In un mondo dove le informazioni sono consumate con estrema rapidità , c’è ancora chi fa del giornalismo un’arte, rispettando pause e silenzi di colui che ha di fronte. àˆ il caso di Domenico Iannacone, conduttore, ed autore insieme a Luca Cambi, de “I dieci comandamentiâ€, trasmissione in onda su Rai 3 dal 2013. Tra formazione culturale e approccio comunicativo, Iannacone racconta il suo modo di fare giornalismo.
Indice dell'articolo
Il tuo programma si compone di “inchieste moraliâ€, che sembrano piccoli film. Quali sono i tuoi riferimenti artistici in tal senso?
Sicuramente gli incontri con grandi poeti del ‘900 come Mario Luzi e Giorgio Caproni: all’età di 18-19 anni iniziai a collaborare con riviste letterarie, tra cui “La tartarugaâ€, curata da Amelia Rosselli, che pubblicava loro scritti. Quell’esperienza mi ha permesso di lavorare a lungo sulle parole, sulle strofe, sul ritmo. E cosଠla poesia è divenuta per me un elemento di lavoro. Un altro tassello della mia formazione sono stati i film: dal neorealismo di Pasolini e Comencini al cinema impegnato di Petri.
Come riesci ad applicare le loro lezioni nel giornalismo odierno, spesso soggetto a ritmi troppo veloci e frenetici?
Nel passaggio alla carta stampata e poi alla televisione, ho messo a punto un mio metodo di racconto. All’inizio il tempo era molto ridotto: ad esempio a Ballarò avevo a disposizione 14-15 minuti. Nei talk show odierni i servizi durano 2-3 minuti e diventa difficile fare approfondimento. Il bagaglio culturale che mi porto dentro mi permette, con approccio analitico, di trovare connessioni tra le cose. Guardo oltre gli stereotipi del ricco o del povero, raccontando quello che c’è intorno alle storie. Il tempo è una necessità vitale delle persone: serve a sentire, a parlare, a riflettere. I telespettatori hanno bisogno di far sedimentare i loro pensieri senza sentirsi in una sorta di frullatore mediatico. Il nostro, d’altronde, è un pubblico assolutamente eterogeneo, dal 16enne all’80enne. Il “mordi e fuggi†della televisione non mi compete.
Questo è il senso delle pause della tua narrazione, in cui le immagini assumono forte potere evocativo…
Ci sono intere puntate, da 104 o 107 minuti, senza alcuno speakeraggio. Intervenendo in audio è come se cadessi nel tranello di voler avanzare il ritmo del racconto televisivo. La storia deve procedere da sola, come un bambino che impara a camminare. Testimonianze, immagini, musica, ambientazione: ciascuna di queste componenti deve riuscire a dare a un’emozione. Spesso le immagini, nel giornalismo televisivo, vengono usate come riempitivo, messe a copertura e questo mi dà molto fastidio. Ogni inquadratura per me è un messaggio, deve servire al racconto.
Ad esempio nella puntata “La fine del mondo – capitolo 1†hai scelto di immortalare una sedia vuota davanti a una televisione accesa…
Quell’immagine mi aveva colpito: per me simboleggiava a uno spazio riempito da un vuoto cosmico, quello di una televisione che non trasmette nulla. Ogni mia scelta segue uno spirito artistico e cinematografico, pur rispettando i canoni documentaristici del giornalismo. Non c’è fiction, nà© una sceneggiatura che devo rispettare e mettere in atto. Dei posti in cui vado a girare cerco di sapere le cose indispensabili, ma non le suggestioni e i possibili percorsi che si aprono davanti ai miei occhi. Devo poter guardare tutto con gli occhi di un bambino.
Finora hai ascoltato tante storie: come si concilia l’empatia di Domenico con il tono autorevole e professionale dello Iannacone giornalista?
Attingo al principio della maieutica socratica: io sono colui che cerca di tirar fuori le storie senza però esserne il protagonista. La mia posizione è defilata: ascolto, rimango in sintonia, sorreggo, ma non giudico. Credo che il rispetto sia fondamentale, a prescindere da chi ti trovi davanti: uomini di cultura o ignoranti, brave persone o ladri e assassini. Non può esistere un approccio diverso da questo. Gli altri si raccontano perchà© non si sentono giudicati. Io non li utilizzo solo per lo scopo televisivo, ma passo del tempo con loro, instaurando rapporti umani. E ogni storia mi rimane dentro, come un treno che aggancia continuamente altri vagoni diventando sempre pi๠lungo.
(Le inchieste del programma condotto da Iannacone sono disponibili su RaiPlay)
Emanuele La Veglia