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Il vampiro e l’amore: Théophile Gautier, pt. II

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Tra le foglie, vidi scintillare due pupille verdemare; ma era solo un’illusione

La scorsa settimana abbiamo visto come il racconto La morta innamorata di Gautier si inserisca in un contesto letterario globale, che vede nei primi anni del 19° secolo la figura del vampiro esordire nella letteratura, inaugurando finalmente un genere fecondo; ora ci soffermeremo sul racconto in questione, presentandolo in tutte le sue parti e mettendo in evidenza i diversi temi e significati che si rincorrono abilmente nel testo.

Incipit e fasi iniziali

La narrazione, qui nella versione italiana di D. Feroldi, è portata avanti dal protagonista, Romuald, che oramai anziano racconta ad un interlocutore sconosciuto la storia del suo primo e unico amore.
Il narratore anticipa con rimorso gli sviluppi di una vicenda peccaminosa, svoltasi nell’arco di tre anni nella totale impossibilità di distinguere la realtà, preparando così il lettore all’inesplicabilità degli eventi che seguiranno.
Romuald è nato con una predisposizione spirituale al sacerdozio, ed è alla luce del seminario che ha vissuto tutta la sua giovinezza, senza mai conoscere il mondo. Per un’ironia della sorte, nel giorno in cui si reca per ricevere solennemente gli ordini sacerdotali, la visione, o meglio l’epifania di una fanciulla di meraviglioso aspetto si insinua nelle sua mente, minando le sue intenzioni originarie. In particolare:

Fu come se mi cadesse un velo dagli occhi. Provai la sensazione di un cieco che acquista d’improvviso la vista. Il vescovo, fino a un attimo prima così sfolgorante, si offuscò di colpo, i ceri impallidirono sui candelabri d’oro, […] e tutta la chiesa sprofondò nella più completa oscurità.

Gli sguardi lanciati dalla fanciulla, descritti da Gautier paragonandoli alla poesia stessa, fanno desiderare al giovane di rinnegare i voti che sta per prendere:

Lei parve accorgersi del mio martirio e, come per incoraggiarmi, mi lanciò un’occhiata carica di divine promesse. I suoi occhi erano un poema di cui ogni sguardo era un canto.

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Fussli – L’Incubo

Tuttavia, con forza d’animo e nel contempo amaro pentimento, Romuald pronuncia i voti. All’uscita dalla chiesa, si vede recapitare da “un paggio di colore, bizzarramente abbigliato”, (elemento estetico, quello dell’esotismo, tipico dell’autore) l’indirizzo della bella fanciulla assieme al suo nome: Clarimonde, Palazzo Concini”.

Qualche tempo dopo il protagonista vede acuirsi questo suo desiderio, che come una febbre gli infiamma le viscere annebbiando la mente, finché non apprende la notizia di essere stato ordinato parroco di un paesino limitrofo, e di dover dunque lasciare la città.
Accompagnato dall’anziano abate Serapione – figura lucida e dalla fede incrollabile di fronte alla tentazione – , che intuisce pienamente i moti interiori del giovane, Romuald sente via via vacillare la sua vocazione, svuotatasi per lasciare posto all’immagine luminosa della bella:

E sentivo la vita salire in me come un lago interno che si gonfia e straripa; il sangue mi pulsava con forza nelle arterie; la mia gioventù, così a lungo repressa, prorompeva di colpo come l’aloe che impiega cent’anni a fiorire e sboccia in un lampo.

Nel lasciare la città, il giovane getta un ultimo sguardo ai suoi palazzi, scorgendone uno per la prima volta, che gli appare nitido ed in totale rilievo rispetto al paesaggio circostante, immerso nell’indistinto e nella foschia:

In quel momento, non so se fu realtà o illusione, credetti di veder scivolare sul terrazzo una figurina esile e bianca che balenò per un istante e poi sparì. Era Clarimonde!

 Sviluppi e momenti di svolta

In seguito a quella fugace visione, Romuald intraprende il suo sacerdozio sistemato in una tranquilla casetta di campagna, circondato dai campi e dal silenzio.

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Millet – Primavera

Gautier tralascia quindi volutamente la vita quotidiana del prete, riprendendo gli episodi più rilevanti: una notte riceve l’inopportuna visita di un uomo di colore, abbigliato alla maniera berbera, che richiede l’assistenza del parroco per il sacramento dell’estrema unzione per la sua padrona, sul letto di morte. In viaggio attraverso il bosco e su due cavalli neri e veloci come ombre, che li rendevano più simili a “due spettri a cavallo di un incubo”, i due raggiungono la dimora. Romuald riconosce ad accoglierlo lo stesso paggio che aveva visto in città, il quale lo introduce nelle stanze sfarzose del castello, presso il capezzale di quella che – lo avrete capito – si rivela essere la stessa Clarimonde, oramai morta. La camera da letto però non ha nulla delle veglie funebri: candele emanano una luce calda e soffusa nell’aria tiepida e vibrante di profumi di spezie, piuttosto che intrisa dell’odore della morte; tutto avrebbe lasciato intendere ad un’alcova.

Al di là di una coltre di tende damascate, giace la bella; qui Gautier per descriverla attinge alla forza visiva dell’arte figurativa, in questo caso la scultura, ricercando una grande plasticità in una sorta di ekphrasis spuria:

Era coperta da un velo di lino il cui candore abbagliante spiccava ancor di più per contrasto col porpora scuro dei tendaggi; il tessuto era così fine da non nascondere nulla delle forme incantevoli di quel corpo, […] Sembrava  una statua di alabastro scolpita da un abile scultore per la tomba di una regina o una fanciulla addormentata su cui fosse nevicato.

Gautier e un nuovo vampiro?

Ma lasciamo per ora Romuald alla sua contemplazione, perché vedremo la prossima volta la conclusione del racconto. Per ora soffermiamoci sulla capacità, da parte di Gautier, pur essendo prevedibile sotto certi dettagli, di far permanere nel dubbio il lettore sotto una questione più profonda: chi è veramente Clarimonde? Abbiamo parlato di vampiro, ma mai nel testo abbiamo avuto prova finora di attività tipicamente vampiresche, o anche solo della comparsa della parola vampiro nel testo. Un vampiro inoltre può morire di cause naturali, come appare dal corpo della fanciulla? Le nostre fondate supposizioni provengono perlopiù dalla presenza di alcuni termini e immagini utilizzati da Gautier ad ogni entrata in scena della bella, che rinviano al fantasmatico, all’evanescente, alla vacuità della dimensione ultraterrena senza mai però, attenzione, coinvolgere l’aspetto cupo e tetro ad essa associata ed anzi rendendola carica di una sensualità generante un contrasto tutto particolare.

Daniele Laino

Bibliografia: Gautier, T., Racconti, Mondadori, 2003

 

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