Leon Battista Alberti: il Mito del Momo

Leon Battista Alberti
Leon Battista Alberti

Leon Battista Alberti ( 1404-1472) fu architetto, filosofo ed esponente dell’Umanesimo tragico. Molti studiosi concordano nel considerare i suoi lavori uno specchio che riflette la vita stessa dell’autore poichà© permettono di tracciare un percorso lineare del pensiero filosofico di Alberti legato particolarmente al tema dell’artificio e della maschera presente nel “Momus o del principe”.

Momus o Principe

Nel Momus, romanzo satirico in latino, scritto tra la fine degli anni Quaranta e inizio anni Cinquanta in 4 libri, Alberti definisce Dio come principe e artefice delle cose. Colui che ha distribuito ogni sorta di qualità  alle sue creature riservando per sà© il privilegio di essere una divinità . Descrive gli dèi come uomini passionali, iracondi, superficiali e sospettosi e scrive per fornire nozioni su come formare il principe che governa lo Stato.

Momo, che in greco significa “ biasimo, diffamazione” è il Dio della critica ed ha la capacità  di distruggere e separare laddove ci sono unioni e legami. Porta fratture attraverso la calunnia e l’infamia per smascherare le apparenze attraverso l’ironia. A causa della sua insolenza e del suo linguaggio con il consenso di tutti viene scacciato dal cielo.

Il mito di Momus

Nei primi due libri si narra che quando Dio creò il mondo desiderava che fosse abbellito al meglio; ordinò agli dèi che ciascuno secondo le proprie possibilità  aggiungesse a quella creazione qualcosa di importante e di elegante. Tutti contribuirono eccetto Momo che si vantava che da lui non si sarebbe avuto nulla. Dopo svariate esortazioni e preghiere, infastidito riempଠil mondo di cimici e scarafaggi. Screditò l’operato altrui scatenando in questo modo l’ira degli dèi che cercarono di liberarsene cacciandolo dal regno celeste.

Momo per vendicarsi decise, riuscendovi, di allontanare gli uomini dalla fede creando caos e discordie sulla terra. Solo in seguito avendo imparato ad adattarsi ad ogni circostanza rientra nel mondo celeste indossando la maschera dell’umiltà  e mostrandosi innocuo ed interessato nel consigliare Giove. Purtroppo però, pur cercando un equilibrio, non riesce a controllarsi e dà  vita a nuove ostilità  tra dèi maggiori e minori.

La costruzione del nuovo mondo

Il terzo libro inizia con Giove che rende noto il suo progetto di costruire un altro mondo e di distruggere quello degli uomini. Trovatosi in difficoltà  per l’assenza di ispirazione cerca nuove idee per questo progetto nei consigli altrui, inutilmente. Decide cosଠdi parlarne con Momo ottenendo notizie ed informazioni utili sui mortali e un opuscolo per il quale Giove non mostra interesse.

Riuniti per un’assemblea speciale gli dèi infastiditi da Momo, accusato di essere ancora una volta turbatore dell’ordine, danno un ultimatum a Giove: il suo esilio o quello delle dee. Per riportare la quiete e calmare le divinità  Momo è quindi destinato ad essere incatenato per sempre ad una roccia. Si sottolinea cosଠla sconfitta del principe, di Giove, incapace di far fronte ai disordini.

Lo “stato di navigazione”

Il quarto libro si conclude con i dialoghi tra Caronte e il filosofo Gelasto dai quali emerge la metafora de “ lo stato di navigazione” . Alberti spiega che lo stato è comandato da una minoranza e la direzione è affidata ad uno solo. Servirebbe che gli uomini imparassero ad affrontare con razionalità  tutti i problemi senza agire per interessi personali, solo cosଠtutto andrebbe per il meglio.

Purtroppo però il potere rende oppressori e cosଠè inevitabile cadere in rovina. Intanto nel mondo celeste Giove si interroga sul da fare e decide, leggendo l’opuscolo di Momo, di suddividere in tre gruppi le cose. Un primo gruppo composto dalle cose buone, un secondo gruppo formato dalle cose cattive ed un terzo, infine, composto da quelle cose che di per sà©, non sono nà© buone nà© cattive. In modo da lasciare quest’ultime all’arbitrio di Fortuna, affinchà© scegliesse lei quanto e a chi darle.

Il principe degli dèi

Momus-principe

Nel Momus il protagonista osserva le abitudini di Giove che è un pessimo re, incapace di controllare i propri istinti che hanno continuamente il sopravvento. Presenta Lode, Fama e Posterità  che sono divinità  pericolose dalle quali Momo non vi si lascia mai sedurre perchà© è cosଠche dovrebbe agire un principe: non dovrebbe farsi mai trascinare da nessuno perchà© per essere tale è necessario saper osservare con metodo critico.

Bisogna capire che non è il male lo stadio ultimo della natura umana ma è nell’uomo che si incarna facilmente proprio perchà© può indossare infinite maschere. Nascondere la propria identità  è indice dell’impossibilità  di divinizzare l’uomo, tuttavia ciò che può contraddistinguere l’uomo dalla divinità , ciò che quindi può anche elevarlo pi๠degli dèi, è la capacità  di non lasciarsi andare mai munendosi di pazienza, coraggio e simulazione.

Il vagabondo, padrone del proprio destino

Nei primi due libri Momo descrive tutto ciò che ha appreso in una frase «rerum omnium vicissitudo est: tutti gli enti, incluso l’uomo, sono vicissitudine»[1]. Racconta di aver provato vari stili di vita partendo dalla vita militare che permette facilmente di ottenere importanti cariche di potere. La vita da re,che da una parte è amato e rispettato da tutti ma dall’altro si vede costretto ad eliminare ogni forma di pericolo gli si presenti.

L’unico stile di vita che Momo predilige è quello del vagabondo che è signore e padrone del proprio destino perchà© la libertà  che ne deriva non ha vincoli, egli può ridere e deridere, discutere e criticare senza temere conseguenze, non ha nulla da perdere e soprattutto non è in lotta con nessuno perchà© nessuno aspira a quella vita.


« Poter fare quello che si vuole senza nessuno che stia a censurare le tue parole e le tue azioni: ecco un sostegno e un valido  mezzo di conservazione del potere! Nei tempi duri, gli altri stanno a consumarsi in silenzio tutti mesti, tu canti e balli.»[2]

“Infinita vicissitudo ”

L’uomo aspira ad un’idea di aurea mediocritas che è lontanissima dalla natura in quanto egli è vicissitudo. L’uomo è perturbatore, si guarda ed ha paura di sà©, e nel medesimo tempo è perturbato in quanto consapevole di essere egli stesso vicissitudine. Nasce cosଠil passaggio dalla vicissitudine alla virt๠che Alberti descrive come “rerum perturbator[3]”.

La stessa virt๠è inquietante perchà© deve fare i conti con il Fato e la Fortuna perchà© per quanto la virt๠possa essere artefice non potrà  mai costruirsi da sola: gettata nella vita è limitata dal caso che non potrà  mai essere vinto. Gli uomini possono solo riconoscerne la forza e lavorare per creare condizioni favorevoli per non abbandonarsi ad esso. Nel Momus tutti denunciano la menzogna e l’inganno ma allo stesso tempo nella menzogna ci vivono perchà© fingono di essere sinceri e leali. La realtà  però verrà  a galla solo dopo la morte.


« àˆ in quel momento che si attua l’unica vera esperienza umana di libertà  e di verità , allorchà© gettate tutte le maschere, l’uomo può guardare se stesso e i propri simili nella loro nuda identità : lo spettacolo, tuttavia, non può che essere drammatico, soprattutto quando i morti osservano dall’alto i vivi e ne scoprono l’ipocrisia, le malefatte, la doppiezza».[4]

L’uomo virtuoso

La differenza tra il primo artificio, prodotto contro un ordine naturale e il secondo, che lo asseconda, consiste nell’annullamento stesso dell’artificio. Questo perchà© la direzione indicata dalla natura e lo scopo dell’uomo virtuoso combaciano. La virt๠è la capacità  dell’uomo di far emergere le sue qualità  innate che lo rendono socievole e in armonia con sà© stesso e gli altri.

Ma per essere virtuosi è necessario saper simulare e dissimulare. Per Leon Battista Alberti la natura umana all’origine è buona fin quando le circostanze ci spingono a cambiare e ad essere pi๠aggressivi ed introversi; questo nuovo aspetto si sovrappone alla nostra vera natura. Si ha cosଠil passaggio dall’artificio alla maschera, definita “ artificio potenziato”.

Umanesimo Tragico

L’Umanesimo vuole l’uomo “libero di essere ciò che vuole” ma in Alberti la libertà  è legata al bisogno di inventarsi e di trovare sempre una nuova maschera da indossare in accordo con la necessità . Quando un individuo sceglie di snaturarsi non sa nà© immagina di andare incontro all’insoddisfazione e all’infelicità  poichà© divenendo ingannatore in un primo momento consegue i vantaggi desiderati ma a poco a poco raggiunge una conflittualità  che non si limita pi๠solo agli altri uomini ma lo coinvolge interamente.

Divenuto consapevole della propria infelicità  egli cerca di ritornare al suo stato primordiale ma il recupero della virt๠offuscata dalla natura corrotta è complicato e pur di riuscirci l’uomo ricorre alla maschera che cela la propria malvagità  per mostrare il lato migliore di sà©.

Come si manifesta la coscienza tragica?

Ciò che spinge ogni uomo a cambiare sà© stesso è la curiosità  alla quale la condizione umana è perennemente legata e la nostra tragicità  si manifesta proprio nella consapevolezza che la nostra ricerca sarà  sempre e solo parziale.

Perchà© se da un lato l’uomo è dotato di ingegno e ragione, dall’altro lato la natura vi si oppone e ne ostacola la ricerca, cosଠpur di non uscirne sconfitto l’uomo sceglie di divenire ingannatore perchà© cosଠpotrà  conservare il suo desiderio di ricerca scendendo a compromessi con la natura: ecco che l’artificio si concretizza nell’inganno. Ci si chiede quindi come mai l’uomo è diventato cosଠscaltro e mentitore? Perchà© è condannato ad esistere, tormentato e costretto a lottare per sopravvivere.

Filomena Meo

BIBLIOGRAFIA

L. B. Alberti Momo o del principe, a cura di R. Consolo, Genova, Costa & Nolan, 1986.

Cuprano Silvia, “ Il principe” di Leon Battista Alberti. Pensiero civile e filosofia della storia. Genova, Il Melangolo, 2013.


[1] L. B. Alberti Momo o del principe, a cura di R. Consolo, Genova, Costa & Nolan, 1986, p.441

[2] Ivi, p. 40.

[3] Silvia Crupano, “Il principe“ di Leon Battista Alberti, Pensiero civile e filosofia della storia. Cap. II, Una filosofia per venire ai ferri corti con la vita. Il Melangolo, Genova, 2013, p.35.

[4]Ivi, p.62.

http://www.ousia.it/SitoOusia/SitoOusia/TestiDiFilosofia/TestiPDF/Alberti/Momo.pdf

L’immagine è stata ripresa dal sito:

https://it.wikipedia.org/wiki/De_componendis_cifris