In provincia di Caserta c’è un paesino di poco pi๠di 3000 abitanti: Roccamonfina. Perchà© è cosଠimportante? Perchà© conserva una pista di impronte umane perfettamente conservata, appartenenti al genere Homo, popolarmente conosciute come le “ciampate del Diavolo”.
L’eccezionale stato di questa pista è dovuta alla natura vulcanica del sito; il paesino di cui sopra sorge infatti nel cratere dell’omonimo vulcano, un tempo attivo ma tuttora spento.
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Contesto geologico delle ciampate del Diavolo
Il Roccamonfina è uno stratovulcano rientrante nella provincia magmatica romana.

àˆ caratterizzato da depositi piroclastici e lave, indicativi della sua attività passata avente inizio ben 590 000 anni fa (ci troviamo nel Pleistocene) e suddivisibile in 3 fasi principali:
- prima fase (590 000 – 360 000 anni fa): consiste nella costruzione dello stratovulcano con colate laviche;
- seconda fase (354 000 – 330 000 anni fa): avviene la formazione della caldera ed è stata una fase interessata da eruzioni pliniane;
- terza fase (230 000 – 150 000 anni fa): attività post-caldera, caratterizzata da emissione di materiale vulcanico all’interno della caldera, lungo il suo bordo e sui fianchi dell’edificio vulcanico.
Non solo leggende locali…
Le “ciampate del diavolo†si trovano precisamente a Foresta nel comune di Tora e Piccilli (proprio vicino al Roccamonfina). L’origine del nome, quantomeno curioso, è dovuta al fatto che si pensava che solo un diavolo sarebbe riuscito a camminare sulla cenere incandescente espulsa dal vulcano, lasciando cosଠdelle impronte.
… ma vere e proprie impronte umane preistoriche
In realtà non c’è bisogno di scomodare nessun diavolo!
L’attribuzione delle impronte è stata possibile grazie alle datazioni effettuate. Essendo impresse su materiale di natura vulcanica (flusso piroclastico per la precisione), la tecnica usata è stata la datazione radiometrica (che sfrutta il decadimento di isotopi radioattivi) 40Ar/39Ar da cui si è ottenuta l’età : 349 ± 3 Ka.
Dunque le impronte sono state realizzate da Homo heidelbergensis. Questo nostro antenato ha quindi camminato sui prodotti piroclastici (una volta raffreddati naturalmente) emessi dal vulcano e depositatesi sul suolo, lasciando 3 piste: A, B, C.

Le piste delle impronte
àˆ evidente quanto queste piste siano diverse. Per esempio la pista A contiene 27 impronte ed ha un andamento a zig- zag, perchà© essendo un ambiente acclive, l’artefice di questa pista ha cercato di evitare la perdita di equilibrio realizzando cosଠquest’intelligente scelta di percorso.
La pista B è costituita da 19 impronte. Siccome c’è una sorta di “gradino†lungo il pendio, l’individuo ha cercato di mantenere l’equilibrio anche poggiando le mani a terra (c’è infatti l’impronta di una mano), per poi riprendere a camminare lasciando altre tracce.

La pista C è caratterizzata da 10 impronte; rappresenta la pista pi๠“regolare†tant’è che i passi hanno un andamento lento e costante.
Come camminava H. heidelbergensis?
Dunque cosa si può dire a proposito di questi individui?
Dallo studio di queste impronte umane si è visto che anatomicamente sono molto simili a quelle di un uomo moderno (Homo sapiens). Avevano indubbiamente già acquisito un sistema di locomozione bipede, che consentiva loro di spostarsi anche su lunghe distanze e di tenere libere le mani, usandole, qualora fosse necessario, per mantenersi in equilibrio.
La loro velocità stimata è di 1.09 m/s e si inserisce perfettamente nell’intervallo di velocità tipica di un essere umano moderno (Homo sapiens) di età adulta: 0.8 – 1.7 m/s.
Conclusioni
L’importanza di questo sito è davvero inestimabile, non solo per il perfetto stato di conservazione delle tre piste, ma soprattutto perchà© rappresentano una testimonianza importantissima del nostro passato, senza il quale non saremmo diventati quello che attualmente siamo.
Ed è proprio per questo che il nostro compito è quello di tutelare beni cosଠpreziosi e trasmetterne il valore alle generazioni future.
Maria Modafferi
Bibliografia
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