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Candido di Voltaire: filosofia e comicità

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candido Voltaire

Nel 1759 appare Candido di  Voltaire, uno dei celebri contes philosophiques del polivalente intellettuale illuminista. Nel racconto sono ravvisabili temi e strutture comuni alle altre opere, come ad esempio Zadig” L’Ingénu: si tratta di racconti che si prefigurano come portavoce delle idee illuministe, presentandole nella particolare veste del dibattito filosofico, ovvero inserendo all’interno della narrazione concezioni che si intende confutare, raggiungendo tale scopo a poco a poco grazie alla natura delle vicende stesse, vere e proprie peripezie.

Tematiche del “Candido” di Voltaire in dettaglio

candido Voltaire
Voltaire nel 1736

In tutti i contes di Voltaire il protagonista viene deprivato brutalmente della sua serena condizione di partenza, per essere gettato nel triste mondo, osservando dai vicino le nefandezze, i soprusi e le bassezze del genere umano. Nel caso di Candido, il giovane è costretto ad allontanarsi dal suo castello in Westfalia, caduto preda di un attacco di truppe bulgare, affrontando mille viaggi pur di ritrovare la sua adorata Cunegonda.

Educato dal precettore Pangloss secondo i dettami della teoria leibniziana del “migliore dei mondi possibili“, il giovane tiene fede al suo nome mostrando inizialmente una fiducia cieca nella bontà del mondo, ricercando in un ostinato finalismo una giustificazione a qualsiasi evento negativo della terra.

Si tratta tuttavia, e questo è un altro elemento chiave, di un personaggio dinamico che muta le sue condizioni grazie all’intervento dell’esperienza verso le cose del mondo, in grado di donargli un’apertura mentale, una percezione del relativismo e della diversità che lo renderanno alla fine dell’avventura l’espressione del pensatore illuminista.

In particolare l’esperienza negativa, quale ad esempio la brutalità dei bulgari, l’osservazione dei mali della schiavitù, la persecuzione a causa del fanatismo religioso, sostituisce lo scetticismo all’iniziale dogmatismo, unicamente grazie all’opera essenziale dell’esperienza, che in Voltaire in nessun modo può prescindere dall’attività filosofica: il protagonista si pone domande, dubbi, riflette sulla sua condizione e quella altrui. Alla fine il responso, come stiamo per vedere, è totalmente negativo e lascia adito a scarse speranze.

Infatti il “Candido” è da collocare in un particolare contesto storico che lo rende per un certo dettaglio differente dagli altri contes: nel 1755, infatti, il disastroso terremoto di Lisbona aveva scosso profondamente gli intellettuali illuministi del tempo, facendo vacillare la fiducia di molti circa la dottrina di Newton sull’esistenza di un’intelligenza regolatrice alla base del cosmo, che avesse come oggetto unicamente l’uomo e le sue azioni.

Voltaire, che era fra questi, dopo aver composto nello stesso anno un poema in cui risulta inconsuetamente accorato nell’esporre i mali dell’umanità (nei contes invece adopera una distaccata ed efficace ironia) e l’incapacità di afferrare il possibile scopo di un così grande scempio di vite umane, lascia trapelare questa nuova condizione profondamente disillusa nel “Candido”, attraverso la sempre più impotente constatazione di un male sregolato, evidente e inafferrabile, che non risponde ad alcuna logica od ordinamento.

Restio a trovare conforto in qualsiasi confessione religiosa tradizionale, il pessimismo del finale dell’opera fa proprio da contraltare al sottotitolo del racconto, ovvero: Candide, ou l’Optimisme“, e risulta palese negli ultimi atti del conte, quando Candido e i suoi seguaci, pur essendo riusciti a ristabilire parzialmente una condizione d’equilibrio, si recano da un derviscio per interrogarlo sul segreto della felicità.

La risposta che ne ricevono è lapidaria ma inesorabile: tutto sta nel Cultiver notre jardin; ovvero l’operosità come sollievo ai mali dell’uomo, unitamente ad una saggezza che consiste, semplicemente, nel non porsi troppe domande e non mischiarsi alle questioni altrui.

L’analisi di Calvino

Italo Calvino in alcuni momenti della sua attività critica si è preoccupato di estrapolare dai classici della letteratura alcuni dettagli di tematiche e stile che li rendessero innovativi o “vincenti” nel panorama letterario mondiale.

La sua personale interpretazione della morale dell’opera in questione risiede tutta in una concezione antimetafisica, che valorizza l’applicazione pratica unicamente a problemi di propria pertinenza, esaltando l’etica del lavoro. Si tratta tuttavia di un’utopia: teoria presentata alla fine di tutte le peripezie, in un racconto dove di volta in volta i giardini risultano sempre devastati per un motivo o per un altro, essa potrebbe anche essere letta con scetticismo, dubitando delle parole del derviscio quali frutto dell’egoismo. In ogni caso, Voltaire è stato con questa affermazione capace di afferrare una delle maggiori caratteristiche della ventura classe borghese.

Tuttavia Calvino legge di più nell’opera voltairiana: interrogatosi su come una tale sequela di sciagure strappi comunque il sorriso nel lettore, e si ponga comunque con leggerezza, ne deduce che tutto ciò sia dovuto alla maestria con cui Voltaire ha saputo giocare coi tempi di narrazione per arrivare alla prima espressione di una tecnica tipica del comico odierno, ovvero quella dell’accumulazione.

Il ritmo dell’opera incalzante fa sì che una sfilza di tragedie possa susseguirsi nel breve spazio di una pagina, o ancora essere revocate dai personaggi in poche righe; in questo modo il lettore si trova spaesato di fronte ad una tale sequenza di assurdità, potenziando l’immagine del mondo voltairiano come un insieme di crudeltà e sopraffazione, non risparmiando nessun luogo reale in quello che Calvino definisce un “Giro del mondo in ottanta pagine¹”. Qualsiasi altra immagine è un’utopia.

candido Voltaire
Una delle illustrazioni di Paul Klee ispirate al “Candido”. Secondo Calvino, Klee era stato in grado di cogliere l’aspetto della velocità del racconto, attraverso l’uso di figure filiformi e dinamiche

Daniele Laino

Bibliografia:
Calvino I., Perché leggere i classici, p. 113.
Voltaire, Candide, 1759.

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