Shoegaze: 5 dischi per scoprirlo

Se non temete l’invasione di spirali di suono apocalittiche e terrificanti, se amate voci fluttuanti che planano sulle onde del mare mosso dei vostri sentimenti più profondi, se non siete intimoriti dalla grandezza e dallo splendore dell’etere, allora sarete sicuramente felici di conoscere lo Shoegaze!

Shoegaze: origini e caratteristiche

Lo Shoegaze è un sottogenere del rock alternativo che nasce tra Irlanda e Regno Unito tra la fine degli anni 80′ e l’inizio degli anni 90′. Shoegaze è un termine che è apparso per la prima volta sulle pagine di svariati magazine musicali, in particolare NME (New Musical Express), per descrivere l’attitudine composta e introspettiva di alcuni gruppi inglesi i cui musicisti non erano inclini a sfoggiare movenze tipiche delle rock band. Questi, soprattutto i chitarristi, erano soliti fissare il pavimento, sia in un atto di stasi musicale, ma al contempo anche nel gesto di regolare l’effettistica della loro strumentazione.

Il termine ovviamente passò dal descrivere le movenze sceniche degli esecutori al definire lo stile musicale e compositivo di tutta la scena, fatto di distorsioni senza controllo (ma non senza criterio) e vocalismi trasparenti e riverberati. L’effettistica delle chitarre è la chiave di tutto il movimento: vi è una mescolanza di distorsioni, riverberi, chorus, fuzz, overdrive, tutte come le tempere che un pittore si appresta ad usarle su di una tela bianca, con ogni band che ha proposto una sfumatura di colore diversa (una in particolare il rosa…). Altra caratteristica distintiva sono le voci, spesso armonie, che sembrano sovente lontane e ventose, quasi come se viaggiassero planando su di una vallata ricoperta di ghiaccio. Il volume e la stratificazione dei suoni sono la chiave di volta di tutto il genere.

Shoegaze: ispirazioni ed esordi

Si può dire moltissimo su quali siano stati i contributi più importanti alla nascita del genere. Certamente rumorismo e Rock è stata dalla prima ora un’accoppiata più che consona alle venature che la musica alternativa (ma neanche troppo) andava acquisendo. Basti pensare ai primi album dei Velvet Underground, alle sperimentazioni Noise dei Sonic Youth, o alle svolte più industriali del Rock come proposte da Swans e Big Black. Lo Shoegaze nasce dal crocevia tra la sensibilità più distruttiva del Noise Rock underground, la vena Pop di alcuni gruppi che coniugavano feedback e Canzone, e le soluzioni trascendenti alle quali erano giunti molti complessi di Ethereal Wave e Dream Pop.

Lo Shoegaze è quindi grande debitore del sound di band come i già citati Sonic Youth, ma sono principalmente due gruppi britannici ad essere considerati veri e propri precursori ante litteram, ossia i Jesus and Mary Chain e i Cocteau Twins. I primi diedero l’ossatura ai tratti più aspri e scheggiati del movimento, grazie al loro sound tagliente e cacofonico, vantando però una certa propensione non banale al pop che vantò a questa band inglese una certa fama anche radiofonica. Per quel che concerne i Cocteau Twins, questa leggendaria band scozzese è dai più considerata come l’espressione massima del Dream Pop e dell’Ethereal Wave, anche se alcuni lavori varcano la soglia dello Shoegaze anticipandolo nettamente. A loro molti gruppi come Slowdive e Lush si sono ispirati nella costruzione di un suono sognante e lisergico, sia negli strumenti che nelle voci.

L’inizio più istituzionale dello Shoegaze può essere comunque affidato all’EP dei My Bloody Valentine You Made Me Realise e al successivo LP Isn’t Anythinglavori nei quali la band irlandese riesce a definire alcune delle caratteristiche che saranno poi distintive di tutta la scena.

Ride-Nowhere (1990)

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Questa Band inglese, fondata ad Oxford nel 1988 da studenti di una scuola d’arte, è stata tra le protagoniste della prima ondata Shoegaze inglese insieme a Lush, Slowdive e altre. Il loro sound era agli esordi una commistione di Neo-Psichedelia e Jangle Pop tipicamente britannico, il tutto ovviamente incenerito da overdrive abrasivi e da cori che tradivano un debole per il rock anni 60′. Col terzo album, Carnival of Light del 1994, i Ride optano per un sound più affine alle tendenze Britpop dell’epoca, tornando a iterazioni più Shoegaze nel 2017 con Weather Diaries, dopo 20 anni di pausa nei quali i membri si erano dedicati ad altri progetti.

Dopo tre EP iniziali che esemplificano lo stile dei nostri, arriva il primo Longplay Nowheremanifestazione totale della musica del quartetto, dalle prime tracce già intensa e fragorosa. Merito delle chitarre del duo Bell/Gardener e del basso di Steve Queralt. Quel che risalta nell’album oltre a ciò è anche l’incredibile batteria di Loz Colbert, potente talvolta anche più del marasma di chitarre e riverberi atomici.

Quest’album ha alcune delle pietre miliari della band, a partire dalla esplosiva Seagull, brano di ispirazione Jangle che ricorda quasi i Byrds, con i cori all’unisono che lasciano il posto a feedback e wah-wah caotici, e coi fill di batteria di Colbert che si fanno sempre più selvaggi, quasi a voler emulare Keith Moon. Dreams Burn Down è un brano più lento e introspettivo, dove le distorsioni sono usate con parsimonia fino all’intermezzo finale dove è difficile distinguere la melodia dal rumore lancinante, tutto condito da colpi di rullante di Colbert degni dei pugni di un peso massimo. Vapour Trail, traccia finale, è un brano romantico e cantautoriale, anche abbastanza diverso nel piglio dagli altri della band, ma comunque memorabile a modo suo.

Lush-Spooky (1992)

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Un altro album d’esordio, un’altra band inglese, in questo caso da Londra. Formatesi nel 1987, le Lush hanno basato anch’esse la loro cifra stilistica su effetti immersivi ed energia propulsiva, non negandosi però un gusto quasi pop e colorato, fatto di melodie catchy e orecchiabili. Uniche musiciste fisse della band nel corso degli anni sono state le cantanti e chitarriste Miki Berenyi e Emma Anderson, affiancate da svariati musicisti a lungo andare, senza dimenticare l’apporto del batterista storico Chris Acland, membro fondatore morto prematuramente nel 1996.

L’esordio col mini album Scar mostra un gusto per i rumorismi e un’attitudine punk, con brani veloci e ritmati e chitarre che sanno di carta vetrata. Alcuni brani mostrano però una propensione più liquida e ipnotica, propensione che verrà accentuata nella compilation Gala ,contenente la sognante Sweetness and Light.

il primo e vero LP, Spookyè un ottimo biglietto da visita per scoprire questa band londinese. Qui i brani non negano assolutamente le ascendenze della band, infatti sono udibili chiaramente le influenze dei Cocteau Twins e dei My bloody Valentine, principalmente nelle chitarre dal suono rinfrescante e arioso e nelle voci in falsetto a metà strada tra quelle di Bilinda Butcher e quelle di Elizabeth Fraser. Nothing Natural è un brano di puro Shoegaze, non ci saranno le escursioni entropiche dei Ride ma le chitarre e le voci si mescolano in un turbinio distante di suoni soffiati ed ellitticiFor Love conserva le caratteristiche già citate, ma le voci di Berenyi e Anderson si fanno più vicine, più genuine, seppur comunque tenui e delicate, e tutta la melodia si fa più definibile, più cantabile, un bel connubio di leggerezza e pragmatismo.

Lift To Experience-The Texas-Jerusalem Crossroads (2001)

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Un disco Americano finalmente, ma non un disco qualsiasi e non una band qualsiasi. Questo trio Texano, formatosi nel 1996 a Denton, ha prodotto musica che concettualmente e testualmente si avvicina alla musica cristiana contemporanea ma in chiave quasi revisionista ed escatologica, adottando gli stilemi dello Shoegaze e del Post rock per descrivere la loro visione della religione e dell’esistenza stessa.

La mente dietro la visione dei Lift to Experience è Josh T. Pearson, cantautore e chitarrista eclettico e autore principale della band statunitense. Il loro unico Longplay, The Texas-Jerusalem Crossroadsè un concept album che narra ,con filtro sicuramente più contemporaneo del Nuovo Testamento, La seconda venuta di Gesù Cristo e la rivelazione dello stato del Texas come nuova terra promessa al popolo prediletto da Dio. Questi sono solo alcuni degli elementi dell’apocalisse folle e grottesca di Pearson, accompagnata da uno sfondo musicale messianico almeno quanto le astrazioni dei testi.

L’album è splendidamente americano, si fa portavoce di sentori ancorati a quella musica postmoderna che rielabora gli elementi più scenografici della musica Western e Country, ma con innegabili influenze Shoegaze (My Bloody Valentine su tutti) e l’applicazione di strutture tipicamente Post-rock (intermezzi in spoken word, alternanza di varie sezioni). La loro musica non suona assolutamente già sentita, è anzi totalmente originale, con la chitarra di Pearson che sembra ascendere verso le sfere più angeliche e al tempo stesso resta ancorata all’essenzialità più austera. Into the Storm insieme alla traccia fantasma finale sono una vera e propria sinfonia Post Rock dove tutti gli strumenti si combinano nell’ergere un muro sonoro che è la carta di papiro sulla quale Pearson può tratteggiare i suoi voli mistici.

Slowdive-Souvlaki (1993)

Può la nostalgia avere un suono? Beh, in tal caso forse potrebbe suonare come un album degli Slowdive. La band inglese non ha mai fatto mistero della propria vena malinconica, della propria tendenza naturale a scavare nelle emozioni più dolceamare. Gli Slowdive nascono a Reading nel 1989, fondati dai cantanti e polistrumentisti Neil Halstead e Rachel Goswell, ai quali poi si aggiunsero gli altri due membri fissi, il bassista Nick Chaplin e il chitarrista Christian Savill.

Dopo tre EP, la band pubblica nel 1991 il suo primo album, Just for a Day, album dal suono a tratti misterioso e barocco, ma con momenti di brio e calore solare, sicuramente nel sound ispirato largamente dal corso più recente dei capiscuola Cocteau Twins. Souvlaki del 93′ approfondisce il sound oceanico e “galleggiante” aggiungendo nuove influenze di musica Ambient (lo stesso Brian Eno partecipò ad alcune sessioni di registrazione), Dub e Drum and Bass. Il risultato è un prodotto che riesce ad alternare tracce anche radiofoniche ad esperimenti avanguardisti e innovativi.

Non serve dire che l’effettistica delle chitarre e la manipolazione delle tracce vocali sono il fulcro del disco. Ciò è ben assimilabile in brani come Alison When the Sun Hits, due tra le tracce più strutturate e convenzionali della band, ma anche (ovviamente) in tracce più astratte e ipnagogiche come Souvlaki Space Stationdove gli strati di suono si fanno così densi e ridondanti da coprire quasi completamente le tracce vocali che sembrano distanti e confuse. Dagger si distacca completamente dal resto dell’album, si tratta infatti di un pezzo di sola chitarra acustica che accompagna il canto di Halstead, il tutto arricchito da un leggero coro e da una sorta di piano riverberato, sicuramente minimalista rispetto al resto del disco.

My Bloody Valentine-Loveless (1991)

Di quest’album si è parlato tanto e se ne parlerà ancora, perché di aneddoti annessi ce ne sono troppi. Si può parlare del fatto che i My Bloody Valentine ed in particolare Kevin Shields hanno quasi fatto fallire la loro etichetta, la Creation Records, visti i 2 anni e più necessari per la produzione e pubblicazione del disco, visti gli svariati tecnici del suono assunti e sistematicamente mandati via, viste le ben 250000 (presunte) sterline spese per la realizzazione del disco, e considerati i 19 diversi studi di registrazione noleggiati dalla band prima di portare a conclusione l’album, che venne infine pubblicato il 4 Novembre del 1991.

Nel disco Kevin Shields, Bilinda Butcher e Colm O’Ciosoig (la bassista Debbie Googe non suonò neanche una traccia di basso, Shields si occupò anche di quello) non solo scrivono le convenzioni presenti e future dello Shoegaze, ma le portano all’eccesso, come un fiume che ha rotto gli argini e ora prosegue senza restrizione alcuna. Ci sono strati su strati di chitarra, tracce su tracce di voce, tutto è eccessivo, spinto, ricoperto di suono allo stato puro. Ma non si può dire che il tutto storpia in questo caso, perché Loveless ha sicuramente fatto la storia della musica.

Ascoltare l’album è letteralmente come tuffarsi in questo immaginario tinto dello stesso rosa della copertina, come il vagare in delle acque profonde ma con la luce del sole che irradia il fondo di questo mare caldo. I suoni si fanno lunghi, ininterrotti, si piegano, vibrano per brevi istanti (Shields otteneva questo effetto col tremolo della Fender Jazzmaster), la voce di Bilinda Butcher risuona ciclicamente e si estende come se non fosse costretta dalle regole più comuni di spazio e tempo. Il disco essenziale e imprescindibile di tutto lo Shoegaze, senza se e senza ma.

Mario Setaro