Post Rock: 5 dischi per approcciarsi al genere

A cavallo tra anni 80′ e 90′ il sound di alcuni gruppi sia inglesi che nord-americani si fa sempre più imprevedibile, iperbolico e minimalista al tempo stesso. Influenze di rock alternativo, jazz, musica elettronica e da camera si fondono per dare il via ad un’ondata di musica che distrugge e ricostruisce il passato, senza definire neanche il futuro: é nato il Post Rock.

Post Rock: nome e caratteristiche

A coniare il nome di questo genere musicale fu il giornalista Simon Reynolds in svariati articoli di periodici musicali tra il 93′ e il 94′ , quando usò per l’appunto il termine Post Rock per definire lo stile adoperato da svariati gruppi dell’epoca tra cui Disco Inferno e Bark Psychosis. Reynolds definì il post rock come la musica di quei gruppi che adoperavano gli strumenti tipici della musica rock (chitarra elettrica, basso elettrico, batteria etc. ) con lo scopo di creare musica distante dai canoni del rock, musica che enfatizzava il timbro (timbre) e la trama (texture) del suono perdendo di vista i dettami e strutture tipici del rock mainstream.

Evoluzione del Post Rock

Col tempo il termine venne utilizzato per descrivere la musica di band di tutto il mondo che appartenevano a scene differenti e che producevano musica totalmente antistante le une dalle altre. Basti pensare alla musica degli Slint, cosparsa di rabbiose influenze post-hardcore e noise, o a quella dei Talk Talk, arricchita da tocchi di jazz e musica da camera, passando per il sound pesante e industriale degli Swans e per quello cinematico e concitato degli Explosions in the sky. Tutti questi complessi avevano ( e hanno) il comune intento di rigettare alcune delle strutture tipiche della musica rock, creando un qualcosa che sfugge alle etichette e alle definizioni.

Se proprio vogliamo trovare elementi comuni nella discografia di questi complessi si può dire che molti hanno rifiutato il canto, ripiegando molto spesso sullo spoken word (come ad esempio gli italiani Massimo Volume e i già citati Slint) o su brani completamente strumentali e talvolta di lunga durata. Importante è anche l’uso di tecniche di manipolazione come looping o pedaliere per chitarra, l’utilizzo dei più variegati strumenti , dalle tastiere agli strumenti ad arco, passando per strumenti tradizionali e anche l’apporto di sezioni orchestrali. Per concludere, Post Rock è tutto ciò che è volto a creare senza definire, un vero e proprio genere senza genere.

Talk Talk-Laughing Stock (1991)

post rock

I Talk Talk nel corso della loro carriera hanno saputo rinnovare più volte la loro formula. Il loro percorso è stato quasi come un’odissea forsennata che li ha portati infine ad un sound completamente lontano da quello dei loro esordi. Se i primi due album sono stati capitoli abbastanza radiofonici tra new wave, synthpop e new romantic (come dimenticare le memorabili hit Such a Shame It’s my life), Col terzo album, The Colour Of Spring, si iniziano a intravedere elementi più studiati e arrangiamenti più sognanti, tra Pop Progressivo e Sophisti-Pop (esempio cardine è la splendida Living in Another World).

A partire dal quarto album, Spirit of Eden, il gruppo inglese rivoluziona la propria essenza, mescolando jazz da camera dal gusto quasi nordico (stile ECM, con elementi di folk delicato e armonie più attenuate rispetto al jazz americano) e atmosfere minimaliste, lasciandosi alle spalle il passato e sposando sperimentazione e suoni eterei.

L’ultimo album, Laughing Stockè il loro manifesto, la cristallizzazione di questo cammino partito da lontano. Qui i Talk Talk rifiutano completamente le convenzioni più stantie della canzone Pop. Tastiere soffuse ed espanse e sottili trame di batteria jazz percorrono questi paesaggi sonori dove spesso si inserisce la voce tenue e delicata del cantante Mark Hollis, guida artistica della band britannica, come nella bellissima New Grasstraccia esaustiva del loro nuovo corso. I Padrini del Post Rock.

Slint-Spiderland (1991)

post rock

Se i Talk Talk proponevano con Laughing Stock il perfezionamento di una formula dove convivevano jazz, delicata musica da camera e minimalismo, dall’altra parte dell’oceano gli Slint creano un qualcosa di diametralmente opposto, unendo l’aggressione della musica punk a strutture più complesse e tempi dispari, senza tralasciare un certo gusto per atmosfere decadenti e lugubri. La band originaria di Louisville nel Kentucky aveva già dato mostra del proprio stile inusuale e tetro con Tweez del 1989, compendio di ritmi sincopati e feroci, bizzarre melodie di chitarra clean e distorsioni massicce e caotiche.

Gli Slint trovano l’apice con Spiderlanddisco cardine degli anni 90′ per molti, lavoro nel quale gli Slint si scrollano di dosso molte convenzioni del rock, anche di quello più alternativo e meno radiofonico, per imbracciare strutture ancora più inusuali, dove convivono cambi di ritmo forsennati e momenti di rara e funerea rarefazione, e dove la voce parlata e quasi sussurrante del “cantante” e chitarrista Brian McMahan accompagna questi viaggi sonori di disperazione e vuoto.

Nell’album convivono momenti di math rock tinto di colori cupi, come in Nosferatu Man, alternati a frammenti di musica lenta e deprimente dalla vena incredibilmente malinconica, come nella toccante Washer che anticipa il sound catartico e assonnato di gruppi come i Low e i Duster. Nella finale Good Morning, Captain, omaggio a Samuel Taylor Coleridge, coesistono narrazione, minimalismo e introspezione, con momenti di quiete spezzati dall’incedere della batteria e dalle irruzioni metalliche delle chitarre distorte. Spiderland è sicuramente un disco imprescindibile del post rock, pietra miliare degli anni 90′ e passo decisivo nell’evoluzione e nella distruzione di tutta la musica rock.

Explosions in the Sky-The Earth is not a Cold Dead Place (2003)

post rock

Non è totalmente errato dire che questa band texana ha reso il post rock un genere quasi mainstream e di grande fruizione, ciò probabilmente grazie al loro stile particolarmente cinematico,  adornato di sensibilità pop e di senso per la melodia più tradizionale. La band, formatasi nel 1999 a Austin, ha accattivato un grande seguito grazie al loro sound catartico, minimalista e fragoroso al tempo stesso, fatto di brani composti di sezioni diverse spesso accomunate da uno o più temi musicali che si susseguono lungo tutta la composizione, mistura di ambient e rock nella loro formula più immediata. Gli Explosions in The Sky sono stati definiti da molti come una band di “crescendo-core” vista la struttura dei loro brani che spesso alterna momenti di calma ad esplosioni di batterie marziali e chitarre dal feedback graffiante.

The Earth is not a Cold Dead Place esemplifica al meglio le peculiarità del complesso statunitense. L’album è completamente strumentale e protagoniste sono per l’appunto le dolci melodie arpeggiate di chitarra elettrica che fungono da ponti per le diverse parti dei brani.

E così, da attimi di grande spazialità e da intermezzi quasi drone si passa a momenti più ritmati e intensi, suonati a modo di marcia, che offrono all’ascoltatore il climax del brano, per poi tornare ancora una volta alla quiete primordiale, come nella struggente Your Hand in MineSe molti altri gruppi hanno reso (forse volutamente) il loro prodotto ostico e inavvicinabile alle masse, gli Explosions in The Sky hanno percorso la parabola opposta.

Godspeed You Black Emperor!-Lift Yr. Skinny Fists Like Antennas to Heaven! (2000)

Definire la musica di questo ensemble canadese all’interno dei canoni della musica di largo consumo è un’impresa sicuramente ardua. i GY!BE hanno inserito nella loro musica, sin dalla loro formazione avvenuta nel 1994, i dettami e le convenzioni più disparate, mescolando sensibilità drone e ambient, elementi di field recording (genere musicale che si basa sulla rielaborazione di tracce audio ambientali) e una formula che ricorda a tratti la musica da camera più all’avanguardia, anche se comunque con una formazione più corposa (svariate chitarre, talvolta anche 2 batterie, strumenti ad arco).

I loro album sono spesso concepiti come delle vere e proprie sinfonie divise in movimenti, vista la grande lunghezza dei brani (alcuni sfiorano anche la mezz’ora) che sono divisi in segmenti differenti. Sebbene la maggior parte dei brani sia strumentali, a volte vengono inseriti registrazioni di radio a onde corte, annunci di stazioni di servizio, oltre che a monologhi di vario tipo e prediche religiose.

Lift Yr. Skinny Fists Like Antennas to Heaven! è l’album più influente della band canadese, un disco dove convivono rumorismo, stasi e ascese sonore verso remoti corpi celesti. Composto da 4 tracce di circa 20 minuti, ciascuna divisa in svariate sezioni (l’ultima, Like Antennas to Heavenè composta da ben 7 sezioni), questo è un disco difficile, nevrotico,  ma indispensabile per tutto il post rock.

Massimo Volume-Lungo i Bordi (1995)

I Massimo Volume sono la band italiana sicuramente più riconoscibile all’interno del contesto post rock. Si formarono a Bologna nel 1991, col primo nucleo della band che comprendeva il bassista e cantante Emidio Clementi, Egle Sommacal, Gabriele Ceci e Umberto Palazzo alle chitarre e Vittoria Burattini alla batteria e alla voce. Già dall’esordio Stanze sono ben assimilabili le costanti del gruppo, ossia l’importante influenza noise e post hardcore ( echi di Fugazi, Big Black e Sonic Youth) e il recitato di Clementi che si mostra subito minimalista, quasi come se sorretto da un monologo interiore piuttosto che da un testo redatto in precedenza.

Il suono della band si fa meno aspro e più riflessivo nel seguente Lungo i Bordidove le distorsioni si affievoliscono, il minutaggio dei brani aumenta e la struttura delle canzoni si fa sempre più atipica, passando per brani che ripetono per tutta la loro durata la stessa progressione di accordi (variando sapientemente la dinamica e i volumi) e giungendo poi a composizioni più variegate.

Il Primo Dio rappresenta a pieno l’evoluzione del gruppo che ora predilige trame più atmosferiche e delicate, senza perderne di intensità o immediatezza. Inverno ’85 e Il tempo scorre lungo i bordi sono brani di vero e proprio post rock dove la dinamica dei brani si muta tra una sezione e l’altra, con la batteria di Vittoria Burattini che si alterna tra ritmi jazz e sferragliate di rock duro. Fuoco Fatuo è un brano dalla grande aggressività che dimostra la grande importanza che hanno ancora Post Hardcore e Math Rock nella cifra stilistica della band. Un grande album che miscela con dovizia cantautorato e musica strumentale dalle influenze colte.

Mario Setaro