Nell’articolo precedente è stato preso in considerazione il breve scritto di Friedrich NietzscheSu verità e menzogna fuori dal senso morale.
Abbiamo visto che fin quando l’uomo vive in una condizione di stato naturale, nella mera contrapposizione individuo ad individuo – ci dice Nietzsche – userà l’intelletto come strumento di conservazione, dispiegando le sue forze maggiori nella finzione. Con il passaggio dalla condizione naturale delle cose alla stipulazione di un contratto di convivenza l’uomo dà all’intelletto il compito di elaborare le leggi e con esse istituisce l’effettiva ricerca del Vero.
In questo nuovo modo d’essere gli uomini ricercano la verità come mezzo di autoconservazione:
Egli desidera della verità le conseguenze piacevoli, quelle che conservano la vita. Di fronte alla conoscenza pura e senza conseguenze, egli è indifferente; di fronte alle verità forse dannose e distruttive ha un atteggiamento perfino ostile.
E oltre a ciò: come stanno le cose con le convenzioni del linguaggio?
Vediamo allora qual è la risposta di Nietzsche alla domanda più elementare tra queste: che cos’è una parola?
Essa è la raffigurazione di uno stimolo nervoso.
Il problema sta nel fatto che passare da ciò che in noi è immagine corrispondente alla provocazione di uno stimolo nervoso all’attribuzione ontologica alla cosa che è di fronte a noi di ciò che è in noi (la raffigurazione corrispondente al nome designato) è il risultato di una scelta del tutto arbitraria, e soprattutto falsa, se la si vuol far passare come unica scelta possibile pur essendo del tutto soggettiva.
Noi dividiamo le cose secondo i generi, designiamo l’albero maschile, la pianta femminile: quale trasposizione arbitraria! Quanto s’è volatilizzato il canone della certezza! Facciamo il caso della parola “serpenteâ€: la definizione non si riferisce a niente altro che al contorcersi, potrebbe quindi adattarsi anche al verme. Quale delimitazione arbitraria, quali preferenze unilaterali, ora di questa, ora di quella proprietà di una cosa!
Il percorso seguito da Nietzsche nel testo è questo: nella percezione di una realtà noi avvertiamo semplicemente quelle che sono le conseguenze di uno stimolo nervoso; da questo ci creiamo un’immagine (Prima metafora!), conseguentemente l’immagine è trasformata in qualcosa d’altro: il suono (Seconda metafora!). Infine l’illusione che tra tutti i passaggi compiuti da una sfera all’altra della realtà ci sia una connessione effettiva, corrispondenza ontologica tra ciò che vedo e ciò che nomino. Allora:
Noi crediamo di sapere qualcosa delle cose stesse […]
Cigni che riflettono elefanti – Salvador Dalì
e tuttavia non possediamo nient’altro che metafore delle cose, che non corrispondono affatto alle essenze originarie.
Essendo, però, il punto di partenza l’origine del linguaggio nel suo rapporto con la verità , Nietzsche ci ritorna per la conclusione della questione:
In ogni caso per l’origine del linguaggio le cose non procedono secondo una logica, e l’intero materiale su cui e con cui, più tardi, l’uomo della verità , il ricercatore, il filosofo lavora e costruisce, se non dal paese delle nuvole, in ogni caso non deriva neppure dall’essenza delle cose.
Eppure ancora molto c’è da dire su ciò che è possibile in quanto verità e il rapporto verità e menzogna; e lo diremo.
Nunzia Rescigno
Fonti
Fonte citazioni: Friedrich Nietzsche, Su verità e menzogna fuori dal senso morale; Filema edizioni.