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Il mito in Sigmund Freud e Carl Gustav Jung

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Edipo e Antigone esiliati da Tebe di Eugene-Ernest Hillemacher

Il mito all’origine del legame tra l’uomo e l’universo abbraccia da sempre una vasta gamma di saperi. Infatti la relazione peculiare che intrattiene con la religione, la filosofia, le arti e la letteratura, così come il plurimo e ambiguo rapporto che lo lega al tempo e allo spazio, hanno dato ampia riprova nel corso dei secoli dell’imprescindibile importanza che attiene al mito in quanto riflessione primaria dell’uomo sull’esistenza. Non c’è da meravigliarsi allora se il mito abbia assunto una grande rilevanza anche nella teoria psicoanalitica freudiana e junghiana.

Il mito come fondamento della nevrosi in Freud

Mito
Sigmund Freud

Per Freud la psiche umana e l’eredità storica finiscono per essere indissolubilmente legate. Il desiderio dell’incesto nei confronti della madre (in quanto sesso opposto) e il desiderio di morte verso il padre (in quanto sesso identico), nella tesi che comunemente ricade sotto il nome di complesso edipico rispecchia il racconto mitologico sofocleo al quale Freud si richiama costantemente. Infatti impossibilitato nel raggiungere il suo obiettivo, ovvero quello di possedere in qualche modo la madre, il bambino rivolge le sue attenzioni a sé stesso. In tal frangente egli va incontro alla fase dell’autoerotismo che incentiva, secondo lo psicoanalista viennese, una reazione dei genitori molto forte: la minaccia dell’evirazione. La castrazione viene propriamente intesa come sostituto simbolico dell’accecamento a cui Edipo giungerà, dopo aver scoperto di aver ucciso il padre e sposato sua madre. Edipo assume così su di sé il peso di un destino ormai inevitabilmente segnato.

Il disagio che scaturisce da tale situazione e il suo evolversi in trauma infantile diventeranno per Freud “la fonte più importante per la successiva inadeguatezza[1]” a cui l’adulto andrà incontro, poiché egli sarà costretto a spostare la sua attenzione su un altro oggetto, che sostituirà il genitore.  Più tardi Freud pubblica Totem e Tabù[2], in cui espone gli esiti di uno studio condotto sulle tribù aborigene e arriva ad attestare una analogia tra il mito dell’orda primordiale e la psicologia nevrotica dell’individuo odierno. A latere delle pur ampie riflessioni politiche e religiose che potrebbero scaturire dall’analisi di questo ed altri scritti, nella disamina freudiana inerente al mito vi è un elemento in particolare che ha con molta probabilità anche contribuito a sancire in modo definitivo l’interruzione dei rapporti tra Freud e il suo allievo prediletto Carl Gustav Jung: si tratta del senso ultimo del mito stesso.

Mito e archetipo in Jung

Mito
Carl Gustav Jung

Se per Freud il mito diventa il punto di partenza per spiegare la causa e il fondamento delle nevrosi dell’uomo nel Novecento, Jung invece, pur riconoscendo al maestro il merito di aver individuato l’orientamento arcaico-mitologico dell’inconscio, non ne condivide il carattere meramente parossistico e passivo. Il mito si traduce così nell’immagine dell’archetipo, cioè in una manifestazione psichica in grado di rivelare l’essenza dell’anima[3]. La manifestazione in questione è però sempre unica e propria del tempo e del luogo che la crea, pur non essendo mai del tutto soggettiva, giacché influenzata dall’innatismo di elementi universali. In questo senso l’archetipo è per Jung in grado di produrre novità nell’inconscio, oltre che configurarsi come fondamento originario della mitologia.

Tutto ciò spiega anche perché egli affianchi una molteplicità di complessi a quello edipico e attribuisca al simbolo non una connotazione meramente casuale, come invece fa Freud, ma piuttosto una valenza trascendentale che diventa presupposto di una progettuale creatività del soggetto. Se per Freud, allora, il disagio psichico è riconducibile al mito, in Jung la logica deterministica di quest’ultimo arretra dinanzi alla sua tendenza finalistica. La concezione del mito nel maestro e nell’allievo ha assunto pertanto la connotazione propria di un famoso racconto secondo il quale, al viandante in cui si è imbattuto, il freudiano domanda: “da dove vieni?”, mentre lo junghiano: “dove vai?”.[4]

Giuseppina Di Luna

Bibliografia 

[1] Sigmund Freud, Compendio di psicoanalisi e altri saggi, ed. Newton Compton, Roma 2010, pag. 87.

[2] Sigmund Freud,  Totem e tabù e altri saggi di antropologia, ed. Newton Compton, Roma 2010.

[3] Carl G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, ed. Bollati Boringhieri, 2012.

[4] Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del Novecento, vol.1-2, ed. Mondadori, Torino 1994, pag. 104.

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