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Nel nome della croce: il saggio di Catherine Nixey

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Nel nome della croce

Un saggio storico ricco di informazioni, ma leggero nella lettura: in questo modo Catherine Nixey vuole presentarci, nel libro Nel nome della croce, in una prospettiva molto scettica, la “vittoria” del Cristianesimo nel periodo del tardo impero romano. Quest’opera non vuole essere un manifesto contro la religione in sé, ma una denuncia verso l’estremismo che strumentalizza la religione per giustificare le proprie azioni.

Nel nome della croce, dunque, mette in luce la tendenza della maggior parte degli storici a rappresentare il periodo tra la tarda antichità e gli inizi del Medioevo in modo positivo.

L’autrice accenna vagamente a questo tipo di storiografia, definendola «storia di epoca moderna» (cap. 1 pag. 22) oppure dicendo: «la storia del ruolo positivo giocato dal cristianesimo in questo periodo è stata raccontata a iosa e la si può ritrovare con facilità in ogni liberia e biblioteca» (cap.1 pag. 29)…

Probabilmente, l’autrice vuole sottolineare la superficialità della storiografia del suo (e quindi anche del nostro) tempo. Inoltre, c’è anche criticare come anche i primi cristiani abbiano cercato di giustificare, dal punto di vista storico, le loro azioni, come si può evincere da cap.1 pag. 30-31:

«Quando il biografo di san Martino scriveva in modo entusiasta di come Martino avesse bruciato e demolito i templi in tutta la Gallia, l’obiettivo era quello di ispirare piuttosto che di riportare i fatti. Era propaganda, come diremmo noi oggi. Ogni punto sollevato da quegli autori è discutibile, ogni scrittore è soggetto a errori. In altre parole, erano esseri umani, e dovremmo leggere le loro opere con dovuta cautela […]».

Tuttavia, riferimenti a questi storici in modo specifico è carente all’interno dell’opera

Nei sedici capitoli successivi di “Nel nome della croce”, Nixey cercherà di dimostrare come, in realtà, tutto ciò sia poco preciso, per non dire errato. Nella prima parte del libro, centrale è il focus sull’aspetto filosofico ed ideologico dello scontro tra cristianesimo e paganesimo; successivamente, si parla dello stile di vita squilibrato e dell’estremismo dei martiri cristiani; infine, la “vittoria” del Cristianesimo, ovvero la distruzione dei valori e dell’arte del periodo classico, e la sua diffusione nei vari ambiti della vita quotidiana.

La distruzione dell’arte pagana

Nel nome della croce. La distruzione cristiana del mondo classico
Il mondo tardo antico. Da Marco Aurelio a Maometto. Nuova ediz.
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Agostino d'Ippona
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Sostanzialmente, l’autrice mette in evidenza come il fanatismo religioso non solo sia insostenibile da un punto di vista logico, ma faccia anche danni a livello sociale. Un esempio può essere la distruzione di meravigliosi templi di divinità greche. Non a caso, proprio nel capitolo settimo, Nel nome della croce tratta nello specifico il tema della distruzione dei templi, ricollegandola, nello specifico, all’impero di Costantino:

[cap. settimo: pag.122, 123, 126]: «[…] Esistevano anche precedenti biblici per agire in tal senso. Nel Deuteronomio, Dio aveva comandato al suo popolo eletto di rovesciare gli altari, di bruciare i boschi sacri e di tagliare le effigi delle altre divinità. Se Costantino attaccava i templi non era certo perché fosse vandalo: al contrario, si stava adoperando per conto di Dio. E così fu. Stando a quanto raccontato da Eusebio, i grandi templi greci e romani furono distrutti e le loro statue tirate fuori e mutilate. […] L’imperatore non si limitò a questo. Gli stessi templi furono oggetto di attacchi: in alcuni casi le porte furono rimosse, in altri i tetti furono divelti, in altri ancora l’incuria si impadronì del luogo, causandone la rovina o la distruzione.»

La maggior parte delle statue degli dei era stata decapitata; le immagini pagane più sacre, agli occhi dei cristiani, erano anche le più demoniache. L’obiettivo dei cristiani non era semplicemente rovinare le opere artistiche dei pagani, ma cancellarne completamente l’esistenza. È, tuttavia, impossibile quantificare quante opere possano aver distrutto: immagini, libri e perfino festoni potevano essere visti come opera del demonio e, pertanto, andavano rimossi.

“Nel nome della croce” mostra come sia stato un cambiamento culturale

Un altro aspetto principale del saggio è sicuramente il contrasto tra l’educazione aristocratica greca (παιδεία), che si basava su principi come la razionalità e la logica, e il dogma cristiano. Nel terzo capitolo viene trattato uno dei principali oppositori, Celso, filosofo platonico, proprio perché si vuole sottolineare:

[cap. terzo: pag. 69, 71, 73]: «Non è solo il fatto che i cristiani fossero ignoranti in fatto di teorie filosofiche, in un modo che avrebbero infastidito Celso; era che i cristiani gioivano della propria ignoranza. […] La mancanza di educazione, sostiene Celso, rende gli ascoltatori vulnerabili al dogma. Se i cristiani avessero letto di più e creduto un po’ di meno, sarebbero stati meno inclini a credersi assolutamente diversi dagli altri. […] Celso aveva osservato che l’impero non mancava certo di predicatori che dichiaravano di essere di discendenza divina, che esortavano alla povertà o che sarebbero morti per salvare l’umanità.»

Una vittima di tutti questi cambiamenti fu una grande donna: Ipazia di Alessandria, che era non solo filosofa, ma anche una brillante astronoma. Ipazia con il suo sapere affascinava ed era fonte di interesse – ma proprio per questo era prova dell’operato del Maligno. I molti fanatici analfabeti, dunque, credevano di saper bene a che cosa servissero i suoi arnesi e quelle formule: non erano strumenti per la ricerca scientifica, ma gli orpelli del Diavolo.

Pompei fa rinascere il mondo classico

Per gli intellettuali greci e latini, l’immagine di una divinità, come quella delle religioni monoteiste bibliche, che controlla ogni minimo movimento ed azione del credente, non era segno di amore, ma veniva interpretato come scocciatura. Non a caso, gli ideali di libera espressione della sessualità e l’ideale epicureo della moderazione del piacere attraverso il giusto senso della misura (μέτρον) non avrebbero avuto una lunga storia con il sopraggiungere del Cristianesimo.

Per secoli, l’Europa cristiana era riuscita ad eliminare con estrema precisione le espressioni più oscene o apertamente sessuali dell’epoca classica: via i capezzoli dalle statue, distrutti gli affreschi lascivi e le poesie erotiche (si pensi, per esempio, al carme 16 di Catullo).

Tuttavia distruggere completamente una cultura non avrà mai un esito definitivo: gli scavi pompeiani emersero con scandalo; era riemerso un mondo dove le rappresentazioni mostravano soggetti non solo nudi, ma sfacciatamente nudi.

Come veniva vissuta la sessualità dagli antichi

Nel saggio “Nel nome della croce” si metteva in evidenza come si trattasse di un universo culturale che non aveva conosciuto il peccato originale; fatto ancora più sconvolgente erano le rappresentazioni esplicitamente oscene. Esse, che fino a quel momento erano state attribuite alle classi povere, non si trovavano solo nei bordelli, ma anche nelle ville della città. Come riporta una guida, che indicava privatamente alcuni degli oggetti più volgari in modo puritano, stampata nei primi anni di questa scoperta:

[cap. dodicesimo; pag. 204]: «La nudità dell’epoca, e gli scritti immorali dei suoi scrittori, sono testimoni indiscutibili del libertinismo diffuso allora in ogni classe sociale. Era un tempo in cui gli uomini non arrossivano di vergogna quando rendevano noto al mondo intero di aver goduto di favori di un bel giovane, quando le donne si fregiavano del titolo di [lesbiche]

Per quanto riguarda il sesso, come qualunque altra cosa, contava il motto del tempio di Delfi: nulla di troppo. Non bisognava esagerare, perché si diventava zotici; non bisognava, però, nemmeno rifiutare il bellissimo dono della natura umana. L’attività sessuale, quindi, doveva essere contenuta, non vietata. Perché, poi, negare il sesso? La vita era breve e nessuno sapeva se e cosa ci sarebbe stato nell’aldilà. “Vivi ora” era scritto in tantissimi mosaici, dipinti e poesie.

Il consiglio era, dunque, quello di godersi la vita. Orazio disse Quam minimum credula postero (“non ti fidare troppo di ciò che porterà il domani”), quindi carpe diem (“cogli l’attimo”).

Il monachesimo come condizione psicologica

Negli ultimi capitoli, Nel nome della croce tratta maggiormente lo sviluppo del nuovo ideale di vita tipico del cristianesimo.

Tra il VI e il V secolo iniziò la grande epoca del monaco. Questi erano gli uomini ideali per il cristianesimo: avevano adottato come stile di vita la rinuncia a tutti i piaceri terreni. Tale scelta aveva acquisito un discreto successo. In questo primo periodo, la tradizione del monachesimo non era che nella sua infanzia. Non erano ancora presenti codici uniformi e le raccolte dei detti dei santi iniziavano a circolare.

Spesso ad intraprendere questa strada erano poveri e analfabeti, che si trasferivano a vivere su colline o caverne; alcuni di loro erano anche schiavi. Inoltre, i monaci spesso avevano bisogno di trovarsi nel deserto, anche perché, secondo loro, era proprio lì che i demoni accorrevano a frotte.

Laggiù, dove la città finiva e il vuoto iniziava, le truppe di Satana incombevano striscianti per colpire. Giravano diverse dicerie sulla vita di questi monaci; per esempio, una delle più emblematiche sosteneva che un monaco avesse pianto così tanto e così tante lacrime, come un fiume, che queste ultime avevano scavato un solco sul suo petto.

E proprio qui, la Nixey sostiene che tali uomini dovessero essere considerati dei depressi a livello clinico. A confermare ciò, sarebbe stato il loro stile di vita eccessivamente rigido.

Tuttavia, subito dopo, lucida è la descrizione della condizione in cui questi monaci vivevano. Quest’ultimi spesso riportavano visioni tormentate di cadaveri, la loro vita solitaria, in cui, a volte, avevano a disposizione niente più che un pezzo di pane; erano, inoltre, afflitti dalle tentazioni del sesso, del cibo e della giovinezza.

La morale all’interno del monastero

Il capitolo 15 del saggio “Nel nome della croce” inizia con una citazione di San Girolamo: «Non esiste crudeltà per quanto concerne l’onore di Dio». Tale frase è conforme alla rigidità e all’inflessibilità morale e di costume che caratterizzava la vita nel monastero.

Interessante è notare, però, come, da un punto di vista teorico, il monastero richiedeva la rinuncia ai piaceri e al denaro. Da un punto di vista pratico, invece, sempre il monastero stesso imponeva ai nuovi monaci di accettare di trasferire le loro proprietà al monastero. Ciò nondimeno, quando i monaci comprendevano concretamente la realtà della loro nuova vita: sarebbero stati alla mercé del monastero e incapaci di abbandonarlo.

Molte regole iniziavano con la formula “Sia maledetto…”: maledetti erano coloro che non trasferivano tutti i loro beni al monastero; maledetti quelli che si radevano senza aver ricevuto l’approvazione; maledetto chi guardava gli altri monaci con desiderio. Almeno sessanta regole erano destinate alle trasgressione sessuali; era considerata peccaminosa persino la sola intenzione di peccare.

Considerazione finale su Nel nome della croce

Per concludere, il saggio presenta non solo temi accademici trattati con una certa accessibilità, ma anche un modo di esprimersi, da parte dell’autrice, ricco di immagini e suggestivo.

Lorenzo Cardano

Bibliografia:
• Nel nome della croce, La distruzione cristiana del mondo classico, Catherine Nixey, Bollati Boringhieri, 2018
• Odi, Orazio

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