ottanta, Merz ritorna all’arte figurativa, che lo riportano ad una rielaborazione di forme organiche e animali arcaici, che definisce “preistorici”. Figure primordiali, coccodrilli, rinoceronti, leoni, che condividono gli spazi con scritte al neon o altre presenze luminose. Una sorta di bestiario, tracciato con linee semplici, dai netti contorni.

Merz
senza titolo, 2003
stazione Vanvitelli, Napoli

Mario Merz, è sempre stato profondamente coerente in tutta la sua carriera, e in continuità con le sue varie sperimentazioni. La sua arte appare animata in fondo da una “logica ciclica”, un unico grande principio: la spirale. Essa può cominciare molto piccola, esigua, e arrivare a coprire degli spazi formidabili. È un disegno, si sottomette ai numeri, aumentando la dimensione tra numero e numero la spirale cambia, muta di aspetto. La sequenza di Fibonacci genera una spirale perfetta, l’igloo rappresenta nel mondo materiale il dinamismo della spirale, la crescita di un oggetto-essere nello spazio, la spirale è la legge interna alla natura, quel’ energia magica, che nel suo dinamismo continuo racconta il movimento cosmico.

Marina Borrelli

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