Bonaventura: l’ascesa a Dio tra razionalità e rivelazione

Il filosofo Giovanni Fidenza, meglio conosciuto come Bonaventura, è stato uno degli esponenti più rilevanti dell’ordine francescano, ma ha anche realizzato una delle opere più importanti della filosofia medievale: L’Itinerario della mente in Dio. Riprendendo alcuni tratti del pensiero di Agostino, il filosofo getta nuova luce sul rapporto che c’è tra sapienza teologica e sapienza filosofica.

Bonaventura e l’influenza di Aritostele ed Agostino

Bonaventura
Sant’Agostino cardioforo

Il Doctor Seraphicus fu amico di Tommaso, ma soprattutto subì l’influenza dei suoi predecessori. Se Platone sostiene l’esistenza di verità che trascendono i sensi e che sono immutabili, le cosiddette verità eterne, Aristotele ci fornisce gli strumenti per indagare queste ultime.

Come Aristotele, Bonaventura parte dal presupposto che l’anima inizialmente è priva di ogni contenuto e si riempie anche attraverso ciò che deriva dai sensi. Nella realtà materiale vi è di fatto una manifestazione di Dio. A differenza del filosofo antico, però, egli ritiene che non tutta la conoscenza possa derivare dai sensi. L’uomo ha bisogno di essere guidato da quel lumen directivum che deriva direttamente da Dio. Proprio per questo il suo maggiore riferimento, nonché a suo dire la perfetta sintesi tra Platone e Aristotele, è proprio Agostino.

Bonaventura scrive:

“Il peccato originale ha corrotto in due modi la natura umana, cioè nella mente con l’ignoranza, e nella carne con la concupiscenza, così che l’uomo, accecato e prostrato a terra, giace nelle tenebre né riesce a vedere la luce del cielo, a meno che la grazia e la giustizia non gli vengano in aiuto contro la concupiscenza, la scienza e la sapienza contro l’ignoranza.”

Il filosofo parte dal presupposto che dopo il peccato originale l’uomo si sia allontanato da Dio. Egli vorrebbe comprendere razionalmente l’esistenza di Dio e avvicinarvisi, ma il suo intelletto non gli permette di attingere in toto alla verità. Ecco perché diventa necessaria l’illuminazione. L’Itinerarium mentis in Deum non è altro che un percorso mistico, che ricalca simbolicamente  e metaforicamente la teoria dell’illuminazione Agostiniana.

L’Itinerarium mentis in Deum

Nel pensiero di Bonaventura l’anima è immortale e incorruttibile e per giungere alla contemplazione divina deve intraprendere un percorso ben preciso, che viene delineato nell’itinerario della mente verso Dio. Qui il filosofo articola il testo in sette capitoli che rispecchiano i sette gradi necessari per ascendere a Dio.

I primi sei gradi sono congiunti in coppia, perché attengono rispettivamente ai seguenti ambiti: conoscenza sensibile, cioè extra nos; conoscenza spirituale, cioè quella intra nos; conoscenza mentale, cioè quella che egli definisce supra nos.

Bonaventura
Rappresentazione di un cherubino

Nel primo e nel secondo grado Bonaventura parte dalla concezione che Dio sia presente nel mondo sensibile e ravvisabile nelle tracce che ha lasciato in esso. Per quanto concerne il terzo e il quarto grado la conoscenza è interna, perché l’uomo inizia a razionalizzare l’immagine che ha di Dio e la contempla dentro se stesso, attraverso cioè la sua disposizione naturale. Nel quinto e sesto grado, invece, la contemplazione avviene attraverso la fede, ecco perché è supra nos. Qui Dio viene visto nella sua Unità e poi nella sua Trinità, in una prospettiva che è cioè al di sopra della mente.

Nel testo di  Bonaventura non mancano, inoltre, i rimandi biblici:

“Le sei considerazioni trascorse sono come i sei gradini del trono del vero Salomone, per mezzo dei quali si giunge alla pace, dove colui che è veramente pacifico riposa nell’anima piena di pace, come in una Gerusalemme interiore. Esse sono anche come le sei ali del Cherubino, in virtù delle quali l’anima del vero contemplativo, ricolma dell’illuminazione della sapienza celeste, è in grado di elevarsi verso l’alto.”

L’inizio e la fine: la preghiera e il rapimento estatico

L’illuminazione dalla luce divina è allora indispensabile per allontanare l’anima dalla molteplicità e avvicinarla all’Unità, cioè a Dio. Questa visione neoplatonica abbraccia l’importante ruolo rivestito dalla preghiera che, non a caso, apre e chiude l’Itinerario.

Il settimo grado, infatti, è rappresentato dal cosiddetto “rapimento dell’anima”. Si tratta dell’apice di questo percorso mistico, uno stato conosciuto e comprensibile solo da coloro che lo hanno vissuto. In questa fase, Bonaventura ci dice che è essenziale abbandonare l’attività intellettuale e che solo chi ha avuto esperienza di questa fase del tutto segreta può comprendere fino in fondo di cosa si tratta.

L’Itinerarario si conclude in questi termini:

“Se, poi, ti domandi come ciò avvenga, interroga la grazia, non la dottrina; il desiderio, non l’intelligenza; il gemito della preghiera, non lo studio e la lettura; lo sposo, non il maestro; Dio, non l’uomo; la tenebra, non la luminosità; non la luce, ma il fuoco che tutto infiamma e che trasporta in Dio con lo slancio della compunzione e l’affetto più ardente.”

Già in apertura Bonaventura si appellava alla preghiera in quanto ravvedeva in questa pratica l’unico modo per l’anima di conoscere le tappe per ascendere a Dio.

Ragione e grazia

La preghiera illumina la ragione che da sola non è in grado di riconoscere le tracce di Dio né di risalire ad esso lungo il percorso. Questo non significa però che l’intelletto o la filosofia siano irrilevanti. Bonaventura riconosce alla sapienza filosofica un grande valore, in quanto via maestra per apprendere tutte le altre scienze, fatta eccezione per la verità in sé, cioè Dio. La vera filosofia, non è secondo il filosofo quella arrogante che pretende di conoscere tutto, ma quella che è consapevole dei propri limiti e si pone al servizio della fede.

Con l’ausilio dei doni della grazia anche l’intelletto può, infatti, contribuire a far ritornare l’uomo in quella condizione che precede il peccato di Adamo.

Bonaventura parte cioè dal presupposto che attraverso la filosofia è possibile spiegare la dottrina di Cristo così come attraverso quest’ultima è possibile correggere la filosofia. Nel pensiero di Bonaventura, per dirla con D’Onofrio:

“La filosofia può essere riconosciuta come portatrice di verità. Ma sempre e soltanto in quanto accetta di essere reducta alla superiore unità della teologia.”

Bibliografia

Bonaventura, Itinerario della mente verso Dio, ed. Rizzoli, Milano 1994.

G. D’Onofrio, Storia del pensiero medievale, Città Nuova, Roma 2011.