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Punture di medusa: come curare correttamente

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punture di medusa

Le punture di medusa sono degli spiacevoli inconvenienti delle nostre vacanze al mare. Nelle nostre aree italiane non hanno di solito conseguenze gravi, tuttavia in altre aree geografiche le punture di medusa possono comportare un serio pericolo per la salute.

Come spesso accade, ci sono dei rimedi “tradizionali” spacciati per infallibili che non solo non hanno fondamento scientifico, ma possono anche peggiorare la situazione.

Attraverso un metodo scientifico e sistematico si è ottenuta una review che ha stabilito le procedure più appropriate per trattare le punture di medusa, sulla base dei dati oggettivi.

Come avvengono le punture di medusa

Le meduse sono degli animali appartenenti al phylum degli cnidari e sono fra gli animali più antichi tra quelli ancora esistenti.

punture di medusa
Nematocisti di medusa (fonte: wikipedia)

Questi esseri gelatinosi sono carnivori che, per catturare le proprie prede, si servono di un raffinato meccanismo di offesa: l’azione urticante dei propri tentacoli. I tentacoli di una medusa sono la parte anatomica provvista delle strutture capaci di provocare la puntura, mentre la cupola (o campana) ne è priva. Queste strutture si chiamano nematocisti, e sono dei veri e propri pungiglioni che si estroflettono all’occorrenza quando il tentacolo viene toccato. Ecco perché è appunto più appropriato parlare di punture di medusa e non di morsi, né di bruciature.

La nematocisti permette alla medusa di iniettare nella preda un veleno tossico e irritante, capace di stordire o uccidere i piccoli pesci malcapitati.

Il veleno secreto dal pungiglione è una miscela di tre tossine: ipnossina, talassina e congestina; l’ipnossina ha un effetto paralizzante e sonnifero, la talassina scatena una potente reazione infiammatoria, mentre la congestina blocca il sistema cardiocircolatorio.

Anche gli esseri umani però possono cadere vittima delle punture di medusa, e in questo caso le conseguenze sono variabili a seconda della specie di medusa. Esistono infatti specie di medusa relativamente innocue per la salute umana, mentre altre possono provocare reazioni infiammatorie molto gravi, fino a specie potenzialmente letali.

Le meduse del Mediterraneo

meduse del mediterraneo
fonte: blog di Davide Rufino zoologo

Le 4 specie più diffuse nel Mar Mediterraneo non sono letali sebbene alcune di queste possano provocare fastidiose lesioni.

  • l’Aurelia aurita (o medusa quadrifoglio) è una piccola medusa con corti tentacoli solo leggermente urticanti per l’uomo.
  • il Rhizostoma pulmo (o polmone di mare) è molto più grande ma la sua capacità nociva per l’uomo è quasi nulla.
  • la Cotylorhiza tuberculata ha un aspetto sicuramente vistoso ma è praticamente innocua.
  • la Pelagia noctiluca invece è la più pericolosa, essendo capace di provocare vistose e dolorose reazioni infiammatorie nel luogo di contatto; la lesione di manifesta con dolore, prurito, rossore e gonfiore, simile ai pomfi creati dalle reazioni allergiche; talvolta possono crearsi delle bolle (flemmoni) per essudato negli strati cutanei. A causa della reazione allergica provocata dal veleno, è possibile (sebbene rara) anche una reazione anafilattica grave.

Le “altre meduse”

meduse
in alto: caravella portoghese
in basso: cubomedusa

Esistono altri animali che somigliano alle meduse che incontriamo solitamente nel mediterraneo ma non appartengono in realtà alla stessa classe. Parliamo ad esempio della caravella portoghese (Physalia physalis) e delle cubomeduse (alla cui categoria appartiene la temibile vespa di mare, Chironex fleckeri). Questi animali gelatinosi e tentacolati posseggono ugualmente nematocisti piene di veleno. La caravella portoghese si ritrova principalmente negli oceani, sebbene ci sono stati avvistamenti al largo del Mediterraneo. Invece le cubomeduse più letali si ritrovano nei mari tra il sud-est asiatico e la costa nord dell’Australia.

La vespa di mare in particolare è capace di uccidere un uomo adulto attraverso un potente veleno che provoca arresto cardiocircolatorio.

Cosa fare in caso di punture di medusa

Il trattamento delle punture di medusa è diretto a:

  1. Alleviare gli effetti locali del veleno (dolore e danno tissutale);
  2. Prevenire la rottura delle nematocisti ancora piene di veleno che sono rimaste attaccate;
  3. Controllare le reazioni sistemiche, cioè lo shock anafilattico e l’arresto cardiocircolatorio.

In ordine di importanza, bisogna risciacquare l’area lesa con acqua di mare, dopodiché bisogna rimuovere i tentacoli ancora attaccati al corpo della vittima. Infatti le nematocisti ancora attaccate continueranno a iniettare veleno. Per rimuovere i tentacoli è raccomandato l’uso di pinzette.

Sebbene esistano dei metodi che vanno bene per qualsiasi specie di medusa (e di false meduse), bisogna quando possibile attuare alcune distinzioni in base all’are geografica dove è avvenuta la puntura.

Nel Mediterraneo

Nelle zone geografiche dove non sono presenti meduse potenzialmente fatali, come nel Mediterraneo, l’aspetto più importante è il trattamento del dolore.

Per le punture di P. noctiluca e di altre meduse mediterranee è sufficiente risciacquare la zona lesa con acqua di mare, dopodiché utilizzare impacchi ghiacciati. Non usare aceto di vino.

Il ghiaccio sembra rallentare la diffusione del veleno oltre ad essere un ottimo lenitivo per il dolore. L’efficacia analgesica dell’acqua calda invece non è stata ancora spiegata: infatti l’acqua a 40°C non è capace di denaturare le tossine al contrario di ciò che si crede.

Un altro presidio con evidenza di efficacia è il gel al cloruro di alluminio. Questo preparato topico ha azione astringente, anti-prurito e anti-microbico, e andrebbe applicato sulla lesione dolorosa. Altre preparazioni topiche possono essere a base di lidocaina (un anestetico locale) o di bicarbonato di sodio.

Ci sono evidenze inoltre di efficacia da parte di vitamina C (acido ascorbico) ad alte dosi per via endovenosa, ma questa operazione andrebbe eseguita solo da sanitari.

Alcuni trial hanno dimostrato che le protezioni solari a base di ottil-metossicinnamato e ossido di zinco possano prevenire le punture di medusa, proteggendo dal rilascio di veleno dalle nematocisti e riducendo l’infiammazione.

Nei mari ad alto rischio

Nelle coste oceaniche, per le punture di caravella portoghese si usa l’acqua calda (40°C per 20 min) anziché il ghiaccio, e si può usare aceto di vino.

Nell’Australia tropicale, dove c’è un alto rischio di punture da parte di cubomeduse, l’Australian Resuscitation Council (ARC) raccomanda l’uso di aceto di vino, seguito da rimozione dei tentacoli e utilizzo di impacchi di ghiaccio. È possibile usare l’acqua di mare in alternativa all’aceto.

Nelle zone a rischio di cubomeduse, la prima cosa da fare in caso di punture di medusa è assicurarsi dello stato generale della vittima. Questo consiste nella sequenza ABC: airway (assicurarsi della pervietà delle vie aeree), breathing (della presenza di respiro), circulation (della presenza di polso arterioso). Il primo soccorso infatti può ritardare il degenerarsi delle condizioni in caso di shock anafilattico o di arresto cardiocircolatorio. Se necessario quindi bisognerà chiamare soccorsi medici e nell’attesa eseguire la rianimazione cardio-polmonare, cioè il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca.

Cosa NON fare in caso di punture di medusa

Vanno evitate tutte le manovre che potrebbero provocare il rilascio di veleno dalle nematocisti ancora attaccate alla pelle del malcapitato, e che potrebbero esacerbare il dolore o l’irritazione della zona lesa.

  • Non bisogna assolutamente strofinare la zona lesa.
  • Se non si è sicuri di punture da parte di caravelle portoghesi o di cubomeduse, l’uso dell’aceto di vino andrebbe evitato. L’alcool etilico è invece sempre controindicato.
  • L’utilizzo di ammoniaca, oltre a non avere alcuna efficacia provata, potrebbe peggiorare l’irritazione cutanea. Inoltre non è mai stata dimostrata alcuna efficacia nell’utilizzo di urina.
  • Non utilizzare l’acqua dolce perché, attraverso un meccanismo osmotico, potrebbe rompere le nematocisti ancora intatte e liberare altro veleno.
  • L’immobilizzazione con bendaggio compressivo ha un’efficacia controversa, e si pensa possa essere potenzialmente pericolosa. Di conseguenza il suo utilizzo non è generalmente raccomandato.
  • Evitare l’esposizione al sole.
  • In caso di puntura al largo, non bisogna sbracciare e urlare per il rischio di annegamento, ma piuttosto si deve mantenere la calma e cercare di avvicinarsi alla riva, attirando l’attenzione delle persone nei paraggi una volta raggiunto un posto sicuro.

Conclusioni

La popolazione vulnerabile (soprattutto turisti e bambini) dovrebbe essere educata su come agire in occasione di punture di medusa, sia in acqua che a terra. Inoltre andrebbero sempre tenuti a disposizione gli strumenti per un primo intervento (ghiaccio, aceto, gel o pomate). Infine per le aree a rischio bisognerebbe utilizzare una segnaletica che avvisi sul possibile incontro con questi animali.

Antonio Spiezia

Sitografia

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23434796

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3773479/

https://www.corriere.it/salute/dermatologia/14_luglio_29/punture-meduse-ecco-dieci-cose-fare-non-fare-440f6a04-1705-11e4-ad95-f737a6cb8946.shtml

https://www.mdpi.com/1660-3397/14/7/127/htm

http://www.ospedalebambinogesu.it/attenzione-alle-meduse-#.XRX-6NMzYWo

ATTENZIONE: Le informazioni contenute in questo sito hanno puramente scopo informativo e divulgativo. Questi articoli non sono sufficienti a porre diagnosi e decisioni di trattamento e non sostituiscono mai il parere del medico. Per ulteriori informazioni contattare il proprio medico generico o specialista.

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