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L’estate di un ghiro. Il mito di Lord Byron

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La locandina dell'evento
La locandina dell’evento

Martedì 17 febbraio 2015, presso la Società Napoletana di Storia Patria sita in Castel Nuovo (Maschio Angioino), Vincenzo Patanè ha presentato il suo ultimo libro L’estate di un ghiro. Il mito di Lord Byron attraverso la vita, i viaggi, gli amori, le opere (Cicero editore), che si contraddistingue per essere la prima biografia critica sul poeta inglese prodotta in Italia. Oltre all’autore, presenti i docenti del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Federico II di Napoli Renata De Lorenzo, Nicola De Blasi, Stefano Manferlotti e Isabella Valente.

 Il mito romantico

In apertura, Renata De Lorenzo, ordinario di Storia contemporanea, nonché Presidente della Società Napoletana di Storia Patria dal maggio 2010, ha evidenziato come l’analisi biografica di un personaggio tanto caratterizzato quale George Gordon Byron (Londra 1788 – Missolungi 1824) possa rappresentare una valida possibilità per comprendere lo sviluppo non solo della letteratura ma anche della storia romantica. Infatti, nell’Europa tra Sette e Ottocento, il poeta inglese incarnò un vero e proprio mito: l’eroe che porta alle estreme conseguenze la propria esperienza di vita; il dandy aristocratico, sprezzante delle convenzioni e delle norme morali comuni; l’uomo fatale, dal fascino tenebroso e maledetto, per le donne un vero e proprio diavolo in persona; il ribelle, insofferente di ogni costrizione, il simbolo della lotta per la libertà contro l’oppressione e la tirannide.

L’autore

Nicola De Blasi, accademico corrispondente dell’Accademia della Crusca e professore ordinario di Linguistica italiana, ha ricordato la formazione varia ma profonda dello stesso autore Vincenzo Patanè: siciliano di nascita (Acireale, 1953), si è trasferito a nove anni a Napoli, dove si è laureato in filologia romanza con una tesi sul Libro de buen amor del Arcipreste de Hita, relatore il recentemente scomparso Alberto Varvaro; ha conseguito il Diploma nella Scuola di Perfezionamento di Storia dell’Arte medioevale e moderna sempre a Napoli; insegna Storia dell’Arte a Venezia; è, inoltre, studioso di storia del cinema.

Il genere

La copertina
La copertina

Nello specifico, il professor De Blasi ha fatto notare che, con la pubblicazione de L’estate di un ghiro, Patanè si sia confrontato con un genere poco praticato in Italia: la biografia, in particolare quella storico-intellettuale, assai diffusa, invece, in ambiente anglosassone. In aggiunta, questa su Lord Byron non è una biografia cronologica organizzata in forma annalistica, ma il testo si presenta strutturato in tal modo: un’introduzione a cui seguono quindici scritti monografici; in appendice un’opera di controversa attribuzione, il Don Leon; ancora, una cronologia minuziosa, indicazione analitica delle fonti, ricchezza di note, di rinvii e di citazioni.

Byron poeta

Società Napoletana di Storia Patria - Presentazione del libro
Società Napoletana di Storia Patria – Presentazione del libro

Stefano Manferlotti, ordinario di Letteratura inglese, ha illustrato come sia possibile che la fama di George Byron goda di ottima salute a circa duecento anni di distanza. Prima di tutto, il nostro è un personaggio contraddittorio, stridente ma sincero: odia l’ipocrisia. Egli, poi, si muove a favore dei poveri e degli indigenti e lotta contro i potenti; appoggia i moti rivoluzionarî perché, pur rifiutando la guerra come strumento di violenza, la accetta quando essa abbia alla base il principio di autodeterminazione dei popoli; è amico della natura della natura e degli animali.

Oggi il Byron meglio valutato è quello del filone ironico-satirico (che presenta come modello il poeta settecentesco Alexander Pope), a cui è possibile ricondurre il Don Juan (1824), che, sebbene incompleto, è attualmente ritenuto il suo capolavoro. Tuttavia, nell’immaginario collettivo, è pur sempre il Byron romantico a dominare: mentre un Brummell era un poseur soddisfatto, il Byron era un poseur tormentato dalla coscienza del ridicolo, secondo la definizione di Mario Praz; e, in tal senso, i temi byroniani più noti sono la solitudine e il disprezzo del mondo.

Per quanto riguarda, invece, il piano stilistico, la sua prima poetica si contraddistingue per un linguaggio artificioso, sulla scia della letteratura tardo-settecentesca; in un secondo momento, l’autore approda a un versificare più scarno, che nasce o da un moto interiore dell’animo e dalla sincerità del sentimento oppure dall’uso dell’ottava rima (ereditata dall’italiano Luigi Pulci, autore quattrocentesco del Morgante) nel poema burlesco Don Juan.

Byron nell’arte

Isabella Valente, ricercatrice di Storia dell’Arte contemporanea con cattedra, ha affrontato gli aspetti iconografici legati alla figura di Lord Byron, personaggio poco noto da un punto di vista storico-artistico.

Il poeta inglese non aveva un buon rapporto con l’arte: nel corso del Grand Tour, più che porre attenzione a monumenti e siti artistici dei luoghi visitati, si mostrò interessato soprattutto a cogliere il lato umano, le mentalità dei popoli. Tra l’altro, egli riteneva che l’arte non fosse un’esperienza collettiva ma individuale, in quanto sosteneva che il fruitore dovesse immergersi completamente e da solo nell’opera ammirata: per questo si lamentò della folla che trovò a Firenze presso le Gallerie degli Uffizî. Tra i generi artistici, Byron ripudiò la pittura per il mercato e per il lucro basato sulle committenze; salvava, invece, la scultura, perché più vicina, attraverso la tridimensionalità, a esprimere il linguaggio dell’uomo.

D’aspetto assai gradevole seppure zoppo, il poeta risultò molto vanitoso e attento nel monitorare il proprio ritratto ufficiale, costruendolo a tavolino con gli artisti che lo raffiguravano, ai quali era richiesto di evidenziare una trascuratezza non naturale ma chiaramente ricercata.

Il nostro, nel 1823, si recò in Grecia (qui morì a Missolungi l’anno successivo) per combattere a sostegno della guerra d’indipendenza ellenica contro l’Impero ottomano, divenendo simbolo di libertà in tutta Europa. Anche gli artisti dell’epoca furono influenzati dalle campagne orientali di Byron: Eugène Delacroix, insieme con Gericault il maggiore pittore romantico francese, realizzò nel 1824 Il massacro di Scio e nel 1826 La Grecia morente sulle rovine di Missolungi ispirandosi ai moti rivoluzionarî di cui fu protagonista lo stesso poeta inglese.

In Italia, in epoca postunitaria, nonostante l’affermarsi del Verismo storico, Lord Byron rappresentò un modello per la pittura tardo-romantica di Francesco Hayez e, in particolare, del napoletano Domenico Morelli. Proprio Napoli più di ogni altra città della penisola, nella seconda metà dell’Ottocento, riscoprì il mito del liberatore della Grecia nei salotti culturali riuniti intorno alla figura di Francesco De Sanctis: ad esempio, una scultura quale il Caino (1877) del sarnese Giovan Battista Amendola non fu capita dalla critica contemporanea perché riproduceva il personaggio non secondo le fattezze bibliche ma in base alla rilettura impressa dal Lord nel proprio omonimo poema del 1821.

Byronmania

A seguire, l’autore Vincenzo Patanè ha spiegato di aver avuto sin da piccolo una forte ammirazione per la poesia di Byron e che questo proprio lavoro dedicato al Lord inglese sia nato da una lunga gestazione, fatta di raccolta minuziosa e difficoltosa di una documentazione quanto più ampia possibile. Una biografia sentita come necessaria, non solo per rispondere a un proprio amore personale ma anche (e soprattutto) per colmare la mancanza di profili italiani dedicati a questo scrittore romantico che conobbe e stimò Foscolo, che fu fautore dei moti carbonari e che nei propri testi scriveva Italia (e non Italy come, invece, l’amico Percy Bysshe Shelley): la byronmania, che è assai diffusa nel mondo, non riguarda il nostro paese, dove addirittura sono assenti recenti edizioni critiche in traduzione; unico dato in controtendenza l’apertura, prevista per il prossimo anno, di un Museo di Lord Byron a Ravenna.

Thomas Phillips - Lord Byron in abito albanese
Thomas Phillips – Lord Byron in abito albanese

Nato da famiglia nobile ma di un ramo minore, George Byron nel 1809, come era prassi per ogni giovane patrizio del tempo, partì per il Grand Tour, che lo portò per diversi mesi in giro per l’Europa. Rientrato in Inghilterra, dopo pochi anni decise di abbandonare definitivamente la propria terra per stabilirsi nella penisola italiana (e da qui in Grecia per appoggiare i ribelli contro il dominio turco).

Perché, dunque, il poeta nel 1816 scelse la via dell’autoesilio? Sposatosi nel 1815, si separò dalla moglie poco tempo dopo, suscitando vasto scandalo (incrementato anche dalla voce che la separazione fosse causata da un rapporto incestuoso di Byron con la sorella, voce forse diffusa da lui stesso che amava creare intorno a sé un alone maledetto); oltre a quella di adulterio, le accuse di sodomia, omosessualità e pederastia portarono a veri e propri atteggiamenti isterici di massa, con gente che lasciava teatri e salotti all’entrata dell’intellettuale, definito dalla stampa novello Nerone o redivivo Edoardo VIII. Non fu soltanto la dissoluta condotta sessuale a determinare per Byron un’immagine diabolica: egli, già in quanto aristocratico scrittore, rappresentava una figura eversiva per l’Europa autocratica; tanto più quanto come membro della Camera dei Lords si era espresso con veemenza contro la caccia, simbolo nobiliare per eccellenza, e a favore del movimento dei luddisti, costituito da operaî che, nel pieno della rivoluzione industriale, distruggevano le macchine perché vi vedevano la causa della disoccupazione.

Tra biografia e letteratura

In conclusione, i relatori hanno animato un vivace dibattito che ha avuto come oggetto il problema del nesso tra biografia e letteratura. In effetti, il mito biografico di Lord Byron esercitò, insieme con le opere poetiche, una notevole influenza sulla letteratura coeva e successiva. Julian Barnes, ne Il pappagallo di Flaubert, all’inizio del capitolo terzo, paragona la biografia a una rete da pesca: Lo stesso si può fare con una biografia. La rete a strascico si riempie, il biografo la issa a bordo, seleziona, rigetta in mare, stocca, filetta e vende. Ma proviamo a considerare ciò che non cattura: è sempre assai di più di ciò che ha preso. Dunque, qualunque biografia, per quanto possa essere esaustiva, è sempre piena di vuoti: i vuoti della persona, dell’animo; ed è questa stessa incompletezza un vantaggio, perché l’overdose d’informazioni biografiche potrebbe pur sempre offuscare l’opera di un autore. E, al riguardo, il merito di Patanè è proprio l’equilibrio tra informazione e interpretazione delle fonti, che non si perde mai nell’aneddotica fine a se stessa.

Tuttavia, resta pur sempre valido chiedersi se sia possibile riflettere un interesse assoluto per i soli testi anche per un autore come Lord Byron, il quale è lui stesso che intende lasciare di sé non solo l’opera letteraria ma anche il personaggio, in un’età come l’Europa romantica in cui il connubio arte-vita è assai forte. Fino a che punto l’immagine della vita intesa come opera d’arte può considerarsi semplicemente metaforica? È la questione si fa più controversa di fronte a una biografia come quella di George Byron che si propone come racconto di vita interessante in sé, aldilà del valore intrinseco delle sue stesse opere. Non resta che appellarsi al buon senso, garante di attingere misuratamente informazioni dalla biografia, senza però che essa soverchi l’opera letteraria.

Carmine Caruso

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