Polifemo e Galatea: il “triangolo” e la gelosia verso Aci

La figura del ciclope Polifemo è nota ai pi๠per il celebre episodio che lo vede protagonista nel nono libro dell’ Odissea di Omero. Figlio del dio Poseidone, il ciclope è sicuramente una delle figure pi๠mostruose e brutali che l’immaginario mitologico abbia mai prodotto. Non è solo il suo aspetto fisico ad incutere timore e disgusto, caratterizzato dall’enorme ed unico occhio che si ritrova in fronte, ma anche dai suoi stessi atteggiamenti rozzi ed incivili. Nonostante questi difetti, anche Polifemo ha avuto un cuore non estraneo all’amore. Ebbene sà¬, anche Polifemo ha avuto la famosa “cotta”, naturalmente non ricambiata. Chi gli ha fatto perdere la testa? Una ninfa di nome Galatea, protagonista di una storia che ha come sfondo la Sicilia. In questo articolo tratteremo la storia d’amore di Polifemo e Galatea.

La storia di Polifemo e Galatea

Figlia di Doride e Nereo, Galatea era una ninfa marina (detta anche Nereide). Viveva alle pendici dell‘Etna ed era innamorata del pastore Aci, il quale ricambiava il sentimento. Ma anche Polifemo era interessato alla ninfa e usò la propria abilità  nel suonare il flauto per attirare la sua attenzione, senza alcun risultato. Un giorno il ciclope sorprende Galatea ad Aci assieme e, mosso dalla gelosia, scaglia un masso contro il pastore e lo uccide. Disperata, Galatea trasforma il sangue dell’amato in una sorgente e cosଠi due giovani possono amarsi per l’eternità .

Polifemo
Polifemo scaglia un masso contro Aci, particolare dell’affresco “storia di Aci, Galatea e Polifemo” di Annibale Carracci ( 1597 -1600)

Come ogni mito che si rispetti, anche la storia di Polifemo e Galatea si pone l’obiettivo di spiegare l’origine delle cose. Il nome del pastorello è infatti legato alla toponomastica di alcuni luoghi dell’isola: basti pensare ad Aci Trezza ed Aci reale, dove scorre la sorgente che gli abitanti chiamano “il sangue di Aci“.

Il Polifemo di Ovidio, un mostro passionale

La vicenda di Polifemo e Galatea non poteva passare inosservata agli scrittori. Nel XIII libro delle Metamorfosi Ovidio racconta la storia per bocca della stessa Galatea. Ecco come descrive la dichiarazione d’amore che le fa il ciclope:

[…] Io nascosta dietro una rupe,

rannicchiata sul seno del mio Aci, colsi di lontano

il suo canto, di cui ricordo ancora le parole:

“O Galatea, pi๠candida di un candido petalo di ligustro,

pi๠in fiore di un prato, pi๠slanciata di un ontano svettante,

pi๠splendente del cristallo, pi๠gaia di un capretto appena nato,

pi๠liscia di conchiglie levigate dal flusso del mare,

pi๠gradevole del sole in inverno, dell’ombra d’estate,

pi๠amabile dei frutti, pi๠attraente di un platano eccelso,

pi๠luminosa del ghiaccio, pi๠dolce dell’uva matura,

pi๠morbida di una piuma di cigno e del latte cagliato,

e, se tu non fuggissi, pi๠bella di un orto irriguo;

ma ancora, Galatea, pi๠impetuosa di un giovenco selvaggio,

pi๠dura di una vecchia quercia, pi๠infida dell’onda,

pi๠sgusciante dei virgulti del salice e della vitalba,

pi๠insensibile di questi scogli, pi๠violenta di un fiume,

pi๠superba del pavone che si gonfia, pi๠furiosa del fuoco,

pi๠aspra delle spine, pi๠ringhiosa dell’orsa che allatta,

pi๠sorda dei marosi, pi๠spietata di un serpente calpestato,

e, cosa che pi๠d’ogni altra vorrei poterti togliere,

pi๠veloce, quando fuggi, non solo del cervo incalzato

dall’urlo dei latrati, ma del vento che soffia impetuoso!

Ma, se mi conoscessi meglio, ti pentiresti d’esser fuggita

e, cercando di trattenermi, condanneresti il tempo perduto.

[…]

Polifemo
Redon Odilon – Il ciclope (1895-1900)

Chi ha in mente l’Odissea noterà  sostanziali differenze con il Polifemo Omerico. Non è pi๠il rozzo mostro che si fa beffa di uomini e dà©i, ma diventa un amante che si strugge profondamente per amore. Senz’altro è un amante smielato e a tratti goffo, ma che lascia sorpreso il lettore che è abituato ad attribuire ogni concetto alla figura del mostro, tranne l’amore. Anzi, pur di fare suo il cuore della ninfa, Polifemo le espone tutti i suoi “pregi”.

Osserva quanto son grande: neppure Giove in cielo ha un corpo

grande come il mio (voi parlate sempre che lଠregna

un non so quale Giove). Una chioma foltissima mi spiove

sul volto truce e mi vela d’ombra le spalle, come un bosco.

E non credere brutto che il mio corpo irto sia tutto di fittissime

e dure setole; brutto è l’albero senza fronde, brutto

il cavallo senza criniera che gli ammanti il biondo collo;

piume ricoprono gli uccelli, beltà  delle pecore è la lana:

agli uomini si addicono la barba e il pelo ispido sul corpo.

Ho un occhio solo in mezzo alla fronte, ma a un grande scudo

lui assomiglia. E poi? Dall’alto del cielo il Sole non vede

tutto l’universo? Eppure anche lui ha un occhio solo.

[…]

Polifemo
Antoine Jean Gros – Aci e Galatea (1833)

Naturalmente Galatea non ricambia questo sentimento e a farne le spese è il povero Aci, ucciso dal gigante. Ma questo sacrificio è, come si è già  detto, un modo per spiegare qualcosa. Non è soltanto il racconto dell’origine di un luogo, ma è anche il racconto dell’affascinante connubio tra vita e morte, di come queste siano concatenate e di come la fine non sia mai tale, ma l’origine di una nuova esistenza.

Ciro Gianluigi Barbato