Il delitto Matteotti rappresenta, ancora oggi, uno dei più importanti spartiacque della storia italiana. L’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti nel 1924, svelò la vera natura del fascismo, ed ebbe un ruolo importante nella sua definitiva svolta autoritaria. Ancora oggi, infatti, gli storici studiano l’evento per comprendere la trasformazione dell’Italia da Stato liberale a dittatura totalitaria. Comprendere il delitto Matteotti, dunque, è importante per capire una delle fasi più oscure e tragiche della storia italiana: la storia del fascismo.
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La storia del delitto Matteotti
Clima politico e sociale
Dopo la costituzione dei Fasci di Combattimento nel 1919 e la marcia su Roma del 1922, Benito Mussolini, capo del Partito Nazionale Fascista, ottenne dal re l’incarico di formare il governo. Da presidente del Consiglio, Mussolini consolidò il potere attraverso una fusione tra compromessi istituzionali e violenza squadrista. Il duce, infatti, prometteva ordine e pace sociale agli altri partiti, ma alimentava allo stesso tempo la violenza contro gli oppositori del fascismo.
Questa violenza dilagò durante le elezioni del 1924, che mostrarono una schiacciante vittoria del PNF, viziata da intimidazioni, pestaggi e irregolarità elettorali, commessi dalle squadre fasciste. Diversi organi di stampa italiani, come il giornale del liberale Giovanni Amendola, documentarono questi abusi. Il paese viveva un clima di paura e repressione crescenti, e il governo stava abbandonando progressivamente le forme democratiche. In questo contesto, una voce libera e coraggiosa come quella del socialista Giacomo Matteotti appariva inevitabilmente pericolosa.
Le denunce di Giacomo Matteotti
Il 6 giugno 1924, Matteotti tenne un coraggioso discorso alla Camera, nel quale denunciò pubblicamente i brogli fascisti alle elezioni del 1924. Matteotti accusò il PNF di aver vinto grazie alla violenza e alla corruzione, e chiese l’annullamento delle elezioni, giudicandole non regolari.
Nello specifico, Matteotti denunciava l’utilizzo, da parte di Mussolini, della sua milizia privata, la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, e delle squadre fasciste, per fomentare un clima di repressione. Denunciò, inoltre, la sottomissione delle istituzioni, che avevano permesso tutto ciò senza battere ciglio, e la corruzione dei prefetti.
Il discorso fu accolto dagli applausi scroscianti dei socialisti, sovrastati però dalle urla e dalle ingiurie dei fascisti. Di tutto quanto denunciava, però, Matteotti sostenne di aver raccolto prove, lanciando un affronto senza precedenti a Mussolini e al suo PNF.
Il delitto Matteotti
Il 10 giugno 1924, quattro giorni dopo il suo coraggioso discorso alla Camera, Matteotti fu attaccato e rapito vicino alla sua abitazione a Roma. Un gruppo di uomini, capeggiato dallo squadrista Amerigo Dumini, picchiarono il deputato e lo costrinsero, nonostante la sua tenace resistenza, ad entrare con la forza nella loro automobile.
In quest’ultima continuò la ressa, finché uno degli squadristi colpì Matteotti con una coltellata al torace. Il deputato morirà dopo qualche ora di atroce agonia. Il gruppo di squadristi girò ancora per alcune ore per la campagna romana, finché decise di nascondere il cadavere di Matteotti nella Macchia della Quartanella, un bosco nel comune di Riano, a pochi chilometri dalla capitale.
I protagonisti del Delitto Matteotti
Chi era Giacomo Matteotti
Giacomo Matteotti, nato nel 1885, divenne ben presto noto per sua integrità morale e la sua cultura giuridica. Formatosi come avvocato, Matteotti si interessò sin da subito ai problemi della classe contadina e operaia, entrando nelle fila del Partito Socialista Italiano. Dopo l’ascesa e il consolidamento del fascismo, Matteotti divenne, inoltre, uno dei più feroci antifascisti.
Coadiuvato sempre da prove e indagini personali, il deputato socialista non perdeva occasione di denunciare le violenze, gli imbrogli e i crimini dei fascisti. Proprio per questo, già dal 1921, Matteotti divenne uno degli obiettivi principali della violenza squadrista. Ben presto divenne difficile per lui muoversi liberamente, tanto da essere costretto a vivere lontano dalla moglie e dai figli. In un clima simile, il delitto Matteotti non può che apparire come una conseguenza quasi inevitabile.

Chi era Benito Mussolini
Benito Mussolini è stato il fondatore e duce del fascismo italiano, nonché una delle figure più controverse e influenti del Novecento. Nato a Predappio nel 1883, iniziò la sua carriera politica come socialista rivoluzionario e divenne una figura stimata del socialismo italiano fino a dirigere il giornale “Avanti!”. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale sostenne l’interventismo, ossia l’entrata dell’Italia nel conflitto, e per questo si inimicò i socialisti, che lo espulsero dal partito.
Mussolini radunò quindi attorno a sé i sostenitori del nazionalismo italiano, che cominciarono a considerarlo un simbolo. Nel Primo Dopoguerra sfruttò il seguito acquisito e radunò gruppi di reduci per fondare i Fasci di Combattimento, embrione del PNF, con cui nel 1922 marciò su Roma e ottenne dal re l’incarico di Presidente del Consiglio. Nei due decenni successivi avviò un progetto totalitario basato sulla violenza, sul culto della personalità e sul controllo della società. Quest’ultimo ebbe, come vedremo, una delle prime manifestazioni proprio nel delitto Matteotti.

Cos’era la Ceka fascista
La cosiddetta “Ceka fascista” rappresentò una delle prime organizzazioni clandestine di polizia politica del fascismo nei primi anni del potere mussoliniano.
Il partito modellò questa struttura sulla Ceka sovietica e le affidò compiti da svolgersi al di fuori della legalità istituzionale, sotto la copertura degli alti gerarchi e agli ordini diretti di Mussolini. Gli squadristi della Ceka fascista, infatti, avevano il compito di minacciare, reprimere ed eliminare il dissenso politico al fascismo.
Questa organizzazione è ricordata principalmente per il suo ruolo nel delitto Matteotti, poiché diversi esecutori, come ad esempio lo stesso Dumini, provenivano dalle sue file. L’omicidio favorì, inoltre, indagini più profonde su questo apparato parallelo, rivelando legami interni al regime. Dopo il rapimento, Mussolini costrinse Cesare Rossi, suo braccio destro, a dimettersi per i suoi rapporti con Dumini. Rossi, però, reagì costituendosi alla giustizia e pubblicò un memoriale che attribuiva alla Ceka fascista vari delitti e collegava l’organizzazione allo stesso Mussolini. Da questa struttura derivò poi la famigerata OVRA.
Le conseguenze del Delitto Matteotti
Il ritrovamento del corpo e le indagini
Il corpo di Matteotti fu ritrovato, in una fossa poco profonda nella già citata Macchia della Quartanella, due mesi dopo il delitto da un brigadiere in licenza. Il ritrovamento scatenò una grande ondata di sdegno da parte dell’opinione pubblica. A gran voce si chiedeva giustizia per l’efferato omicidio di Matteotti. Le indagini, guidate dal magistrato Mauro del Giudice, intransigente giurista difensore dell’indipendenza della magistratura di fronte al potere esecutivo, portarono all’arresto di tutti gli esecutori materiali.
Interrogato sulla questione, però, Mussolini, nonostante gli arrestati fossero suoi uomini, si dichiarò estraneo ai fatti e partecipe dello sdegno generale. Nel 1944, tuttavia, da una testimonianza di Cesare Rossi, arrestato dagli Alleati, si scoprirà che Mussolini non solo era a conoscenza dei fatti ma che, in seguito al discorso di Matteotti del 1924, avesse affermato: “Quell’uomo dopo quel discorso non dovrebbe più circolare”.
La reazione nazionale al delitto Matteotti
La reazione internazionale al delitto Matteotti
Dopo la scomparsa di Matteotti, anche le reazioni internazionali mostrarono un forte sdegno contro il fascismo. Nel Regno Unito, il Partito Laburista espresse solidarietà ai socialisti italiani e giudicò i capi fascisti moralmente responsabili del delitto. In Belgio, il socialista Emile Vandervelde commemorò Matteotti e accusò del delitto Mussolini e il suo governo. In Francia scoppiarono proteste in diverse città, organizzate da socialisti e comunisti, al grido di “Viva Matteotti!”. Negli Stati Uniti, a New York, si organizzò una manifestazione per chiedere a Mussolini di restituire il corpo di Matteotti.
Nella Russia Sovietica, invece, alcuni organi di stampa denunciarono il delitto e accusarono Mussolini di voler zittire Matteotti per impedirgli di documentare i brogli del 1924. L’Internazionale Comunista condannò l’accaduto e criticò i riformisti italiani per la loro passività, una posizione condivisa dal Partito Comunista Italiano. Di fronte a tali proteste, la stampa fascista invocò il dovere patriottico di difendere la nazione dagli attacchi di governi stranieri.
La crisi del fascismo
L’ondata di sdegno nazionale generò una delle crisi più dure del fascismo. La natura efferata del delitto Matteotti, infatti, fece cadere la maschera di legalità che Mussolini aveva costruito. Fino a quel momento, il duce aveva presentato il suo governo come garante dell’ordine, promettendo continuamente di sedare la violenza fascista che lui stesso alimentava. Questa immagine gli aveva assicurato l’appoggio della società civile e della classe politica moderata.
Il delitto Matteotti, però, rivelò la reale natura violenta e repressiva del fascismo. L’opinione pubblica reagì con indignazione e molti giornali accusarono Mussolini e il suo governo. Anche i ceti moderati e borghesi, che avevano accettato il fascismo per garantire la stabilità, denunciarono l’eccesso di brutalità. Le opposizioni trovarono una forte unità e molti antifascisti, tra cui il liberale Giovanni Amendola e il socialista Filippo Turati, sperarono che questa crisi di legittimità potesse far cadere il fascismo.
L’instaurazione della dittatura
Verso la fine del 1924 e in piena crisi di legittimità, Mussolini si trovò di fronte due strade: continuare con il compromesso e prendere le distanze dall’ala più radicale del suo partito, oppure attuare definitivamente la cosiddetta “rivoluzione fascista”, così com’era chiamato dai fascisti radicali il progetto di controllo totale della società italiana. La via del compromesso, però, era rifiutata dagli antifascisti, che non intendevano accettare nessun accordo o risoluzione che non riguardasse le dimissioni di Mussolini e del suo governo.
Il compromesso era ovviamente rifiutato anche dai fascisti radicali, che infatti, nella notte del 1 gennaio 1925, affrontarono direttamente Mussolini. Essi minacciarono che, se non si fosse continuato il “progetto rivoluzionario”, si sarebbero costituiti alle forze dell’ordine. Il duce reagì con rabbia, ma allo stesso tempo promise loro che avrebbero avuto una risposta ferma e decisa.
Le leggi fascistissime
La risposta arrivò il 3 gennaio 1925, quando Mussolini, in un celebre discorso alla Camera, si assunse la responsabilità politica, morale e storica del delitto Matteotti e dei crimini fascisti. Quel discorso divenne la pietra tombale dello Stato liberale italiano. Dopo questa presa di responsabilità, infatti, Mussolini promulgò le cosiddette “leggi fascistissime”, che demolirono le ultime tracce di democrazia presenti nel paese.
Con queste leggi, il regime vietò la libertà di stampa e quella sindacale, e sciolse tutti i partiti politici e gli organi di stampa antifascisti. Gli oppositori fuggirono all’estero per evitare la repressione, mentre altri subirono la violenza del regime, come Antonio Gramsci, che morì nelle carceri fasciste. Il delitto Matteotti, contrariamente alle speranze degli antifascisti, dunque, non provocò la caduta del fascismo. Mussolini sfruttò la debolezza delle istituzioni per instaurare la dittatura, mentre lo sdegno nazionale svanì fino a trasformarsi, negli anni Trenta, in consenso diffuso al regime.
Conclusione
Il delitto Matteotti, dunque, per il suo carattere di spartiacque tra un Italia ancora libera, seppur già minata democraticamente, e un Italia sottomessa a un regime violento e repressivo, resta ancora oggi significativo. L’evento, oltre a farci riflettere sull’importanza della democrazia, ci fa capire anche quanto sia importante il dissenso in uno stato libero e democratico.
Per tenere sempre vigile questa memoria, nel corso degli anni sono stati vari i riferimenti al delitto nell’arte. A titolo di esempio è doveroso citare il film “Il delitto Matteotti”, di Florestano Vancini, del 1973. Quest’ultimo è una dettagliata cronaca degli eventi portata avanti con rigore storico e interpretata in maniera eccelsa da attori del calibro di Vittorio De Sica, Gastone Moschin, Franco Nero e Mario Adorf.

Bibliografia
- E.Gentile, Il fascismo. Storia e interpretazione, Laterza
- E.Gentile, Totalitarismo 100, Roma, Salerno editrice
Salvatore Tuccillo