Nel corso della sua carriera, le opere di Nikolaj Gogol‘ hanno assunto sempre forme diverse. I primi anni della sua attività di scrittore risentono del fascino esercitato su di lui dal folklore ucraino e dalle vicende dei cosacchi. Dopo il trasferimento a Pietroburgo, le sue opere si caricano di forti elementi di critica sociale. L’ultima fase della sua scrittura riflette la crisi spirituale affrontata durante il suo lungo soggiorno all’estero. Si aggravatasi con il rientro in Russia e l’insorgere di dubbi sulla propria produzione letteraria.
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“Veglie alla fattoria presso Dikan’ka”
È la prima raccolta dello scrittore, composta e pubblicata tra il 1831 e il 1832.
In essa lo scrittore presenta al lettore un’Ucraina dagli elementi folkloristici e gotici, in una narrazione stratificata portata avanti da Pan’ko, una voce narrante che, nella sua semplicità, si presenta come il tramite per una critica alla modernità.
In questa raccolta è inserito il racconto “La notte prima di Natale”, in cui lo scrittore trasporta il lettore nell’atmosfera magica della vigilia di Natale, tra demoni e streghe.
Successivamente, nel 1835, vengono pubblicate ben due raccolte: “Mirgorod” e “Arabeschi”, entrambe cariche di elementi comico-grotteschi e satirici.
“I racconti di Pietroburgo”

Il titolo della raccolta ci suggerisce il genere narrativo che Gogol’ sceglie di adottare, quello della Povest’, del racconto breve, e il luogo in cui le vicende si svolgono.
Tuttavia, al momento della loro composizione, tra il 1835 e gli anni Quaranta, i racconti sono inseriti in un’altra raccolta: “Arabeschi”.
È opera della critica letteraria successiva l’inserimento di queste opere nella raccolta dal titolo “I racconti di Pietroburgo”, vista la loro comune ambientazione.
I primi racconti a cui si dedica Gogol’ sono “Il ritratto”, “La prospettiva Nevskij” e “Il diario di un pazzo”, a cui si aggiungeranno successivamente “Il Naso” e “Il Cappotto”.
“Il Ritratto”
Gogol’ narra di un giovane pittore, Čartkov, che decide di acquistare al mercato un ritratto, che nel corso della storia si rivela essere il ritratto maledetto di un usuraio che, tempo prima, aveva tormentato, con i suoi prestiti disonesti, gli abitanti del quartiere di Kolomna.
Il pittore lentamente scivola in un vortice che lo conduce prima alla fama, spingendolo ad allontanarsi dalla sua vera vocazione d’artista, poi alla follia, e infine alla morte.
“La prospettiva Nevskij”
Il titolo del racconto rimanda ad una delle strade più famose di Pietroburgo, e in questo caso l’elemento grottesco è immerso nella realtà quotidiana, è, anzi, la componente principale che la caratterizza.
Il racconto si apre con una panoramica della prospettiva, in cui il narratore ne descrive le peculiarità, senza rinunciare ad un tono un po’ sarcastico; lo sguardo del lettore viene poi portato su due giovani amici, che, passeggiando, si imbattono in due ragazze, che iniziano a seguire, spinti dai loro sogni d’amore.
Le ragazze, arrivate nell’edificio in cui alloggiano, si rivelano essere due prostitute. La conclusione spinge ad una dolorosa presa di coscienza: in epoca moderna niente è ciò che sembra, e anche la più bella delle fanciulle può essere corrotta.
“Il diario di un pazzo”
“Il diario di un pazzo” è un racconto la cui trama non è facilmente delineabile, in quanto il ritmo è scandito dai pensieri della voce narrante: un folle che scrive nel suo diario di essere il re di Spagna. Il suo è il ritratto di un uomo oppresso dalla società, ridotto alla follia dalla sua logica priva di umanità.
“Il Naso”
L’assessore di collegio Kovalev si sveglia una mattina e si rende conto di non avere più il naso. Quest’ultimo si è staccato dal suo volto e, autonomamente, ha deciso di far carriera, arrivando a ricoprire una posizione più importante di quella del suo padrone.
La mancanza del naso e la scalata di quest’ultimo al successo, oltre ad essere evidenti simboli di castrazione, si ricollegano anche all’importanza che gli uomini attribuivano alla posizione sociale.
Nel 1722 lo zar Pietro il Grande istituisce “La Tabella dei ranghi”, un elenco di 14 gradi che permette l’ascesa sociale attraverso le capacità dell’individuo, e non esclusivamente in base alla sua origine familiare; la tabella resta in vigore fino alla Rivoluzione del 1917.
L’assessore di collegio Kavalev vede il proprio naso occupare un grado più alto del suo. Inizia a tormentarsi per questo, cercando di spiegare in giro l’accaduto e ottenere giustizia.
Tuttavia, una mattina, così com’era sparito, il naso torna al proprio posto e Kavalev torna a vivere tranquillo, come se nulla fosse mai accaduto.
“Il Cappotto”
È da considerarsi il suo racconto più famoso, al quale viene di solito associata la frase “siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol’”, erroneamente attribuita allo scrittore Fёdor Dostoevskij.
La trama è molto semplice: un impiegato ministeriale, Akakij Akakevič, riesce a risparmiare dei soldi per comprare un nuovo cappotto.
Ad una serata con altri impiegati e funzionari, il cappotto gli viene rubato. Inizia così per il povero Akakij Akakevič una lenta discesa nella follia. Questa lo porta inevitabilmente alla morte, fino a trasformarsi in uno uno spettro, ancora in cerca di vendetta per il suo cappotto rubato.
“Il Revisore”
“Il Revisore”, in italiano spesso tradotta anche come “L’ispettore generale”, è una commedia in cinque atti. Viene rappresentata per la prima volta nel 1836, alla presenza dello zar Nicola I.
Anche se Gogol’ inizia a lavorare alla commedia nell’autunno del 1835, l’opera fu sottoposta ad una revisione nel 1842, e si dice che il soggetto gli fu suggerito da Puškin in persona, a seguito di una lettera inviatagli da Gogol’, in quanto i due, per alcuni anni, hanno condiviso lo spazio letterario dell’epoca.
La trama si basa su un esilarante malinteso: in una piccola città russa i funzionari, corrotti, sono in preda al panico per l’arrivo di un ispettore segreto. Sono così preoccupati, che scambiano un giovane di nome Chlestakov per l’ispettore. Quest’ultimo decide di approfittare della situazione e accetta i doni e il denaro che gli vengono offerti dai funzionari nel tentativo di entrare nelle sue grazie.
Chlestakov è un personaggio che potrebbe essere definito quasi una maschera, un individuo privo di profondità psicologica, svolge il ruolo di impostore in maniera inconsapevole, riflettendo le speranze e le paure dei funzionari che credono che lui sia realmente il tanto atteso ispettore.
Come nelle altre opere di Gogol’, nella commedia l’apparato burocratico russo si mostra nella sua natura insensata e paradossale.
“Le anime morte”
La storia dietro l’opera
Nel marzo del 1837 Gogol’ giunge a Roma per la prima volta, e lì continua il suo lavoro su “Le anime morte”, che sarà poi completato e pubblicato, non senza problemi da parte della censura, nel 1842 a Mosca.
La trama di quello che Gogol’ definisce poema, è più facilmente comprensibile se si conosce la situazione della servitù della gleba negli anni precedenti alla sua abolizione nel 1861.
I servi della gleba, comunemente chiamati “anime”, erano principalmente contadini legati al proprio padrone e alla sua terra, che erano costretti a coltivare senza godere dei suoi frutti e a discapito della propria libertà personale.
Per quanto sia possibile distinguerli dagli schiavi, in realtà la loro posizione in Russia era molto complessa e godevano di ben pochi diritti e autonomia.
I padroni delle “anime” dovevano dichiarare, in occasione dei censimenti, il numero di servi della gleba posseduti, per pagare le tasse e ricevere dei sussidi economici.
Tuttavia, quando uno o più servi morivano, non era possibile dichiararne il decesso prima del successivo censimento, dunque il padrone era costretto a pagare le tasse per un servo che non era più in vita.
La trama e il progetto di Gogol’
L’ingegnoso Čičikov decide di recarsi in diverse proprietà terriere e acquistare i servi della gleba deceduti, le “anime morte”, per poter ricevere, per ogni servo, il sussidio economico che spettava ai padroni e scappare.
L’opera, nella concezione di Gogol’, doveva essere composta da tre volumi, in una struttura simile a quella della “Divina Commedia” dantesca, di cui il primo doveva rappresentare le tenebre degli Inferi, il secondo il cammino di penitenza della Russia moderna e il terzo il raggiungimento di un mondo e una società ideali.
Il progetto non fu portato a termine, Gogol’ bruciò diverse volte il manoscritto del secondo volume, senza aver mai iniziato a comporre il terzo.
Ciò nonostante, è possibile affermare che “Le anime morte” è l’opera in cui Gogol’ mostra perfettamente la sua capacità di lavorare con la lingua russa e di portare alla luce l’elemento grottesco e inquietante insito nell’animo degli uomini.
I temi di Nikolaj Gogol’
“Veglie alla fattoria presso Dikan’ka”
Nella prima fase della produzione letteraria di Nikolaj Gogol’, le sue opere sono profondamente influenzate dal folklore della propria terra natia. In opere come “Veglie alla fattoria presso Dikan’ka” fonde abilmente gli elementi folcloristici con note grottesche e magiche.
In questi racconti il lettore è immerso in un’atmosfera sospesa fuori dal tempo, in cui le figure storiche, come l’imperatrice Caterina II ne “La notte prima di Natale”, sono anch’esse collocate in una dimensione atemporale e astorica.
Interessante è la rappresentazione delle figure femminili: in più occasioni lo scrittore le rappresenta come streghe o figure malvagie e demoniache che portano gli uomini alla distruzione. E questo è un espediente che Gogol’ sceglie di adottare anche nel racconto “La prospettiva Nevskij” in cui le due prostitute, attirando i giovani nel proprio alloggio, si trasformano in figure corrotte in grado di rendere tali anche gli uomini che attraggono.
Alla negativa concezione che Gogol’ ha della donna, si contrappone la tendenza alla rappresentazione di un collettivo maschile molto forte. In opere come “Taras Bul’ba”, il rapporto tra gli uomini si carica talvolta di una tensione quasi erotica.
“Arabeschi” e “Mirgorod”
Le raccolte “Arabeschi” e “Mirgorod” segnano il momento di definitiva affermazione dell’idea del mondo che caratterizza l’immaginario gogoliano: un mondo ideale completamente diverso dalla realtà dei rapporti umani, una società isolata dalla corruzione della realtà storica della Russia a lui contemporanea.
La critica sociale
È importante, per comprendere la critica che Nikolaj Gogol’ porta avanti nelle proprie opere, l’idea che egli ha di fatto della società ideale. Il suo atteggiamento severo nei confronti della modernità si inserisce nel suo desiderio di “regressione” ad un tipo di società presente prima del processo di occidentalizzazione. Gogol’ guarda con particolare fascino e interesse al passato cosacco della nazione, a quel tipo di organizzazione.
Dunque anche la questione della servitù della gleba, affrontata ne “Le anime morte”, non deve essere interpretata come la critica di uno scrittore che mira al progresso della società. Gogol’ intende semplicemente sottolinea l’assurda natura dell’apparato burocratico imperiale.
Nell’opera “Brani scelti dalla corrispondenza con amici” (1847), egli non si esprime contro il sistema della servitù della gleba. Al contrario, non lo considera un grave problema sociale, ritiene che la sua esistenza sia giusta e necessaria.
Il critico letterario Vissarion Belinskij accoglie in maniera particolarmente negativa l’opera, in quanto aveva sempre voluto vedere in Gogol’ uno scrittore dalle tendenze liberali
Lo stile di Nikolaj Gogol’
Lo skaz
Nel corso della sua carriera Nikolaj Gogol’ ha dimostrato, in tutte le proprie opere, la sua capacità di lavorare con la lingua russa. Proprio per questo, si è guadagnato il titolo di maestro dello skaz.
Lo “skaz” è un termine che in letteratura russa designa una narrazione in cui il lettore può “vedere” i personaggi parlare. Viene riprodotta la struttura del discorso orale, con inflessioni dialettali e alterazioni della sintassi.
Nelle opere di Gogol’, ogni personaggio ha dunque il suo particolare modo di esprimersi, ricco di terminologia specifica e settoriale e di espressioni regionali.
La prosa di Aleksandr Puškin con le sue frasi brevi, viene sostituita dai lunghi periodi delle opere di Gogol’, ricchi di subordinate. Lo scrittore le adotta per creare parallelismi e una narrazione stratificata.
I personaggi
Le trame delle opere di Nikolaj Gogol’ sono particolarmente semplici. Si arricchiscono di profondità e complessità attraverso i meccanismi linguistici adottati e la particolare rappresentazione dei personaggi.
Infatti, le figure che animano le opere di Gogol’ potrebbero essere considerate delle maschere, non vi è in loro alcuno spessore psicologico. Anche la loro discesa nella follia non si può interpretare come il processo di trasformazione di personaggi dinamici, ma come l’inevitabile conclusione delle loro storie. Il loro epilogo è già presente dal principio nella loro fisionomia di personaggi.
Gogol’ ottiene questo risultato ponendo una particolare attenzione alla fisiognomica. Secondo quest’ultima sarebbe possibile dedurre i tratti caratteriali di un individuo attraverso il suo aspetto fisico e i tratti del volto.
Lo status di maschere, di burattini, dei suoi personaggi viene perfettamente rappresentato dalle descrizioni fisiche e dalla mimica di questi ultimi.
Al lettore vengono presentate delle figure solo attraverso parti specifiche dei loro corpi, ma mai nella loro interezza.
I loro movimenti sono meccanici, inconsapevoli, come se fossero mossi da dei fili.
I colori
Inoltre, all’interno della produzione letteraria gogoliana, viene attribuita una particolare importanza ai colori.
Lo scrittore Andrej Belyj ha analizzato dettagliatamente l’evoluzione cromatica delle opere di Nikolaj Gogol’. Giunge a constatare che le sue prime opere, ancora legate al folklore ucraino e alle leggende popolari, presentano colori accesi, nitidi e luminosi. Successivamente, nel primo volume de “Le anime morte” i colori diventano più sbiaditi, spenti, lasciando spazio soprattutto al nero e al bianco.
Il narratore
Nelle opere di Nikolaj Gogol’ un ruolo centrale è ricoperto dal narratore, la cui presenza influenza notevolmente la percezione che il lettore ha della storia.
Lo studioso Jurij Mann osserva che spesso il narratore si concentra su un particolare aspetto di un personaggio, commentandolo. Sposta poi l’attenzione propria e del lettore su un altro elemento della storia, diventando un narratore particolarmente dinamico e poco affidabile.
L’eredità di Gogol’
Il panorama letterario successivo fu profondamente influenzato dalla opere di Nikolaj Gogol’.
Uno dei primi a risentire del suo influsso è lo scrittore Fёdor Michailovič Dostoevskij. Nel 1846 pubblica il suo primo romanzo “Povera gente” e la critica contemporanea giunge a defininirlo “il nuovo Gogol’”.
Tuttavia, ben presto i personaggi di Dostoevskij si caricheranno di una profondità psicologica tale da allontanarsi dalle maschere gogoliane.
Anche lo scrittore ucraino Isaak Babel’ risente dell’influenza di Gogol’. Basti pensare che nella sua opera “L’armata a cavallo” (1926) sembrano ripresentarsi i toni erotici che caratterizzano “Taras Bul’ba”, sempre immersi nel mondo dei cosacchi.
Il filosofo e scrittore rumeno Emil Cioran dedica alla figura di Gogol’ un capitolo della sua opera “La tentazione di esistere” (1956). Pone particolare attenzione al Gogol’ schiavo del misticismo degli ultimi anni della sua vita. Questa è un’immagine dello scrittore che riflette perfettamente l’interesse del filosofo rumeno per il grottesco.
Erika Fardella
Fonti:
- Guido Carpi, Storia della letteratura russa, vol. I. Da Pietro il Grande alla rivoluzione d’Ottobre;
- N. Gogol’, Racconti di Pietroburgo, Adelphi edizioni 2000, a cura di Tommaso Landolfi;
- https://www.prlib.ru/history/1871181
- https://arthive.com/it/publications/1364~Chto_risoval_Gogol‘
- https://dzen.ru/a/YSEbx1mA4GC75zen